Al di là del vedere

Giancarlo Papi

Spesso il successo nel mondo dell’arte è legato al riconoscimento. Nel mondo degli affari, la pubblicità funziona grazie all’identificazione del marchio e alle vendite che ne conseguono; allo stesso modo, gli artisti a volte traggono profitto dall’essere riconosciuti per uno stile che sia un “marchio di fabbrica”. Tuttavia l’arte sopravvive e prospera anche grazie alla propria natura distruttiva, alla spinta incessante a liberarsi dal conformismo. Spesso la prevedibilità “uccide” gli artisti.
Maurizio Battaglia non è molto prevedibile. Lui fa indifferentemente ricorso alla fotografia, all’allestimento, all’uso della matita e del pennello. Essenziale è che il mezzo espressivo sia quello più adatto a stimolare e sviluppare la sua riflessione sui paradigmi fondamentali dell’arte, ma soprattutto a provocare quella ricchezza immaginativa capace di piegare la forma alle necessità dell’ idea.
Le sue opere godono di una completa autonomia, non risentono di una particolare relazione spaziale; non è infatti l’ipotesi relazionale che motiva Maurizio Battaglia, quanto piuttosto un osservare preciso, un investigare “forma, spazio e senso”. Se si vuole dunque comprendere appieno il significato che per l’artista assume il recupero della classicità, è opportuno esaminare questi tre elementi. La forma non è legata alla transitorietà, alla fisicità dei rapporti spaziali, è un principio di individuazione che consente di ascrivere all’opera il carattere dell’autosufficienza e dell’equilibrio. Il classicismo non è dunque per Battaglia una mimesi di modelli astratti e ideali; esso è invece attualizzato nei suoi valori profondi, che implicano il recupero dell’interiorità, la realizzazione del sé attraverso esperienze formative autentiche. Alla base di tutto c’è una rarefazione concettuale vicina alla dimensione linguistica che privilegia strutture primarie, minimali: un “understatement estetico” che rinuncia alle complicazioni formali e decorative, per orientarsi verso forme elementari di una così accentuata asciuttezza compositiva da raggiungere un esplicito ascetismo espressivo.
Il lavoro più recente di Maurizio Battaglia ruota attorno ad una urgenza religiosa, meglio ad una ricerca del divino, che non è mai apertamente dichiarata, ma non per questo meno onnipresente. Così che il suo cammino è determinato dalla necessità di scoprire la destinazione della sua arte.
Dio è una installazione semplice: un rotolo di plastica trasparente che scende dall’alto come un fascio di luce e due piccole lastre rotonde di marmo, collocate a terra, l’una accanto all’altra. Lì per lì, lo sguardo resta interdetto. Torno indietro e ricomincio da capo. Quella di Battaglia è un’arte che oltre a essere guardata deve essere letta e, per questo, richiede i tempi giusti di lettura, perché oltre a comunicare e a suscitare attraverso il “vedere” sensazioni, sentimenti, emozioni, impulsi, produce uno scatto mentale che va al di là del vedere. C’è infatti un esercizio di rarefazione del sensibile. E il rarefatto allude al labile, e il labile ancora all’apparente, a ciò che è e non è. Ecco perché davanti a quest’opera occorre avere la pazienza di sostare, cercando lo “scatto”, attendere la piccola illuminazione, far sì che la sottile miccia possa produrre l’insinuante scintilla.
Dio è un’opera di un lirismo amplificato e reso struggente dal suo non concedersi. La scelta dei materiali e dei processi creativi si rifà a una precisa filosofia di vita, legata a principi spirituali e atemporali piuttosto che basata su bisogni e desideri personali condizionati da specifiche contingenze. Secondo l’artista, la componente spirituale dell’arte supera in valore qualunque pratica espressiva o tecnica individuale. La realtà spirituale, infatti, risiede nell’opera stessa, nella creazione di una forma essenziale come il cerchio che simboleggia l’eternità e l’infinito e nel materiale utilizzato come il marmo che è l’elemento più nobile della tradizione scultorea occidentale. Dunque non è difficile ritenere che la ricerca di Battaglia si inscrive sotto il segno della grande utopia romantica che si propone di realizzare, attraverso la finzione dell’opera d’arte, l’unità dell’essere, l’armonia dell’uomo con la natura.
Ecco perché, conseguentemente, si può affermare che Maurizio Battaglia riflette sul senso generale della vita e dunque anche sui suoi risvolti spirituali. Ripensiamo, in proposito, al misticismo geofisico che caratterizza gli scritti di Mondrian, alla ricerca di assoluto che sta alla base del Suprematismo di Malevich, allo sguardo ascetico di Kandinsky e del suo testo “Lo spirituale nell’arte”. Ma per venire a tempi più recenti non possiamo negare la sacralità dei quadri di Rothko e di Tobey; il desiderio di scoprire nel caso una legge cosmica panteista nelle opere musicali e figurative di John Cage; l’anelito verso l’infinito che conduce Yves Klein a comporre i suoi monocromi blu; il senso acuto della solidarietà e del rispetto per ogni forma di vita che soggiace al lavoro di Joseph Beuys. Ricordiamo, anche, il culto della semplicità come legge combinatoria del reale, forse anche come metafora del Cosmo e dell’assoluto, caratteristico di alcuni minimalisti. Gli esempi potrebbero continuare; infatti, cosa rimane dell’arte, d’altro canto, dopo la perdita di funzionalità educativa e la caduta dei suoi aspetti decorativi, se non la capacità di riflettere sul senso interno della vita e su un possibile suo fine ultramondano? Il tentativo delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie di rinnovare il linguaggio figurativo ha rappresentato una sfida rilevante, ma insufficiente a motivare del tutto l’opera degli artisti.
Il secolo da poco iniziato è nato, non è azzardato affermarlo, all’insegna dell’indeterminatezza e della perdita di certezze in campo fisico, scientifico, etico e religioso; paradossalmente, più la scienza ha scoperto di poter procedere, più è aumentata la consapevolezza dell’incertezza che ci domina in qualsiasi settore. Un uomo del medioevo “sapeva” com’era fatto il cosmo, quale Dio lo guidava, qual’era l’etica da seguire per salvarsi. Oggi la stessa idea di felicità o di salvezza lascia adito a interpretazioni soggettive. Il crollo delle metafisiche forti ha tolto l’uomo dal centro del mondo e lo ha gettato nell’incertezza esistenziale. Chi, se non proprio gli artisti, e Battaglia è uno di loro, tiene questi problemi continuamente presenti?

Maurizio Battaglia Dio
Nylon trasparente, marmo rosso di Verona * 2007
Maurizio Battaglia Dio
Nylon trasparente, marmo rosso di Verona * 2007
Maurizio Battaglia Dio
Nylon trasparente, marmo rosso di Verona * 2007
 
   

Maurizio Battaglia (vincitore sezione Pittura / Scultura)

Nato a Cesena nel 1971 stagger_lee@tiscali.it
Mostre collettive
2006 Confini. Lo spazio del corpo, il corpo dello spazio, a cura di Vanja Strukelj e Maria Luisa Pacelli, Palazzo Pigorini, Parma. Selezione Regionale a cura del GAER.
2005 Contemporanea, Fiera d’arte di Forlì.
Spina Festival, a cura di Stefano Questioni e Silvano Voltolina, Palazzo Bellini, Comacchio (FE).
2004 Stop and go, a cura di Giancarlo Papi, Laboratorio dell’Imperfetto, Gambettola (FC)
2003 Gemine Muse, a cura di Davide Ferri, Istituto d’Arte, Forlì.
2000 Arti visive 3, a cura di Viana Conti e Guido Festinese, Palazzo Ducale, Genova.
Officina 2000, Mole Vanvitelliana, Ancona.
Mostre personali
2004 Epigono, a cura di Davide Ferri, Galleria dell’Immagine, Rimini.
2002 Stalingrado, a cura di Roberto Cresti, Sala esposizioni dell’Accademia di Belle Arti, Macerata.
2001 Da molto lontano, Saletta d’esposizioni d’arte contemporanea, Forlì.
1998 Personale, Galleria Graffio, Bologna.

<< torna indietro