Immedesimandosi nella condizione che lui stesso definisce “di uno straniero che nella notte attraversa Ravenna pensando di arrivare al mare”, Emiliano Biondelli presenta in una carrellata di immagini le tappe del suo cammino alla ricerca impossibile di un mare che non c’è.
Queste tappe sono segnate dai ritrovamenti, spesso casuali, di “segni-reperti” che del mare sono soltanto allusioni più o meno dirette, come la pozza sulla strada che riflette una luce al neon blu o l’insegna di una pescheria.
“Il mare a Ravenna è rappresentato con scarso senso civico – spiega Biondelli – ed è solo il luogo dove si trascorre l’estate, non meritevole di altre attenzioni che vanno dall’ecologia al modo di vivere il tempo libero.
L’unico vero elemento marino presente nella città sono per me i gabbiani che divorano i rifiuti galleggianti trasportati dal canale davanti a casa mia.
L’idea del mare attraversa la città esclusivamente sotto forma di cose finte o prodotti da consumare come i pesci, i secchielli, gli ombrelloni, i costumi da bagno, le canne da pesca e le conchiglie illuminate nei distributori shell”.
Biondelli opta per l’immaterialità del digitale sia in fase di ripresa che come soluzione espositiva: “Lo scorrere delle immagini – dice – mi fa pensare alle onde del mare che si sovrappongono cancellandosi a vicenda, cancellando le tracce di precedenti passaggi, ma senza generare alcun senso di perdita o distruzione in quanto parte di flussi naturali”.
La scelta di delimitare lo spazio di proiezione con una cornice vera e propria “è un espediente, che fornisce qualcosa di tangibile se pur fuori luogo e contiene le immagini ‘onde’ invece impalpabili. È il mio spazio – conclude l’artista – che delimito con una cornice barocca per dargli precisi confini, i quali non servono per contenere ma per segnalare la presenza del fotografo. In sostanza è come se fosse la mia casa, o il mio indirizzo”. |
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Nato a Ravenna nel 1976
Laureato in Conservazione dei Beni Culturali a Ravenna, da alcuni anni si dedica alla fotografia. La sua ricerca è rivolta al ritratto e in particolare al concetto di appartenenza/estraniamento delle persone rispetto ai luoghi in cui vivono. Ha partecipato a numerose mostre collettive, fra cui, Criminal Toys a cura di Alessandra Saviotti a Fusignano (Ravenna), Be a somebody with a body insieme a Filippo Molinari, alla Galleria Ninapì di Ravenna e T* sguardo sui confini dell’identità di genere, a cura di Silvia Loddo, presso il Teatro Rasi di Ravenna. Attualmente collabora con la rivista d’arte contemporanea “Equipéco”. |
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