
|
 |
|

Laura Baldassari HC.cynara scolymus.11.8 * olio su tavola * 210 x 160 cm * 2009 |
|
oggetto: ram / da: massimiliano fabbri a: laura baldassari / inviato: martedì 8 gennaio 2009 14:02 Ho riflettuto sul tema della mostra e sulle connessioni, su possibili congiunzioni, intrecci e distanze tra questo e la tua pittura. Credo che i tuoi quadri con gli orti siano aderenti al “tema” del mare (d’inverno?), soprattutto se messi in relazione al detto ravennate (e un po’ beckettiano) riportato come indizio e suggerimento di lavoro. Un mare che mi immagino, pur se vicinissimo, quasi irraggiungibile, anelato e quasi mai visto (realmente separato, così vicino eppure così lontano da Ravenna). Di sguardo che si perde e vaga oscillante per una sorta di rovesciata mancanza di approdo.
Provo ad elencarti le immagini e i collegamenti che sono scattati in me: i tuoi orti sono per me una soglia, quasi una barriera di e con orizzonte negato (la stessa banda, pietra, lastra di calce grigia che inserisci alla base del quadro rafforza questa sensazione, oltre a ricordarmi l’inganno e la messa in scena della pittura). Pur essendo l’orto in genere un tentativo di natura addomesticata, trovo nei tuoi dipinti qualcosa della giungla (una giungla mentale e non esotica) e dell’abbandono rigoglioso e selvatico. Con spazio angusto, denso e tenebroso. Con colori e frutti come d’inverno, marmorizzati o congelati. Tra il pericolo e l’attrazione. Finestre che sembrano offrire la possibilità di un viaggio misterioso dentro ad un fitto ed infittirsi organico, sempre più ravvicinato, prossimo ed odoroso di terra (la foresta-radice-labirinto di Calvino). In un corpo, in questo caso sì, cinto, chiuso e segreto come giardino medioevale: corpo sconosciuto, labirintico e magico. Capace di slittare e capovolgersi in paesaggio interno. Mappa astrale e mistica. Corpo con tracciati e corrispondenze, superstizioni e amnesie. E buio fertile di interno.
Ora mi vengono in mente due cose: Alice che rimpicciolisce (la modalità “animale” a cui costringi e porti chi guarda questi dipinti con nature) e un film famoso visto tanti anni fa che descrive il viaggio fantascientifico, avventuroso e quasi psichedelico di uno scienziato dentro ad un corpo umano. Di un positivismo e ottocento fallimentare.
Colonialismi… È in questo cambio di scala e prospettiva che vedo la possibilità destabilizzante di perdersi e
perdere le coordinate, di sbando, di un dramma o di un’avventura sempre possibile. Dietro l’angolo. In attesa, perché qui il tempo è rallentato allo spasimo: forse domani, fra una settimana o un mese, la curva di quel gambo avrà superato l’ostacolo che le impedisce l’andamento verticale, oppure sarà ritorta e attorcigliata inestricabilmente su di esso… Un andamento naturale che sa di storia, una vanitas anche.
Poi, come dici, le fotografie che scatti per realizzare in studio queste nature morte (frutto di un reportage o safari domestico), nascono e sono rubate in questa terra di nessuno che separa il mare dalla città (se ricordo bene vicino a Marina Romea). Un mare che si allarga, si gonfia di scuro, si incunea e poi ritira. Una terra aspra e fino a ieri malsana, allagata come palude. Dove trovi ed inneschi visioni sorprendenti e inattese, con attenzionedescrizione fiamminga e sguardo botanico. Da catalogo delle vegetazioni, con specie e piante e foglie scovate e studiate da occhio famelico, paziente, insaziabile e vorace. E così immagino che ad ogni mare o località balneare corrisponda una serie di “vedute”, un ortocorpo organico (un frammento di natura disciplinata dall’uomo eppure irriducibilmente misteriosa – natura come rappresentazione, ora compromessa e sterile, ora sprigionante forza originaria ed adattabilità -). Un nome o numero che indica appartenenza, un dettaglio trafugato che prende la scena per il tutto, una varietà e differenza sottile per specie ed evoluzione. Particolare magico che affascina ed ostacola. Ombra notturna, pallore che volge le spalle al sole. Mai visto prima d’ora perché abbandonato, incustodito, nascosto e solitario in un lembo di paesaggio territorio - un po’ pasoliniano - che serve solo a congiungere velocemente la città con il mare (e tutto ciò che al mare gira intorno: folla, divertimento, estati, giovani amori…).
Natura che, ingigantita a dismisura, occulta il mare e l’orizzonte quasi come una porta attraverso cui accedere
a dimensioni inesplorate e all’apparenza abituali. Una scoperta fragile, tattile, odorosa e spirituale, dovuta all’incontro con forme incredibili, uniche e variegate (gli organi interni di cristallo di Chen Zhen). Che ricorrono e possono svelare regole (matematiche) di sviluppo e crescita del mondo. Modelli. Una visione ravvicinata, distesa e rasoterra (da insetto). Una miniatura enorme e fuori scala, spaventosa, quotidiana e spiazzante.
L’ingresso per una tragedia anche, dentro ad un giardino rigoglioso. Con fiori, frutti e spine come in una preghiera. Come di vegetazione mutante. Di carne, o minerale e pietrificata. Fossile. Memoria di paradisi perduti.
Corrotti. Viaggio dantesco verso l’interno.
Possono allora pezzi e mancanze sparse di corpi sigillarsi a creare un panorama? Il corpo come una geografia e
la geografia e il paesaggio come un corpo, familiare e sconosciuto. Trama e ferita. Filamento. Tessuto che
accenna a schiudersi ed invita. Un nuovo orizzonte, sperato ed invisibile. Forse una sequenza ininterrotta
di dipinti e fotogrammi discontinui a creare una linea, una costellazione… Oppure un giardino chiuso, quadrato e geometrico. Un cibarsi cannibale della visione. Un metabolismo. Una stanza segreta e inaccessibile su cui proiettare e ricostruire la visione esterna. Specchio dei coniugi Arnolfini, sfera di vetro che riflette.
vincitrice sezione pittura Mi immagino più complicato e forzato (intrigante però) lavorare sulla figura umana, o su di un ipotetico incontro tra essa e la natura (un ‘immagine, probabilmente, nega l’altra - c’è un bellissimo quadro di Freud dove tra le foglie di una pianta in vaso si nasconde, come in agguato, un suo sorprendente autoritratto -).
oggetto: re: ram / da: lb a: mf / inviato: sabato 10 gennaio 2009 18.19
Le tue parole evocano un paradiso perduto, rigoglioso, terra bruna e gonfia d’acqua.
Sto cercando un’immagine che abbia l’odore del sale, ma il cuore dolce che lacrima, immagino la superficie bagnata degli occhi di Galla Placidia, il suo cielo adamantino, manto, corpo prezioso e scrigno magico, specchiato nelle acque brune del mare.
Immagino un orto impenetrabile, deformato dalla lente che lo protegge dall’essere sfiorato, pallido ricamo di
vene, infiorescenze e carnose oscurità. Un cammeo forse, reperto, spilla dell’abito dell’imperatrice bizantina.
Reliquia - vegetale - seme divino - grande mandorla di vetro che custodisce il sacro giardino.
oggetto: seminare / da: lb a: mf / inviato: mercoledì 4 febbraio 2009 15:39
Oggi non riuscirò ad essere presente all’incontro del ram, mi dispiace. Nel frattempo sto lavorando ad un paio di immagini… Trasparenze, rugiade, specchi d’acqua e astri, apparenti nature subacquee, vegetazioni molli e
terra arsa. Forse manca ancora qualcosa… non so. Ti ho allegato i bozzetti.
oggetto: re: seminare / da: mf a: lb / inviato: martedì 10 febbraio 2009 15.27
Lasciami guardarle con più attenzione. Poi ti scrivo in settimana.
oggetto: gelo / da: lb a: mf / inviato: martedì 10 febbraio 2009 17:20
Non preoccuparti, prenditi tutto il tempo necessario. Ti ho allegato altre due immagini fatte negli ultimi giorni,
così hai un quadro più ampio di quello che vorrei fare.
oggetto: re: gelo / da: mf a: lb / inviato: giovedì 12 febbraio 2009 17:20
Avevo ancora impresso nella mente il tuo orto visto a Bologna (complesse, lente e curve architetture vegetali
con intrecci e voluttà di corpi e crescite), ed ora si sovrappongono questi nuovi dipinti che coraggiosamente
spazzano il campo in una tabula rasa desertica ed inattesa. Un’accelerazione impressa, un invito al viaggio. In avanti e a ritroso contemporaneamente. In balia, tra umori di perdita ed intuiti o possibili affioramenti, come in una sorta di regressione agli albori del tempo. Quello che resta. Prima e anche dopo la vita. Con tempo circolare che sovrappone, stratifica e sembra donare trasparenza (questi nuovi quadri, dipinti dopo, potrebbero, come in un film di Lynch o in un libro di Auster, essere in realtà anteriori alle nature e mostrare il prima, oppure un ulteriore sviluppo possibile, parallelo, altro). Un teatro vuoto. La sorpresa è doppia, sia per lo scarto che hai compiuto rispetto a ciò che avevi dipinto prima, sia per l’aderenza che queste nuove immagini hanno con quelle poche righe che mi avevi scritto. Parole che s’incastrano, parole come chiavi che aprono scrigni: una breve sequenza di vocaboli (i tuoi) con apparenza di appunto, brandelli incerti di visioni, parti come sfuggite o viste-sentite con la coda dell’occhio. Rubate, custodite, salvate o lasciate cadere, accumularsi e depositarsi sul fondo, all’apparenza quasi casualmente. Sedimenti marini anch’essi. Fertili e limacciosi (come le piene ricorrenti del fiume Nilo alle elementari). Di un mare sognato che tiene e porta cose. E stupore, nella meccanica dell’abbandono.
Che vertigine la parola che apre mondi, li rinomina, li chiama a sé e li fa accadere. E così è il tuo racconto
incompiuto e frammentario, che si fa visione esatta, capovolgendo e inchiodando lo smarrimento e girovagare
curioso dei pensieri alla precisione, ossessione e lucidità della pittura. Pittura che in te è spietata, incastro perfetto, bagliore riflesso sulla volta interna del cranio. Di ossa, tendini e nervature, con biancori, pallori ed oscurità interne.
In una dissolvenza incrociata che mi passa tra gli occhi, è come se sui tuoi dipinti fosse passata un’onda, una
marea lunare, una mareggiata invernale e ventosa, un’immersione di tempi lunghi che ora sta rilasciando e ritirandosi (con ruggini, ammuffimenti, pezzi di ceramiche, legni di barche e affioranti montagne addormentate). Un velo mosso e silenzioso, una pellicola che ammanta, ammorbidisce ed intorbidisce. Con umido profumo marcescente. E così mi pare ancora di poter intuire la fissità ieratica dei tuoi volti di icona (glaciali come certe immagini di moda) o l’inestricabile groviglio trama delle tue nature, ma come se li vedessi
sotto, sommersi e probabilmente perduti nell’opaco di molte velature. Visti ancora per un attimo, per un ultimo battito di palpebre prima di essere inghiottiti, slavati e sommersi. Subacquei. Come spariti, allagati da questa imprevedibile inondazione iconoclasta. Dal lento e commovente rilascio.
Da qualche parte, sotto la pelle e l’incarnato dell’acqua, nella terra nera e umida, ci sono. Che il fondo del mare
è da sempre sonno ricco di tesori, di immagini e cose rapite violentemente all’uomo come a voler conservare
e trattenere storie. Capitani Nemo e musei sommersi… Profondità da cui ogni tanto riaffiora o viene alla luce
qualcosa, dimenticata, restituita muta e altra (spesso più bella). Di uno scambio con il mare che generoso lascia e allo stesso tempo trattiene e chiama a sé (una metafora fin troppo esplicita della vita). Acqua che corrode, modifica ed ingentilisce. I colori delle alghe, i muschi e i licheni che si aggrappano alle superfici ed incavi delle cose e delle statue. I sassi e i cocci di vetri levigati. I coralli e le conchiglie degli studioli.
Un patto col mare dove, come in una fiaba nordica, tu hai sacrificato le tue regine e i tuoi frutti preziosi. Un abbandono perpetuo e necessario che è della pittura e da cui decidi di ripartire, alla caccia e scoperta bambinesca per le cose da niente, in attesa paziente di pescare, ritrovare o forse intravedere qualcosa che ti rapisca, un’immagine invocata per essere dipinta e trattenuta, a sua volta, per sempre. Un canto lanciato ai fiumi e ai mari, in attesa di risposte o responsi, tra mille voci lontane (bastimenti, ofelie, sirene, mogli e marinai, guerre, città e civiltà perdute).
C’è qui un’apertura clamorosa dello sguardo, uno spaziare meravigliato e stupito, quasi una prospettiva a volo
d’uccello a sfiorare appena le cose, con profondità incerte ed orizzonti nuovi causati, o permessi credo, dall’ingresso di un fattore a te prima estraneo: il movimento. Un movimento lieve, dolce e tremante. Ritmato. Movimento increspato della pelle dell’acqua che filtra, si incunea, slarga e distende. Corre e si adatta. Acqua che distrugge e che permette e crea condizioni per nuove vite. Palude, brodo biologico. Grafite, argento e marrone. Verdi molti.
Quello che mi conquista è che dentro o sotto questa apparente desolazione e dramma avvenuto, trova spazio una leggerezza e delicata volontà di ricostruzione. Forse possibilità è una parola più esatta per descrivere l’occhio gentile e meravigliato che si sofferma su questi vuoti quasi asciugati dopo l’allagamento, cercando fragili ed effimeri appigli, in fangosi accumuli o in momentanei nidi, bellezze non del tutto perdute tra questa natura secca e fossile, con strane radici, intrecci ed erba bianca pallida e misteriosa, cresciuta sotto. Sorda, ritorta e cieca. Fluorescenze.
L’eco di un terremoto che ha scosso risuona ancora, anche se il silenzio è di queste immagini: le poche cose ancora mosse. Un’ onda fredda. Sopra questo disordine lo sguardo sembra però farsi pacificato e sorvolare più
riposato. Lieve, quieto e disteso come dopo tragedia avvenuta, accadimento o guerra che brucia, arde e lava via. Cenere. Lasciando paesaggi nuovi, aperti, biologici e primordiali. Più contemplativi per via del vuoto che li attraversa, segnato e graffiato da vegetazione sottile e aspra, resistente e fluttuante. Con morbidezze addormentate e notturne tra le arsure, spaccature e increspature ghiacciate. Tenebra a cui l’occhio si abitua, con presagio di mattino a venire e vacillare di sogno.
Con inganno perpetrato, rimandato e rilanciato a potenza, come in un gioco di specchi dove i mondi si riflettono e compenetrano: il mare e il cielo stellato, la pelle dell’acqua con il minerale e la volta celeste, le vene
con le crepe umide della terra e l’andamento vegetale. Le scie delle comete e le correnti. Superfici vibranti, solcate e ferite, di cui anche la pittura fa parte. Pittura radiografata che rivela e copre allo stesso tempo, in un gioco sapiente di svelamenti e cose celate, di cose racchiuse nell’ambra o perdute per sempre. Di mondo sottosopra, di morte, sonno e meraviglia. Paesaggi desideranti.
E credo che il tuo discorso “antico” sulla pittura come artificio sia qui da te ancora messo duramente alla prova
nei rovesciamenti e ribaltamenti di prospettiva, dove le coordinate si fanno un’altra volta sfuggenti (non si sa se quella di fronte a noi sia una pozzanghera, un ristagno o una distesa d’acqua minacciosa, un fango d’altre epoche o uno dei tanti sversamenti illegali di sostanze più o meno tossiche). Mi pare che chi guarda non sia messo fuori scala come nei tuoi orti “monumentali”, ma che sia il paesaggio stesso a farsi contemporaneamente porzione, dettaglio infimo e insignificante oppure ampia prospettiva, campo di battaglia, slargo notturno e pauroso. Immobile e tumultuoso sotto. Con baluginare di stelle e lucette sommerse, con schiuma fatta di perle di vetro, pietruzze, e metalli, luccicanze preziose e trasparenze iridescenti come tessuti pregiati. Di un oriente vicino, separato da un mare stretto e che pure non raggiungiamo e vediamo
(sappiamo che c’è e sentiamo il suo odore a folate).
Il liquido e bagnato degli occhi a formare piccoli laghi, pozze di raccolta. Un paesaggio che è la pelle della pittura stessa. Un corpo disteso e lacrimante. Un cimitero, un panorama sfatto e struggente, eppure, come ricamato, intarsiato e cesellato, tra la precisione fiamminga e lo splendore bizantino.
[Vorrei usare lo scambio di mail per costruire il testo che andrà in catalogo. Cosa ne pensi?]
oggetto: 9° / da: lb a: mf / inviato: mercoledì 18 febbraio 2009 16:18
Non so come ringraziarti per le parole che hai scritto. Mi hai fatto un regalo meraviglioso… Sei entrato così in
profondità... Un intreccio magico, in movimento, infinito.
Sono rimasta in apnea.
Mi piace molto l’idea di utilizzare le nostre mail per il catalogo.
oggetto: re: 9° / da: mf a: lb / inviato: lunedì 23 febbraio 2009 21:14
In questi giorni provo a mettere un po’ in ordine i testi e la sequenza degli invii.
oggetto: scritto / da: mf a: lb / inviato: lunedì 2 marzo 2009 23:13
Ho rivisto in parte il testo: mi piacerebbe tener fede all’intero nostro scambio di mail, mi intrigano anche le
sequenze, i giorni, i numeri e gli orari.
oggetto: re: scritto / da: lb a: mf / inviato: 10 marzo 2009 19:17
Ho letto il tuo testo. È davvero bello, ed emozionante, come sfogliare le pagine di un diario, un viaggio selvaggio nel mare, nubifragio, tempesta e mostri marini...
Disorientamento, perdita dei sensi... Fino a quando l’alito torna ad essere caldo… Una corrispondenza che non sazia fino in fondo e proprio per questo il gusto è trattenuto a lungo tra le papille.
Forse è giusto non aggiungere nulla alle mie scarne mail, il contrappunto è perfetto, visionario!
|
 |
Massimiliano Fabbri
|
|
| INFO + CURRICULUM VITAE |
|
Nata a Ravenna nel 1985
Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Partecipa a numerose mostre collettive e nel 2008 inaugura tre mostre personali: In tempo semplice presso il Centro d’Arte Contemporanea Castello di Rivara (Torino) a cura di Franz Paludetto, 00:01 presso la Galleria Binz&Kraemer di Koeln (Germania) e CAR- Contemporary Art Ruhr a Essen (Germania). Nel 2007 vince il I° premio per la categoria “pittura” al Concorso nazionale delle belle arti promosso dal Ministero dei Beni Culturali Italiani (MIUR). Oltre alla produzione pittorica, realizza installazioni sonore, performance, video e si sta perfezionamento come cantante d’opera. |
|
| |
WebDesign
Gianluca Costantini |
|