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Sara Guberti
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Galleria d'arte Mirada
Via Mazzini n.83, Ravenna
Dal 22 dicembre 2006 al 14 gennaio 2007

guberti

L'apertura della nuova sede dell'ufficio giovani artisti in via Mazzini 83 a Ravenna ha costituito di certo un salto di qualità nella promozione dell'arte giovane in città. La creazione di uno spazio espositivo in pieno centro, in una strada che potrebbe diventare grazie alla presenza di ben quattro luoghi espositivi dedicati ai collezionisti d'arte, la via artistica della nostra città, è un ulteriore passo per valorizzare la vocazione culturale di Ravenna.
La mostra dell'artista ravennate Sara Guberti, che inaugura il 22 dicembre alle 18 , costituisce il primo appuntamento volto a presentare i migliori artisti vincitori e selezionati dal concorso RAM nei suoi anni di attività. L'artista è stata difatti selezionata nella prima edizione del concorso giovani artisti del Comune di Ravenna nel 1999.

Nata nel 1971, si è ugualmente dedicata in questi anni di attività artistica sia al mosaico che alla pittura. Per la visionarietà delle sue creazioni e grazie anche al substrato di ricerca quasi mistica sui materiali, ha collaborato con le compagnie Fanny e Alexander e Teatrino Clandestino nella realizzazione di scenografie teatrali.
Ma il suo lavoro indubbiamente più importante è l'opera eseguita negli ultimi anni per la Sacred World Foundation di New Delhi, ovvero il Time Line Mural per il Gandhi Multimedia Museum. Per la medesima istituzione pubblica indiana ha inoltre eseguito due mosaici sull'iconizzazione di Gandhi, realizzati per il museo itinerante.
Si tratta di due importantissime commissioni per uno dei più grandi Paesi asiatici e del mondo, al quale l'artista ravennate è fortemente legata: la sua ricerca pittorica e visiva, della quale presenterà un saggio nella mostra in Galleria Mirada, trae spunto dai numerosi viaggi da lei compiuti in questo Paese. Il progetto pittorico, la cui analisi è affidata alla critica d'arte Sabina Ghinassi , è la naturale continuazione del tema con il quale si è diplomata all'Accademia d'Arte di Bologna con Concetto Pozzati, ovvero la ripetitività della preghiera e la condensazione del suono in simbolo visivo. Affrancata da qualsiasi aura catechizzatrice, la pittrice Guberti ricerca l'unitarietà, i punti di incontro e gli incroci tra le forme di credo maggiormente seguite nel mondo (Cristianesimo, Islam, Ebraismo, Induismo...), affidandosi nella ricerca di materiali simbolici alla guida dei maestri spirituali delle varie confessioni e agli artigiani locali. L'attenta valutazione e scelta dei materiali, tratti da sostanze naturali e da colorazioni tradizionali, rendono i quadri di notevole impatto visivo e particolarmente suggestivi.
Una ricerca artistica che acquista un significato particolare in un momento di crisi e profonda lacerazione quale quella attuale, in cui sembrano prevalere le differenze e non le somiglianze: un modo intenso per interpretare le ricorrenze festive.

Sara Guberti
Opere Recenti

La presenza del Sacro nell'arte attuale si manifesta più attraverso un'assenza o, a volte una nostalgia, che attraverso un'immanenza o un palesamento. Nella sua ricognizione dell'essere umano contemporaneo la comunicazione artistica registra le cifre più intime di una crisi che con un respiro più ampio e definito segna il culmine della secolarizzazione contemporanea. Questo avviene soprattutto in Occidente, dove, al di là di richiami all'ordine e a radici cristiane, ciò che resta è una confusa, dogmatica e banalizzata religione da mass media, che siede in prima fila, banalmente, nel salotto televisivo di turno. Per questo appare un po' controcorrente la scelta poetica di un'artista come Sara Guberti, che sceglie deliberatamente per la sua pittura un'indagine iconografica sulla sacralità, nella quale, grazie ad uno sguardo che annulla le distanze, si percepisce un approccio sincretico, altamente simbolico e, in ultima analisi, assai " religioso". Se con religioso intendiamo la vera accezione, cioè qualcosa che evoca il carattere sacro, cioè la potenza, ed insieme lo scrupolo e la separazione, la profondità.
Per cui Sara, già forte di trascorsi pittorici arcaicizzanti, si è orientata sul filo di una fascinazione tutta personale sulle orme dei miti, dei simboli e delle leggende che collegano ad un'unica radice Oriente ed Occidente: le Madonne nere, oggetto di culti molto diffusi anche nella nostra Europa informatizzata.
"Nigra sum sed formosa" diceva la Sposa del Cantico dei Cantici, il meraviglioso poema sacrale-erotico dell'antichità cristiana, e sulla nigritudo della Madonna si è, nel corso dei secoli steso ufficialmente un velo iconografico, interrotto soltanto dalla devozione alle centinaia(solo in Italia ci sono più di quaranta Santuari) di Madonne Nere sparse per l'Europa.
Sara con le sue ultime opere parte di qui, da un'immagine che si ricollega al mito femminile della Grande Madre Terra, passando dalle stratificazioni che uniscono in una sola immagine Iside, Kali, Ishtar, Cibele, Maria, contaminando di nessi simbolici le varie iconografie: le stelle e il manto azzurro di Iside Faria che passano in Maria Stella Maris, e il bimbo in braccio, Horus-Gesù, Kali che unisce l'aspetto sanguinario di purificatrice a quello di fecondità e insieme Cibele, l'altra Dea nera, dolcissima e crudele.
Così la sua pittura racconta questa avventura interiore, fatta di curiosità, di affetto, sentimentale forse, avventura che racconta un eterno femminino Porta d'Oriente e insieme d'Occidente, filo invisibile che riannoda il sangue ed il passato, che permette di individuare e fors'anche raccontare il presente.
Così insieme alle Marie Nere si aprono la strada altre immagini che allo stesso modo delle precedenti si contaminano ed arrivano a comprendere i segni dei quattro evangelisti, raccolti da un bassorilievo medievale o da un incisore indiano: buoi, leoni, aquile, agnelli.
Sara usa timbri che fa costruire appositamente da artigiani su suo progetto. E intende la sua pittura come una sorta di tatuaggio sulla pelle della tela che, se da una parte evoca l'astrazione del rituale, dall'altra si apre alla fisicità corporea, ad una materia cromatica che non è rarefatta, ma carnea, luminosa e preziosa.
Una materia fatta di terra insomma, di immancabile e seduttiva assenza di rigore.
E nel far questo la sua deliberata serialità scandisce un ritmo ed evoca il suono ipnotico di una preghiera.
"Il timbro sta alla visione come il mantra sta al suono", spiega l'artista.
E se la sua operazione di partenza si pone in un'ottica concettuale di ripetizione, il punto di arrivo disegna un'affascinante imperfezione, nella delicata e amorosa sbavatura sulla superficie pittorica, animata da un gesto fluido e percorsa da grafie e arabeschi: una parola ripetuta che contiene le impercettibili modificazioni del respiro, le pause, le sospensioni, i sussurri e li traduce per lo sguardo.
Ogni immagine così diventa diversa da quella precedenti, esattamente come ogni istante è diverso da quello che l'ha preceduto: non basta il profilo a segnare una definizione che forse esiste solo per essere superata, oltrepassata gentilmente.
La sua è una metodologia formale che acquista una valenza tutta interiore e diventa altro da sé, diventa un rosario cristiano, un Japa Mala induista, un Misbaha musulmano di visioni che si rincorrono in echi sempre differenti, raccolti da un gesto che da pittorico si fa affettivo e svela, dolcemente, il sentimento e la vastità bellissima del nostro mondo.

Sabina Ghinassi
Ravenna, dicembre

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