> R.A.M. Giovani artisti di Ravenna e Provincia

14 aprile - 6 maggio 2007

Urban Center, Ravenna

Al di là del vedere | Maurizio Battaglia

 

Sapevo che lasciavo al mio paese,
una parte della mia giovinezza.
Di Ravenna conoscevo, per fama,
i suoi mosaici, i monumenti.
Non conoscevo ancora però
la sua scontrosa riservatezza.

 

Il quartiere Anic era "l'isola che non c'è" di Ravenna: un complesso abitativo di grandi dimensioni, costruito dall'ENI fra il 1957 e il '64 a fianco dello stabilimento ANIC, disgiunto a tal punto dalla città che nell'immaginario collettivo dei ravennati non esisteva se non come prolungamento del mostro industriale. Lo chiamo mostro, come da bambina perchè - nel costeggiarlo quando si andava in automobile al mare - il gioco fra me e i miei fratelli era l'assoluto silenzio ... Se si parlava, forse, quello poteva svegliarsi, e magari distruggere tutto ...

 

Cloruro di polivinile.
Resine acrilonitrile-butadiene-stirene.
Gomme poliisopreniche,
termoplastiche, polibutadieniche.
Lattici carbossilati.
Ma più di tutto ricordo
la grande puzza ...
di non so ancora cosa.

 

Mio padre lavorava all'ANIC. E per me, tutti gli operai come lui, i suoi amici (con quella strana cantilena accentuata nel parlare, che non era di qua), non potevano che abitare sparsi in città, come noi.
Solo negli anni '80 ho conosciuto alcune ragazze del Villaggio. E dalle loro storie - quelle delle figlie e non dei genitori - ho saputo di quell'isola ai limiti di Ravenna, collegata così malamente alla città da non esistere se non per loro.
Isola aggiunta alla città per ragioni economiche del grande sogno industriale, isola sottratta alla vista, inesistente per la comunità. Vite, corpi, esperienze diverse aggiunte e mescolate insieme, in un microcosmo che si è assestato secondo il principio degli ecosistemi, dotandosi di spazi aggiunti - chiesa, campo sportivo - solo 10-20 anni dopo.
Secondo queste regole, chi si adatta campa. Gli altri se ne vanno. Oppure "scoppiano".

 

Mio figlio era fragile.
Non l'ho saputo capire.
Si lasciò andare,
insieme a tanti suoi coetanei

 

Adesso il nome l'hanno cambiato. È diventato il Quartiere San Giuseppe. Nomen omen: un nome nuovo per un diverso destino. L'ex Villaggio ha oggi collegamenti alla città e un bel parco. Nuove vite aggiunte, vite vecchie scomparse. Chi arriva, nulla sa del passato, anche se i segni restano negli edifici, nelle case, nelle facce dei vecchi che sono rimasti.

 

Francesco Borghesi ha visto il luogo e i suoi segni, ha assimilato suggestioni di chi abitava o ancora vive al quartiere, ha letto libri e ha conosciuto Walter Paolucci, autore di Anic e dintorni (Ediesse). Abituato a lavorare in teatro - per cui da più una decina di anni realizza interventi audio e video - interpreta i luoghi come setting. Gli attori in scena in questo caso sono lo spazio reale e la memoria di chi vi ha vissuto un tempo.
Il videocomponimento, realizzato in sei quadri su due pannelli distinti, si apre e si chiude con un'immagine simile al tagliafuoco, la barriera di isolamento tra palco e platea, presentando vedute del villaggio, talvolta in sincrono, verticalmente sezionate, differenti o ripetute. Altre volte, le immagini divergono in direzioni opposte, come se lo sguardo fosse libero di vagare da un'altra parte o semplicemente fissarsi su un particolare. Basta un dettaglio per esprimere la sensazione dell'isolamento, per suggerire la ripetitività dei gesti e delle vite.
Nei video compaiono di rado anche brevi scritte estrapolate dai discorsi della gente che ci viveva: le parole entrano nel campo visivo, alcune volte esitando quasi, accompagnate da un suono ricorrente. Poche frasi che evocano una vita - il buio, l'isolamento, la puzza nell'aria, le voci, i corpi chiusi in fabbrica per 48 ore. Per le stagioni, per una vita intera.

 

Turni lunghi, orari spesso proibitivi.
Quarantotto ore settimanali.
Certe, sicure.
Non cambiava mai niente.
Così per un giorno, un anno
... per tutta la vita, infine.

 

Anche la memoria è operazione di addizione e sottrazione, è rivedere con gli occhi di oggi, modificare quindi. Nel lavoro di Francesco c'è questa coscienza nel presentare alcune immagini appannate, viste quasi attraverso un vetro. A volte repentini disturbi di immagine contrapposti a lente dissolvenze sfuocate restituiscono l'idea di eterogeneità del vissuto quotidiano - lo scorrere del tempo che il medium del video è in grado di rendere perfettamente -, a cui si aggiungono le sottrazioni di alcuni particolari: scompare una finestra, un ingresso, muta la facciata di una palazzina. Spariscono, come la gente se ne va, come le vite si modificano e si avvicendano.
Tre o quattro minuti di immagini così composte, in loop. Ma poi le immagini scartano un poco nelle successive ripetizioni, si differenziano per qualche particolare. Mi sembra un atto di grande delicatezza lasciare dei margini di cambiamento, delle variazioni quasi impercettibili. Lavorare per frammenti, ricostruire per scarti, per divergenze, rende meglio la complessità delle vite, e in un certo senso rispetta la memoria delle persone, delle storie che si intendono narrare.
Nel video ci sono quindi pochi rumori, non invasivi, vicini e lontani, in sincrono o fuori sincrono: sembrano quelli dello stabilimento, sono ronzii, le parole dei vicini, il rumore dell'ascensore. Sono frammentari e lontani, come fantasmi.
D'altra parte che suoni si può pretendere arrivino dalla memoria? O da quell'isola che non c'era ... ?

 

di Serena Simoni

 

Maurizio Battaglia (vincitore sezione Pittura / Scultura)

Nato a Cesena nel 1971 stagger_lee@tiscali.it
Mostre collettive
2006 Confini. Lo spazio del corpo, il corpo dello spazio, a cura di Vanja Strukelj e Maria Luisa Pacelli, Palazzo Pigorini, Parma. Selezione Regionale a cura del GAER.
2005 Contemporanea, Fiera d’arte di Forlì.
Spina Festival, a cura di Stefano Questioni e Silvano Voltolina, Palazzo Bellini, Comacchio (FE).
2004 Stop and go, a cura di Giancarlo Papi, Laboratorio dell’Imperfetto, Gambettola (FC)
2003 Gemine Muse, a cura di Davide Ferri, Istituto d’Arte, Forlì.
2000 Arti visive 3, a cura di Viana Conti e Guido Festinese, Palazzo Ducale, Genova.
Officina 2000, Mole Vanvitelliana, Ancona.
Mostre personali
2004 Epigono, a cura di Davide Ferri, Galleria dell’Immagine, Rimini.
2002 Stalingrado, a cura di Roberto Cresti, Sala esposizioni dell’Accademia di Belle Arti, Macerata.
2001 Da molto lontano, Saletta d’esposizioni d’arte contemporanea, Forlì.
1998 Personale, Galleria Graffio, Bologna.


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