> R.A.M. Giovani artisti di Ravenna e Provincia

14 aprile - 6 maggio 2007

Urban Center, Ravenna

Fotografie | Francesco Neri

 

L’incontro con un giovane fotografo come Francesco Neri può assomigliare ad un azzeramento. Totale. Questo perché lui si allontana, con tutta la sua produzione, da ogni tentazione estetizzante e dalla ricerca di un qualsiasi alibi sovrastrutturale o, anche se alla pàge, di tipo concettuale. Se si dovessero individuare dei padri putativi, Francesco con una passione ed uno slancio invidiabili non esita a riconoscerli in Stephen Shore, in Robert Adams e, più vicino a noi, in Guido Guidi.
È vicino a loro nel rifiuto di un eccessivo formalismo, nel non essere freddo e distaccato, nel tentativo di mettere ordine nell’apparente disordine del mondo al fine di leggerlo con la massima oggettività, mantenendo una distanza di rispetto. Questa stessa distanza di rispetto resta anche quando indaga la figura umana, seguendo un ideale fil rouge che lo avvicina alla fotografia sistematica ed enciclopedica di August Sanders.
Tuttavia il suo riconoscere ed approfondire queste lezioni assomiglia all’ammissione di uno start dal quale partire con precise indicazioni d’orientamento e direzione, verso una decisa e risoluta cifra personale. Francesco inizia da questi territori e li declina attraverso la sua esperienza del mondo: per il paesaggio ha la stessa forma mentale, la stessa inclinazione emotiva dei “nuovi topografi” della fotografia contemporanea americana; è mosso, in modo simile, dalla stessa ossessione per il raccontarsi-disvelarsi a tratti struggente della natura. I risultati della sua ossessione sono sempre oggettivi, quasi documentari o, almeno, ne hanno l’apparenza. Dico apparenza perché, in realtà, l’assoluta semplicità e la chiarezza sintattica di Neri sono aspetti squisiti e perfetti, raggiunti attraverso un lavoro intenso e faticoso. Faticoso è sfuggire agli orpelli, alle facili tentazioni macchiettistiche, all’eleganza, all’effetto facile, alla fin troppo osannata crudeltà trash, alle allusioni cromatiche, alle nostalgìe ruffiane. Ad un nostro incontro mi ha detto: “E poi la fotografia torna ad essere quello che è: scrittura di luce.” E già in questa piccola frase, in questa sintesi abbagliante c’era tutto. Tutto quello che doveva dirmi e spiegarmi. Poche chiacchiere insomma; dritto al cuore del problema. In questo “cuore del problema” rientra anche la serie di fotografie prodotte sul Villaggio Anic, da Francesco raccolto (uso questo termine perché spiega un atto che è insieme di contatto fisico e di scelta, di riflessione) nel suo essere un territorio di frontiera tra l’abitato umano, tra i segni della nostra civilizzazione un po’ sghemba e spesso portatrice di disordine estetico, e la natura, il paesaggio. Un paesaggio che è violato, eppure in qualche modo indifferente: indifferente alle reti, ai confini, indifferente al brusìo della prossima “progettazione urbanistica che renderà il territorio più ricettivo dal punto di vista socio-economico-turistico-culturale”. Indifferente, e fors’anche superiore. E questo anche se quegli alberi già segnati di cifre rosse tra breve saranno tagliati e, come altri prima di loro, lasceranno per un breve periodo un cerchio di legno e venature in mezzo al prato e poi saranno sradicati. C’è, in queste fotografie, una sorta di sospensione della partecipazione emotiva, una deliberata e ricercata conseguenza della perfezione tecnica inseguita ossessivamente, che è il riflesso di ciò che Paolo Costantini definiva come “senso di inclusione” nel paesaggio. Il fotografo annulla la separazione tra il sé e lo spazio, tra il fuori e il dentro, ed il risultato è una qualità nella quale la contemplazione sfiora l’astrazione e diventa rigore: rimane impressa la sospensione di un dramma, l’allontanamento delle tensioni particolari, degli strappi, della tragicità. “Tu e la tua macchina siete lì dentro, ne diventate parte, pensate allo stesso modo.” Per questo non vedrete mai nella produzione di Neri, per quanto accattivanti e assai vendibili, grandi fotografie iperscenografiche e ricche di pathòs a buon mercato: lui sceglie una stampa a contatto (cioè a dimensione di negativo) in modo che ogni dettaglio, persino il più infimo e in apparenza banale, resti impresso e possa continuare a parlare, costringendo lo sguardo di qualcuno a tornare e ritornare più volte, per scoprire nuovi particolari, un fremito differente, una luce diversa. Ma tutto questo non è affettivo, né sentimentale: è semplicemente un dato di fatto dell’essere lì, a fotografare quello spazio, dentro quello spazio, parlando quella stessa lingua. Che quel inutile ciuffo di erbacce infestanti sia nato proprio lì, sul ciglio del nastro d’asfalto di una qualsiasi periferia, asfissiato dalle tonnellate di ossido di carbonio lanciato dai nostri scintillanti e roboanti SUV, assomiglia a un piccolo miracolo del quale accorgersi. Del quale Francesco si accorge, che entra dentro Francesco. E che Francesco registra con lunghissime pose notturne, alla ricerca, ed anche questo è un miracolo, dell’assenza dell’uomo e del suo chiacchiericcio da acaro del mondo. Lui cattura quel silenzio prezioso e non evoca immagini altre, lo isola semplicemente dal rumore esterno, lo accoglie e lo ascolta con pazienza. In poche parole sceglie di vedere là dove noi abitualmente siamo ciechi. Per indifferenza o selezione della specie (se ti fermi a guardare non puoi produrre più di tanto) poco importa. Il suo essere fotografo ha qualcosa a che fare con l’etica, con l’etica esistenziale. E con il rispetto del tempo: quello di posa, quello del banco ottico, quello della scelta di un taglio, di una prospettiva, di un’inclinazione. Tutto questo è semplicissimo e richiede, al pari della sua creazione, un soffermarsi dello sguardo, un’attenzione protratta: tempo per vedere. E questa è un’etica assai poco contemporanea: una scelta, di vita, prima di tutto, totalmente e fortunatamente, inattuale.

 

di Sabina Ghinassi

 

Francesco Neri (vincitore sezione Fotografia)

Nato a Faenza (RA) nel 1982 kchetto@yahoo.com
Mostre collettive
2006 Officina fotografica, Galleria d’arte per la fotografia contemporanea di Lugo (RA)
Partecipa all’esposizione fotografica in occasione dell’iniziativa Openstudio nella cittá di Faenza (RA), presso Studio Battaglia.
2005 Iceberg, Bologna segnalato per la sezione fotografia.
2004 Scuola Autarchica di fotografia, Galleria d’Arte, Riva del Garda (MI).
Mostre personali
2005 Assenza e confine, Galleria d’Arte Melting Pot, Bologna.


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