> R.A.M. Giovani artisti di Ravenna e Provincia

15 - 30 marzo 2003

Santa Maria delle Croci, Ravenna

Lia Pari | installazione - performance

 

E' soltanto un occhio


La frase di Ingres, detta al cospetto di un quadro del giovane Courbet, suona ancora oggi come un giudizio al vetriolo: “La natura ha dotato questo giovane dei suoi doni più rari ... ma ... è soltanto un occhio”. Nulla di più esaltante poteva però essere opposto al grande artista del Realismo che fondava tutta la sua poetica su un’accecante idolatria della verità dello sguardo, della rappresentazione della realtà nuda e cruda. Era un atto di fede - impossibile credo oggi, dopo un centinaio di anni di messa in discussione della verità della visione e della univocità dello sguardo. Il tema rimane comunque ancora ricco di fascino proprio perché l’occhio non può esistere senza il complemento del cervello e la visione è un nulla senza il sostegno dell’interpretazione. Da qui si ritorna al potere seduttivo che sempre esercita questo organo, alle sue capacità bizzarre di ri-creare tutto ciò che ci circonda, alla sua opera di restituire senso a ciò che vediamo.

Il tema di molte opere di Lia Pari è l’occhio con la sua capacità parziale – o talvolta al contrario – la sua impossibilità di cogliere il reale nella sua totalità. Si tratta di utilizzare poeticamente il proprio sguardo instabile, qui con l’ausilio della macchina fotografica, che esplora e contemporaneamente ricrea tutto ciò che ci attornia, in una prospettiva ravvicinata che ci appesantisce il senso della frammentazione. E come le giovani generazioni sanno ormai sapientemente affrontare, il fatto che la realtà sia in cocci non preoccupa più nessuno: si può essere ampiamente soddisfatti gustandone la bellezza, ritrovandosi anche in quei piccoli dettagli che non hanno mai potuto restituire la totalità, per quanto inconsistenti. Dare senso è quindi “il vedere”.

In “Annunciazione” (2002), un trittico fotografico dal sapore apparentemente sacrale campeggiano tre immagini di addomi dello stesso uomo che sembrano in attesa di un impossibile spirito laico che li ingravidi; sulla lavagna su cui sono collocate le fotografie è uno schizzo dell’occhio in sezione, secondo la prospettiva della scuola filosofico-medica medievale di derivazione araba: nello schizzo un piccolo uomo sta dietro la pupilla pronto a cogliere - tramite i sensi - le forme del mondo. La logica del lavoro viene condotta sul filo analogico fra occhio fisico e quello cieco, al centro del corpo. L’ombelico è considerato un occhio anche per la cultura araba contemporanea: la scrittrice Assia Djebar fa una lunga disquizione sulla potenza degli occhi del corpo femminile, fra cui l’ombelico, che considera l’occhio ammiccante, una via di mezzo fra i due occhi non velati del viso e l’oscurità dell’occhio-sesso. Ma il tono del lavoro presente è meno inquieto: il gioco di rimandi non fa che interrogarsi sulle relazioni che esistono fra ciò che vediamo e ciò che presumiamo di sapere.

Altri lavori fotografici di Lia Pari tematizzano meno direttamente la relazione fra le azioni di sapere/conoscere/vedere: spesso la ricerca dell’artista indaga la banalità del quotidiano colto tramite uno sguardo ravvicinato – un bicchiere capovolto, una caffettiera, un cassettone o alcune bottiglie – che restituisce il reale sempre in maniera frammentaria, parziale. Il piacere consiste nella vocazione narrativa di queste visioni, in cui gli oggetti si nascondono, si sottraggono allo sguardo ma allo stesso tempo si propongono in forma narrativa. Il racconto riguarda l’oggetto stesso, la sua collocazione: è come se improvvisamente gli oggetti, come persone, appartenessero al nostro microcosmo, diventandone gli elementi essenziali, pieni di passato, ineliminabili. Una costellazione a cui ancorarsi perché parlano anche di noi.

Spesso la presentazione seriale delle immagini, disposte a coppie o a trittico, porta ad esaltare i valori cromatici e formali di queste parti di oggetti: il potere seduttivo dell’immagine è un dato quindi presente nelle opere, un incanto a cui potersi abbandonare per un attimo. Ma da qui a ricostruire la compiutezza di quelle visioni, l’integrità della loro storia, nessuna strada è aperta o percorribile.

Quando l’artista indaga i dettagli del corpo, secondo le modalità che già sono state descritte, si tratta ancora di “pezzi” - di piedi, di colli, di gambe e mani - il cui potere narrativo è ancora più forte data la personalizzazione che immediatamente operiamo di fronte a parti di un corpo umano, presumibilmente caldo e presente. Lo sguardo instabile ci racconta di altre vedute frammentarie, di identità mobili e nomadi, che possiamo ricostruire ogni volta ancora, ad ogni sguardo. L’occhio ci narra della leggerezza di un mondo complesso, mutabile, che ci può sedurre al di là di ogni controllo per quanto sia sempre – irrimediabilmente - sfuggente.

 

di Serena Simoni

 


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