Rossa la macchia sgualcita della veste. Nero l'impiastro delle
sopracciglia, d'oro i capelli. Can can live, commovente forza
fisica esposta senza pudore allo scherno e al deliquio. Dalla
scuola di balletto Princesse Grace di Montecarlo al museo della
vita di Monica Francia fino ai rituali di purificazione di Masaki
Iwana, principe della danza buto, migrato dal lontano Giappone
alla vecchia Europa. Se c'era un modo di perpetrare il buto -
indicibile, schiva, anarchica condizione originaria nella quale
la danza si manifesta come evento - lo ha trovato nella grazia
adolescente vanamente protratta, nella sfrontatezza, nel fenomeno
di se', di un potente nitore.
Oggi Francesca Proia - colletto bianco e velluto da banchi di
scuola - mette insieme Black out my love, quattro movimenti per
posti male illuminati e gente che fischia. Trova con sfinimento
l'etimo nella mania, non nella forma, ligneo intaglio primitivo
e grosso. Nella danza, che avvampa senza sviluppo e torce le gambe
e allunga il collo, insegue la musicalità - novità di questo solo
- persino la melodia. Aspira al disfacimento, al logoramento del
nuovo e nella struttura ritmica smaglia il tempo e strazia. Il
tempo breve di svelare il tonfo - artificio - disfarsi di una
rosa.
