Perché l’immagine è più chiara della vita
(Robert Adams in Why People Photographs, New York, 1994)
Domenica ho fatto un giro di ricognizione
tra casal borsetti e porto corsini per iniziare e per vedere.
Come diceva Henri Cartier Bresson
“la macchina fotografica ci mette in grado di avere
una sorta di cronaca visuale.
Per quanto mi riguarda, è il mio diario.”
Intanto ti mando questo piccolo testo preso
da Harry Callahan
(Minicam Photography, New York, 1946)
“La fotografia è un’avventura proprio come la vita.
Chi vuole esprimere se stesso fotograficamente,
deve capire, almeno fino ad un certo livello,
il suo rapporto con la vita.
Io sono interessato a raccontare i problemi che mi toccano,
a cui attribuiscono un qualche valore e che sto cercando
di scoprire e dimostrare poichè sono la mia vita.
Voglio farlo tramite la fotografia.
Questo riguarda rigorosamente me stesso e non spiega
in nessun modo queste immagini.
Chi non vi trovi interesse, dovrebbe capire
che le ho pensate come un fatto puramente personale.
Buona o cattiva che sia,
questa è la sola motivazione che posso dare
per queste fotografie.”
(mail di Francesca, 4 novembre 2008)
Anche senza l’aiuto di una dichiarazione d’intenti, l’immagine è per Francesca Gardini uno spazio poetico, una modalità per fabbricare mondi possibili.
La fotografia è un documento netto preciso definito eppure, nello speciale attraversamento della realtà
dato dallo sguardo tramite la macchina, parla di cose viste e, altrettanto, di chi è dietro la camera, del suo
umore, dei suoi pensieri, dei suoi desideri.
Un’altra obbiettività si compone.
Per cominciare, la presenza del mare è un’assenza.
Non c’è acqua, non c’è orizzonte, non c’è traccia della vastità cui d’istinto pensiamo oltre a quel filo.
Il paesaggio perlustrato è quello dei giardini, anche dei francobolli di verde tra le case, oppure quello che si legge nelle insegne, e dipinto sui muretti di cinta.
Un mondo ibrido nel quale l’ulivo cresce accanto alla palma o al cactus, l’edera vicino a ciuffi di piante esotiche, e un cespuglio si appoggia al tronco metallico di un lampione. Con fauna, vera o finta che sia, pronta lì ad abitarlo. L’artificio ha dato vita a una nuova naturalità: ecco a voi la piacevole wilderness della casa al mare dove trascorrere le domeniche di relax.
Ma l’artista guarda, seleziona, compone. Colore, medio formato, pellicola. Frontalità della visione.
Costruisce una serie: un’immagine di apertura, una sequenza, poi chiude.
L’occhio di Francesca Gardini prova ad estrarre dal caos un ordine e nella bidimensionalità della fotografia cerca una forma in grado di riconsegnare quell’universo meticcio a una nuova bellezza.
Un equilibrio tra il cerchio di un palmizio e la verticale di un palo, il perfetto incrocio diagonale di ombre
e luci sul vaso dei fichi d’india, la composizione geometrica di una recinzione “fai da te” che il calibro dell’immagine fissa, trasformandola in calcolata architettura.
L’inattualità della bellezza si presenta qui come una nuova esperienza del mondo. Un mondo sensibile e
non meno reale che si rivela attraverso lo specchio della fotografia.
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