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Komikazen - foto presentazione Pandemonio con Squaz e Gianluca Morozzi alla Libreria Feltrinelli, Ravenna
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Foto performance centro sociale Spartaco + workshop
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Komikazen - locandine
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Komikazen - scarica gli inviti ai singoli eventi |
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Mostra Becco Giallo
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Incontro con Vittorio Giardino al Liceo Artistico di Ravenna
Presentato da Nevio Galeati
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Mostra di Vittorio Giardino
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Incontro con Raùl
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Mostra di Raùl
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Mostra Le Man
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Mostra di Giuseppe Palumbo e Massimo Carlotto
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Associazione culturale Mirada
2° Festival Internazionale del fumetto di realtà
a cura di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini
12 ottobre 2006 – 8 aprile 2007
Galleria d’arte Mirada Via Mazzini 83 – 48100 Ravenna
Museo d'Arte della città di Ravenna
Loggetta Lombardesca Via di Roma 13 - 48100 Ravenna
CSA Spartaco, Via Chiavica Romea n. 88 - Ravenna
Figure / Figuri
Di Elettra Stamboulis
Non si possono vedere bene le cose di questo mondo se non guardandole alla rovescia
Gracian
Ho compreso da poco che dobbiamo vivere con solo il nostro punto di vista. Continuare a guardare tenendo aperto un occhio sì e uno no. Se dopo il minimalismo, il post moderno, il relativismo, lo scetticismo, e tutto l’-ismo che ci portiamo dietro, è rimasto qualcuno che ancora spera nella visione del narratore onnisciente, che conosce la storia a priori, che sa come andrà a finire, bene si faccia avanti senza esitare. Mi sembra che invece manchi a molti questo coraggio. Ho l’impressione che sia stato spostato lo specchio di Alice: il sonno abbia preso lo stesso spazio della veglia e il sogno nella narratività si sia impossessato della fertilità della realtà. Probabilmente è un epoca post barocca la nostra, in cui il teatrale ha da tempo preso il posto del reale. Ci mancano solo le parrucche, i pastrani …
La narrazione peraltro si pone sempre in una relazione fittizia rispetto alla storia narrata. Tutto è deformato: il tempo, le relazioni, le percezioni. Il fumetto espone questa falsità, usando il linguaggio simbolico per eccellenza, ovvero il disegno. È un modo utile per guardare alla rovescia.
Autobiografie “camuffate”
Lo spostamento del ruolo di narratore e narratario sempre alla prima persona è ormai una prassi comune anche nel fumetto. L’io impera nel racconto disegnato, anche se sappiamo dalla critica letteraria che spesso l’appropriarsi di un io narrativo nasconde la ricerca di un decentramento, di una distanza.
Viviamo in tempi in cui la rotta è molto stretta: non è un caso che anche nel fumetto di realtà impera la triade Sacco – Satrapi – Zograf (come in tutte le triadi il terzo può sempre cambiare…anche in poesia è così) non solo per la qualità, ma perché tutti sottopongono il narrato al proprio arbitrario punto di vista. Si pongono sull’orizzonte della vignetta a segnare un limite a quanto viene da loro sostenuto e raccontato. Al contempo, questa loro presenza fisica ne aumenta la pretesa di veridicità, ma è pur sempre una veridicità relativa. Non basta più un reporter coraggioso che ci dica: “Guardate, io c’ero. È andata così…”. Prevale generalmente la miscredenza. La creazione dell’opinione segue vie sempre più tortuose e difficili da seguire.
Abbiamo scelto per questa edizione di presentare autori molto diversi per segno e stile, ma accomunati da questa assenza di verve autobiografica. Malgrado le differenza, hanno in comune la scelta di raccontare storie decentrate dal sé, in cui il loro ritratto appare nelle modalità con cui si dispiega il ritmo della storia, dalla particolare scelta della linea o dalla sua assenza. Ma non raccontano propriamente la propria storia. Si nutrono delle storie altrui, seguono altri corsi. Inseguono la ricreazione dell’atmosfera di Europe ormai perdute (Giardino, Raùl), ricostruiscono le vite in bilico delle periferie metropolitane (Zezelj), mettono insieme i pezzi perduti delle cronache italiane ed estere con modalità che in parte ricordano la documentaristica fiction (Becco Giallo), oppure semplicemente leggono il quotidiano desacralizzandolo (gli autori di Leman). Tutti attraverso l’utilizzo di altre figure operano scelte nella lettura del reale e ci guidano ad un diverso apprendistato nella valutazione dell’arbitrarietà del nostro punto di vista.
Dirà un altro:
"Scommetto che si tratta di una figura."
Il primo risponderà:
"Hai vinto".
Dirà il secondo:
"Sì, ma purtroppo solo sul piano simbolico."
Il primo:
"No, nella realtà; simbolicamente hai perso."
Kafka (citato in apertura da G. Genette, Figure III, Torino 1976)
Per maggiori informazioni: http://www.mirada.it/komikazen2006
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Testi in catalogo:
1) Cronaca concernente il tempo Viola Giacometti - leggi
2) Danijel Zezelj o del dolore dell'assenza Sergio Nazzaro - leggi
3) A dark romance Andrea Plazzi- leggi
4) La Turchia ride: intervista ai fondatori della rivista Leman- leggi
5) NO PASARáN di Daniele Bonomo - leggi
6) SIAMO TUTTI PALUMBISTI! di Niki Tzouda - Yorgos Siounas - leggi
7) Raùl: Proteo del disegno spagnolo Elettra Stamboulis - leggi
1)Cronaca concernente il tempo di Viola Giacometti
La casa editrice Beccogiallo rappresenta una nuova realtà editoriale interamente dedicata alla realizzazione di libri a fumetti. Nata nell'aprile 2005 a Treviso, tratta unicamente storie di cronaca italiana e internazionale presentate in tre distinte collane: una Collezione di Cronaca Nera, una Collezione di Cronaca Storica e la recente Collezione di Cronaca Estera. Comune a tutti e tre gli ambiti è un’attenta e documentata “presentazione dei fatti”, affidata al linguaggio del fumetto.
L'idea di partenza muove dalla semplice considerazione che l'interesse per i fatti di cronaca si sta diffondendo sempre di più, soprattutto in televisione, nella saggistica e nel fenomeno dei film d'inchiesta, mentre è solo occasionalmente presente nel fumetto. Come spiegano gli stessi fondatori, Guido Ostanel, Federico Zaghis e Max Rizzotto, il progetto editoriale nasce dalla comune passione per una narrazione vicina alla forma del giornalismo d'inchiesta e del documentario, dove l'illustrazione abbia un ruolo particolare e centrale. L'unicità di questa proposta sta proprio nell'aver trovato una formula che coniuga abilmente l'approccio analitico delle inchieste, l'ampiezza narrativa dei romanzi e tutta la concretezza visiva del fumetto, vissuto come strumento privilegiato in grado di articolare queste molteplici intenzioni. Ed è proprio la natura duttile, malleabile, di questo mezzo - forse causa di tanti malintesi nelle alte gerarchie artistiche - che viene continuamente messa alla prova dai diversi autori all'interno delle cronache.
Le scelte della Beccogiallo sembrano guidate da quest’intenzione di lavorare ad uno specifico genere di romanzo a fumetto che, seppur connesso al crescente successo di pubblico e di critica della graphic novel in Italia, punta a una forma precisa in cui la pregnanza storica e documentaria del materiale narrativo è affidata ad una particolare interpretazione del racconto a fumetto, in un continuo rimescolamento dei generi e delle suggestioni visive.
L'illustrazione delle storie è affidata spesso a giovani autori, quasi sconosciuti, che si misurano con il tema prescelto a volte anche in veste di sceneggiatori. Ad ogni cronaca illustrata seguono altri testi e illustrazioni a corredo del caso: interviste, atti giudiziari o processuali, commenti di criminologi e una bibliografia specifica per eventuali approfondimenti. Il primo volume, Unabomber, che ha inaugurato le pubblicazioni di Beccogiallo, è in questo senso molto indicativo, esemplare di una linea editoriale poi confermata negli altri volumi. Sceneggiato da Igor Mavric, giovane autore di documentari, e disegnato dall'ancor più giovane Paolo Cossi, vincitore nel 2004 del Premio Albertarelli come miglior giovane autore italiano, sembra ammiccare al classico racconto poliziesco. Mavric presenta una sceneggiatura a tratti incalzante, soprattutto nei dialoghi tra gli investigatori, e in altri momenti minima, lasciando muti i disegni. Lo stesso Cossi offre almeno due diversi registri stilistici: le sequenze dedicate alla coppia di investigatori sono chiare, dal segno schietto e pulito dato da un netto stacco tra bianco e nero, luce e ombra, mentre quelle relative al misterioso Unabomber e alle sue vittime diventano cupe, dal tratto mosso dove dominano i grigi e l'approccio alla pagina sembra quasi pittorico. Pordenone, la provincia di Belluno nel 1933, la Milano dell'immediato dopoguerra, la cittadina di Correggio nell'Emilia sono alcuni dei luoghi protagonisti della collana nera. Al primo volume Unabomber, segue I delitti di Porto Alleghe, disegnato da Gianluca Manconi, premiato nel 2004 come migliore disegnatore al Torino Comics, e sceneggiato dall'autore di documentari Andrés Maraviglia.
Gli autori costruiscono un percorso narrativo ampiamente strutturato, alternando pagine fitte di dialoghi a momenti in cui l'immagine rimane sola e cerca una bassa e schiacciata orizzontalità, oppure occupa tutto lo spazio disponibile offrendo paesaggi urbani dall'alto o il primo piano di volto terrorizzato. Nella storia de La Saponificatrice di Correggio, Erika De Pieri ricostruisce con minuzia e precisione la vicenda di Leonarda Cianciulli: una venditrice d’abiti usati e di dolci fatti in casa processata nel 1941 per atroci delitti. Realizzato a colori, il lavoro rappresenta un'intensa interpretazione visiva di questa storia ai limiti del genere horror. L'autrice, alle prese con la sua prima cronaca a fumetti, firma delle tavole di grande maestria, molto cariche e piene, in cui spesso preferisce perdere la simmetria e la regolarità dei contorni delle sequenze lasciando che i personaggi si sovrappongano, si affollino in pagine quasi visionarie, dalle luci livide e tremolanti come quelle delle candele.
Una vicenda come quella di Rina Fort, scritta da Max Rizzotto e disegnata da Andrea Vivaldo, è sviluppata seguendo tutte le angolature del caso. La narrazione del delitto a sfondo passionale, di cui si rese protagonista una giovane donna milanese nell'inverno del 1946, è data da una minuziosa ricostruzione dell'eco mediatico che ebbe la vicenda. Anche qui, la cura nella resa visiva della narrazione è massima. Vivaldo interpreta abilmente le immagini patinate delle riviste alla moda, replicando le acconciature e le pose delle dive da rotocalco del tempo, accelera e rallenta la narrazione tagliando le sequenze in fette oblique e strette, oppure, fermandosi su un momento, un dialogo o un'espressione del viso con cui occupa tutta la tavola, o, ancora, riempiendo le pagina di ritagli di giornale giocando con i diversi font dell'epoca per cui è la stessa scrittura a diventare disegno. Dedicata ai casi della “memoria collettiva” è, invece, la collezione di Cronaca Storica.
Come per la cronaca nera, il metodo di lavoro è rigoroso, dettagliato e caratterizzato da un'analisi filologica dei fatti. Alcune storie offrono un punto di vista quasi intimo da parte dell'autore che lascia solo qualche piccolo spazio alla narrazione propriamente giornalistica degli eventi. Anche in questo caso si parte dal Friuli, per poi andare a Bologna nei giorni della strage e arrivare fino a Chernobyl. Il Terremoto del Friuli 1976, è il primo volume. Scritto e disegnato da Paolo Cossi, il libro ricostruisce la drammatica vicenda che coinvolse gli abitanti del Friuli Venezia Giulia nel maggio del '76 ed in particolare gli abitanti di Gemona del Friuli. L'autore ripercorre questa tragedia con semplicità e partecipazione attraverso il racconto di alcuni protagonisti, riproponendo la stessa spinta sperimentale di Unabomber, cercando soluzioni diverse per ogni pagina e per ogni sequenza.
Paolo Parisi, autore di diverse tavole per Selfcomics, Donna Bavosa e altri, ha scritto e disegnato Chernobyl di cosa sono fatte le nuvole. Lasciando sullo sfondo l'aspetto di pura cronaca, l'autore crea alcuni personaggi, tutti irrimediabilmente coinvolti nella tragedia: il bambino Sasha, il giornalista Aleksandr Lukasuk e l'amico Dr. Petr Kovalevnko e Nina, una donna ormai sola e senza più nulla che non si rassegna alla perdita dei due figli. Parisi presenta una narrazione asciutta, dai pochi dialoghi e dalle lunghe sequenze mute in cui predomina il suo tratto agile e leggero. Presentato da Carlo Lucarelli, uno degli ultimi volumi della collana di cronaca storica è dedicato a La strage di Bologna, sceneggiato da Alex Boschetti, già autore del romanzo Nera Neve, e disegnato da Anna Ciammitti. Il volume rappresenta una fitta ricostruzione della strage del 2 agosto in cui sono presentate e sviluppate tutte le diverse ipotesi investigative tenute conto dalla magistratura. Anche questo lavoro conferma la validità del rigoroso percorso delle edizioni Beccogiallo in cui il fumetto di cronaca trova una sua definizione, una sua particolare forza di “cronaca” - letteralmente “concernente il tempo” - nel ricostruire, raccontare e comprendere.
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2) Danijel Zezelj o del dolore dell'assenza Sergio Nazzaro
La metà dell'anno parlavo il dialetto dalmata,
e l'altra metà quello di Sarajevo,
ma nessuno mi credeva
perchè sapevano che sarei andato
sempre là dove non sono e
che avrei parlato come non parlo.
(Miljenko Jergovic)
E’ stupefacente, inquieto ed anche mirabolante. Al sodo dunque della questione dell’arte di Zezelj. Senza raggiri di parole, facendo primario il compito della critica: indicare il da farsi.
Ma quanta povertà risiede nella critica e nella sua parola. Noi condannati a doverle usare, maneggiarle e porle su carta, guardando con divorante invidia chi padroneggia il pentagramma, che discute abbandonando le parole. Lo stesso sguardo merita Zezelj, che si è assentato dalle parole, per la maggior parte del suo tempo. E poi alla scrittura il compito inverosimile di poter tracciare in un angusto spazio il confine dell’assenza?
No grazie, verrebbe da dire.
Ho venduto anche i libri di Danijel, in molte fiere. Non li ho solo letti e ammirati. Mi stupivo del silenzio delle mani che accarezzavano la carta. Mi sono sempre interrogato sulle frasi lasciate a metà, che tentavano di descrivere il perché quel libro era importante. Quale che fosse il titolo. Un’arresa, incondizionata. Un mano che porgeva il denaro, solitamente mai un sorriso, neanche quello di Majakovskij. Più che altro uno sguardo complice, quasi a dire: “so a cosa vado incontro”. Ed un altro pezzo di assenza di perdeva in mezzo alla folla.
Ma qual è il dolore dell’assenza, Danijel? Quale? Le pagine sovrastano il lettore, e quanto per un attimo ci si sorprende a pensare che sia quasi esercizio, la malinconia afferra alla gola. No, non sta scherzando. Non cerca il plauso dettato dalla vertigine. Eh si, le tue pagine celano, in una sorta di distopico horror vacui, l’assenza e la sottolineano. Mostrano un dolore che non sempre sa essere sempre composto. Si innalza, come di scatto, furioso, appassionato. Che forse possa sembrare gioco intellettuale il riversarsi tra concetti quali il dolore e l’assenza? Può darsi, ma è solo del migrante il comprendere le parole di quel dannato di Roger Nimier: “Il dolore, certo, il congiungimento di un uomo coi suoi punti cardinali”.
Tra le tavole e le sperimentazioni, tra i chiaroscuri, la ricerca incerta di una strada verso casa. Una strada che possa calmare gli incubi di chi abbandona la propria terra. Ricostruire mondi, partendo dalle particelle elementari di inchiostro. O forse l’inquietudine è nel non lasciare tracce dell’abbandono. L’Uomo dei Balcani ha cominciato a disegnare quando la festa scemava, quando la notte si incrina sulle note della desolazione. Avete presenti i matrimoni rurali dell’Europa dell’Est? All’inizio i violini e le trombe danno fiato alla follia, dopo allo strazio della riflessione. E forse Daniel ha cominciato a disegnare a mezzanotte nel giardino del bene e del male. Probabilmente il giardino era quello della mezza nota. E come si accumula il fumo di una Snagov nei polmoni, così i tratti delle sue vignette. Lasciando strati su strati di ciò che poi è e sarà assente, ma fa tossire e piega in due.
Assenza, maggiore presenza.
E rubo ancora a Jergovic le parole che non trovo in questa riflessione egoisticamente personale, che si muove come un avventore distratto in una kocsma: “Il dolore è immortale e perdura perfino quando non ci sono più coloro che potrebbero soffrirne”. Questo per me il senso su cui riflettere nella prosa per immagini di Zezelj. Certo, potremmo stare qui a discutere di molto altro ancora e per molto tempo, ma chi è assente, lo sarà comunque. Il rumore delle parole, che siano scritte o parlate non riesce a coprire l’imbarazzo del vuoto. E a nulla serve che il foglio di riempi di geometrie e di storie, lo sappiamo io e Danijel: ma consola. C’è l’angolo cieco in ogni sua storia. Avete presenti le metropolitane? Una qualsiasi va bene, di una qualsiasi città, orario di punta, folla, calca, lo sferragliare del treno che si mischia alla geometria delle viscere della terra. Il reale stringersi uno sul altro, senza toccarsi, quasi. Ecco uno degli angoli ciechi di Zezelj, lì dove si formano le storie. Spazi vuoti, solitudini reali. Alzate gli occhi per un attimo: corpi, metallo, curve sotterrane, virate l’iride, bianco e nero. Sembra che ci sia vita. Cemento, strutture e sovrastrutture, razze diverse, fattezze e tagli di abito diversi. Sembra che ci sia vita. Errore: solo silenzio e assenza. Abbassate lo sguardo, e noterete tra i piedi, tra le mani vuoti che fanno di tutto per non sfiorarsi. Uno spazio che somiglia ad un ballon. Ma non è scritto, mai. Qualcuno scende dalla metropolitana e sussurra: semitono del reale.
E bestemmiando nella devota orazione funebre della nona arte, Rex parla con le parole di James Vance: “Muoversi a tentoni nel buio provando a fare del bene a chi ami, con la strizza che vedano quanta hai paura di fare casini, ma andando avanti lo stesso perché qualcuno conta su di te…ecco cosa fa l’uomo. E’ tutto quello che un uomo può fare”. E un disegnatore, aggiungo mestamente.
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3) A Dark Romance di Andrea Plazzi
L’ultimo treno è una storia fumetti che Giuseppe Palumbo ha tratto del racconto Amore e odio di un gitano a Guernica di Massimo Carlotto e rappresenta una collaborazione diversa da altri esempi di adattamenti di opere letterarie, operazioni difficili che hanno prodotto alcuni capolavori (per tutti: Hoffman, Poe, Melville e Maupassant interpretati da Dino Battaglia) e una lunga serie di fallimenti e operazioni velleitarie.
Il racconto originale ha per protagonista un gitano che si arruola nelle forze repubblicane per vendicare lo sterminio dei suoi cari, massacrati durante il bombardamento di Guernica. Nel corso della Guerra Civile si ritrova coinvolto in una storia d’amore che terminerà tragicamente, segnando tutta la sua vita futura, e la sua morte.
Massimo Carlotto è un scrittore ormai affermato e di un certo successo di pubblico, noto per il suo impegno. Oltre che alla parola in prosa è interessato anche ad altri linguaggi, sia “parlandoli” di persona (scrive per il teatro) che facendo adattare da altri i suoi lavori, da cui sono stati tratti film, opere teatrali e naturalmente fumetti (L’ultimo treno è però il primo).
Giuseppe Palumbo scrive e disegna fumetti da circa vent’anni, è noto per versatilità, adattabilità e professionismo ed è uno di quegli autori in cui si dissolve definitivamente la distinzione quasi sempre puramente merceologica tra fumetto “d’autore” (o “d’arte”) e “popolare” (o “commerciale”). Abituato a firmare i testi di poche e selezionate storie, e per il resto a lavorare con sceneggiatori molto diversi tra loro, anche nelle opere altrui Palumbo lascia sempre tracce inconfondibili, al di là dello stile grafico peraltro molto personale. Col grande rispetto per gli altri che gli ha guadagnato la stima di colleghi e collaboratori, Palumbo fa sempre sua la storia.
Nel caso di L‘ultimo treno la storia – ma anche la scrittura, la parola – è forte, lo appassiona. Palumbo la adatta con interventi minimi, ricavandone una sceneggiatura per immagini scandite da didascalie tratte fedelmente dal testo originale. Ma la dimensione visiva è quella caratteristica del fumetto, quella che lo differenzia dalla parola scritta, ed è qui che Palumbo – a cui Borges deve stare simpatico – si inserisce con contributi personali in un gioco di ricordi e associazioni. Non “citazioni”, perché Palumbo non potrebbe mai perdonarsi un’operazione colta (o forse “colta”). Piuttosto, una trama affettuosa di echi e di rimandi, dalla vaga, inquietante circolarità. Ammiccamenti discreti di cui, lealmente, nei testi che accompagnano la storia Palumbo ci consente di ricostruire la mappa.
Scopriamo così che al gitano tradito e in fuga dà i suoi tratti l’artista andaluso José Ortega, già ospite delle carceri franchiste e la cui storia di vita incrociò la famiglia Palumbo, in quel di Matera. Città in cui nel 1975 Fernando Arrabal gira il film L’albero di Guernica e dove oggi Palumbo adulto sa ancora trovare le tracce del set che lo affascinò da bambino (quando forse imparò per la prima volta cos’era stata Guernica). Città che l’elegante pennellata di sapore impressionista, selezionata da Palumbo tra le tante tecniche da lui padroneggiate, trasfigura in Guernica.
Dalla Guernica basca alla Guernica di Arrabal, passando per Matera, dove José Ortega, in esilio, si sentiva a casa sua.
Jessica Abel, una brava fumettista statunitense, ha definito L’ultimo treno “a dark romance”, una cupa storia d’amore. È una bella espressione, chiarissima ma anche difficile da tradurre nella sua secchezza anglosassone, e della storia fornisce una chiave di lettura emozionale che va al di là dell’intreccio e delle tragedie personali, non solo amorose.
L’ultimo treno parla della malinconia gitana, della fierezza basca e della durezza con cui le circostanze possono travolgere le vite personali. Parla della Guerra Civile Spagnola, un conflitto fondamentale per la storia Europea, che scatenò tensioni fortissime, pulsioni feroci. Che come ogni guerra civile divise e lacerò il paese. A posteriori, è opinione condivisa che abbia risparmiato alla Spagna la mattanza della Seconda Guerra Mondiale, al prezzo di un conflitto sanguinoso, di una repressione durissima e di quarant’anni di dittatura brutalmente fascista e spietata verso dissidenti, minoranze e identità locali. I successivi trent’anni di regime democratico hanno solo iniziato il processo di guarigione, lento, discontinuo e tutt’altro che scontato, come testimonia il persistere della questione basca.
L’ultimo treno ci parla o ci dà almeno il sentore di tutto ciò, in poco più di quaranta pagine, ma probabilmente non basta.
Anche Carlotto e Palumbo devono essersi convinti di avere raccontato solo parte della storia, o di avere in qualche modo per le mani qualcosa di inespresso, perché l’hanno ripresa in mano per ampliarla e farne probabilmente un vero e proprio romanzo a fumetti.
C’è da aspettarsi non un semplice adattamento a un formato interessante e più vicino agli attuali standard editoriali, ma un’opera per certi versi nuova, con un respiro narrativo e visivo all’altezza dei suoi autori e delle forti premesse.
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4) La Turchia ride: intervista ai fondatori della rivista Leman
(curata da Elettra Stamboulis)
Questo è il risultato di un’intervista con uno dei fondatori della rivista turca Leman, Mehmet Ça?ça? e indirettamente anche all’altro co – fondatore Tuncay Akgün.Ho pensato che fosse inutile inserire anche le domande, visto che dalle risposte si ricostruisce il contesto. Leggendola, vedrete che essa non solo racconta la storia di una rivista, ma offre anche uno spaccato della società turca degli ultimi anni…
Sono nato nel 1959. Ho studiato all’Accademia d’Arte Mimar Sinan a Istanbul. Durante gli anni scolastici ho cominciato a pubblicare le mie caricature sulla terza rivista satirica più grande del mondo ovvero G?rg?r. Quella rivista fu un fenomeno in Turchia. Aveva una circolazione di 500.000 copie alla settimana. Visto che era letta perlopiù da studenti delle Scuole Superiori e universitari, persone giovani, essi lasciavano la rivista dopo che l’avevano letta nei cafè, nelle classi, sui tavoli... Così, secondo le ricerche, almeno 2.500.000 persone leggevano in realtà questa rivista ogni settimana.
La rivista, che era fatta di 16 pagine, raggiunse l’apice durante la giunta militare. Visto che, mentre nessuno si poteva opporre, noi potevamo disegnare i generali della giunta sulle nostre copertine. Mentre i quotidiani non potevano scrivere neanche una parola, noi potevamo disegnare personaggi che assomigliavano ai generali e opporci, criticare nella forma più dura possibile. E lo potevamo fare con scherzi spiritosi, in modo molto divertente.
Essendo i caricaturisti l’elemento più importante di Girgir, c’era qualcosa che ci limitava. La rivista era letta da tutta la società: dai bambini ai vecchi, dai conservatori ai democratici...Tutti la leggevano, così essa doveva piacere a tutti, rispettare tutti ... Cominciammo ad essere un po’ annoiati del fatto di non essere in grado di disegnare ciò che volevamo.
La lotta per la libertà per noi non era solo contro la giunta. Era per noi opposizione ai fascisti, agli islamici radicali, ai taboo, alla feudalità, agli elementi politici e culturali imperialistici...Questo non era possibile su Girgir. Così nel 1986, come gruppo di caricaturisti decidemmo di separarci e fondare una nuova rivista chiamata Limon, che oggi continua a vivere con il nome di Leman.
Eravamo marginali rispetto a Girgir, Girgir era mainstream ... Ma allo stesso tempo, Girgir è svanito piano piano, noi siamo sopravvissuti 5 anni con Limon, 15 con Leman. Siamo diventati “una scuola” in 20 anni dopo Girgir.
Il nostro stile è dolce – amaro, un’opposizione divertente, critica.
La 3a pagina di Leman contiene critiche sugli eventi, le notizie, le persone. Due scrittori perlopiù scrivono articoli sugli argomenti politici, ricerche letteratura, sociologia, storia ...
Il resto è umorismo sociale con disegni e scritti. ?l nostro umorismo in genere contiene elementi e tocca le condizioni della gente turca: la famiglia, i giovani, gli anziani, i conservatori ... E i personaggi sono basati su figure popolari. ?n particolare caricature.
L’ultima pagina della rivista è la nostra fonte di nuovi disegnatori. Giovani, appassionati disegnatori incontrano i lettori, il loro sviluppo può essere osservato e alcuni di questi fanno il salto da questa pagina alla rivista e diventano professionisti.
Leman ha anche un’attitudine attivista, azionista. La più importante associazione civile turca
“Sürekli Ayd?nl?k için Bir Dakika Karanl?k” è stata avviata da Can Yücel al Leman Cafè. All’inizio spense tutte le luci (era un’azione che prevedeva di spegnere le luci ogni notte dalle 9 in poi nel 1997) E fu di grande successo. Can Yücel è stato un importante poeta. Ha pubblicato le sue poesie su Leman negli ultimi anni. L’abbiamo perso nel 1999.
Ai primi tempi di Limon, il generale della giunta divenne il presidente della Repubblica, un personaggio chiamato “netekim”(era un’unica parola che il generale usava un sacco per combinare due frasi e le pronunciava storpiate. Significa “in realtà”). Il libro con questo personaggio diventò un best seller in quegli anni.
D’altra parte, l’immigrazione dalle aree rurali alle grandi città aveva cominciato proprio allora. La collisione tra la cultura dei cittadini e la cultura degli immigrati durante il processo di urbanizzazione fu l’oggetto del nostro lavoro in Limon.
La nostra lotta era per allargare il nostro spazio di libertà in un periodo di oppressione.
I caricaturisti amano raccontare storie usando personaggi fissi. In questo consiste la competenza, il talento, la maestria di questo lavoro. Un buon caricaturista crea un personaggio e in questo modo lui/lei creano un migliore contatto con il lettore e possono colpire meglio il lettore stesso.
Il personaggio, i nostri eroi non hanno poteri sovrannaturali, ma chi possiede i poteri è per prendere in giro i supereroi americani.
K?llanan adam:
Questo è un personaggio creato da Ahmet Y?lmaz.
É un uomo: oppositivo, un conservatore positivo, scettico verso i nuovi valori, molto rispettoso e protettivo verso i vecchi ma anche uno che sogna che i turchi un giorno andranno nello spazio. Sta seduto con le mutande e la canottiera tutto il tempo e ha sempre in mano un bicchiere di the. È il tipico padre turco.
Erkut Abi:
Personaggio creato da Kaan Ertem.
É un eroe con superpoteri. È contro la stupidità, la furberia, il diavolo ... Ha metodi molto originali per punire. Generalmente finisce per buttare il diavolo nello spazio.
Nessuna idea, pensiero, opinione degli umani lo sorprende. Tutto nell’universo per lui è normale, ma allo stesso tempo gli umani sono anormali.
Bezgin Bekir:
Personaggio creato da Tuncay Akgün.
È lento, calmo. È sempre seduto o steso sui cuscini con i suoi gatti e il suo narghilé. È un buontempone, un conforto per chi si sente vinto dalla velocità dei nostri tempi. È anche un attivista. È un intellettuale, ma questo lo percepiamo non dalle sue parole ma dalle sue azioni e dalla sua attitudine verso gli eventi.
“Bezgin Bekir” è diventato oggi un aggettivo nel linguaggio parlato per descrivere un certo tipo di persone.
Daral & Timsah:
Personaggi creati da Mehmet Ça?ça?.
Anche il nome di questi personaggi è usato come aggettivo nel linguaggio quotidiano.
Daral è il figlio di un padre molto ricco che cerca il senso della vita. Sua madre è morta quando era bambino, sua padre l’ha allevato. Ha un grande buco nella sua anima, non può riempirlo, si annoia e non sa cosa fare. Quando si incontrano, invece della verità ovvero che non hanno niente in comune, Daral si lega a Timsah moltissimo. Timsah è un fallito, ma per saltare in una classe sociale più alta, vive come un borghese. Non è un intellettuale, il suo mondo si basa sulle marche, il lusso e il sesso. È un Casanova.
Timsah è diventato uno dei personaggio più popolari tra i giovani. Nei primi anni di creazione, era un po’ estremo e immaginario. Ma oggi questo personaggio non è per niente originale, perché milioni di giovani sono di fatto come lui.
Kozalak:
Personaggio creato da Mehmet Ça?ça?.
È un tassista. È ignorante, rude, volgare ma anche coraggioso e aggressivo. Viene da un villaggio e insiste nel vivere in città seguendo le sue regole. È immorale, ma è molto moralista. Ha una ragazza, ?ehriye che porta il capo coperto dal velo e ha anche un amante travestito, Fethi. Ogni settimana ha un’avventura differente. È uno dei personaggi più divertenti.
Gönül Adam?:
Personaggio creato da Güneri ?ço?lu.
È un vecchio gentleman di Istanbul, un musicista, un “neyzen” (un suonatore di flauto ad ancia). Vive in un vecchio quartiere di Istanbul sul Bosforo, attorniato di vecchie case di legno.. Gönül Adam? e il suo amico francese Jean Pierre litigano sempre su Occidente e Oriente. Getta del simit (pane tondo turco con il sesamo) ai gabbiani mentre viaggio sul Bosforo in vaporetto, aiuta i pescatori vecchio stile, corre al salvataggio se c’è una vecchia casa in legno che va a fuoco...
C’è sempre una lacrima sul suo viso perché non può sopportare i grandi edifici che crescono uno dopo l’altro accanto alle vecchie case.
Anche Gönül Adam? è diventato un aggettivo nel linguaggio comune per descrivere un certo tipo di persone.
Recentemente Tayyip Erdo?an, il Primo Ministro turco, ha avviato un azione legale contro di me. In quanto proprietario della rivista, chiede un risarcimento di 13.000 euro e come disegnatore un risarcimento di 13.000 euro. I conservatori sono allergici alle critiche. Questa è la terza vertenza legale condotta contro la satira dal primo ministro. La leggendaria rivista Girgir aveva un editor leggendario, di nome O?uz Aral. Un volta disse: “Dio salvi gli ubriaconi e i caricaturisti”.
Finora ad essere sinceri ci sono stati disegnatori che Dio non ha potuto salvare. Durante il periodo della dittatura militari del 12 settembre 1980 un disegnatore è stato ucciso dai fascisti. Due persone del nostro staff sono state condannate alla prigione, , Güneri è stato imprigionato, Tuncay è vissuto come un fuggitivo per 15 anni.
Leman è distribuito anche in Germania, ma la nuova generazione di turchi non è in grado di comprenderci. Noi usiamo un linguaggio molto profondo, poetico e di strada. Alcune parole da noi usate non sono comprese neanche dai giovani qui. Ad un seminario universitario (ai quali ci chiedono spesso di partecipare), uno dei lettori ha detto al più giovane tra i disegnatori tra noi presente, “Tu usi troppe parole antiche ed ottomane. A volte non riusciamo a capirti”. Così anche per i giovani turchi in Germania è difficile comprenderci. Probabilmente potrebbero apprezzare Leman tradotto in tedesco. D’altro canto ci sono alcuni giovani turco – tedeschi che leggono regolarmente Leman e sono venuti a trovarci. Sono perlopiù rapper, come: Ceza, Panzer Fuat, Turbo, Ayben...Questa è gente della nuova generazione della Germania. Uno dei nostri disegnatori ha disegnato le loro biografie sulla rivista.
I disegnatori sono liberi di formare il loro stile personale nel disegno. L’interferenza è rara. Ma i disegnatori sono prima di tutto umoristi, il disegno viene in seconda istanza. Vedono il disegno come uno strumento per esprimere quello che vogliono dire. Cercano di sviluppare un nuovo linguaggio, un loro stile. Le somiglianze sono comuni tra gli stili perché c’è molta iterazione. Lavorano fianco a fianco, tutti insieme, come in un atelier. È una nostra tradizione. Solo i maestri e quelli che hanno più di 40 anni mandano i loro lavori tramite internet.
Le riviste che conosco sono: Mad, U Comix, Eco de savanes, Harakiri, Strapazin, Pontiki, Charlie Hebdo, Fluide Classical, Linus, Metal Hurlant
Siamo influenzati un po’ da tutte, ma meno da Mad, più da Harakiri e un po’ da Charlie Hebdo. Anche l’inglese Viz ci ha ispirato con i suoi personaggi. Per esempio c’è Altan in Linus, se lui vivesse in Turchia, lo avremmo sicuramente tra gli autori di Leman. Sarebbe un piacere avere Manara che disegna storie che “continueranno la prossima settimana”. Ci sono molti fan di Manara qui. Ho visto i suoi lavori in una sua mostra in Germania (o era l’Austria? Non ricordo).
Nel mio mondo e nel stile di umorismo, uno dei disegnatori che mi ha impressionato da giovane è stato Reiser. Da grande sono stato colpito Wolinski. Due disegnatori francesi... Vullemin mi colpisce invece con il suo espressionismo.
Tuncay mangia poco, io mangio un sacco.
Tuncay è uno strenuo lavoratore lento, io sono un grande lavoratore veloce.
Tuncay è cauto, io mi assumo i rischi.
Tuncay non riesce a stare seduto e a lavorare. ?o una volta seduto non riesco ad alzarmi e smettere.
Tuncay parla poco, io parlo un sacco, Güneri parla 5 volte di più di noi due messi assieme.
Entrambi non ci svegliamo prima di mezzogiorno.
Entrambi preferiamo il cibo fatto in casa, entrambi odiamo i fast food.
Ci piace fare le vacanze nel medesimo luogo, ci piacciono gli stessi cafè.
Entrambi siamo stati in Italia in passato, ma mai insieme.
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5)NO PASARáN di Daniele Bonomo
Ci sono degli argomenti che ricorrono quando si parla di Vittorio Giardino.
In primis la sua determinazione nel seguire la strada dell’Autore di fumetti ormai raccontata come una leggenda. Infatti l’ingegner Giardino ha abbandonato la sua professione per dedicarsi appieno alla letteratura disegnata, realizzando brevi storie per riviste fino a che, intorno ai trentanni nel 1982, ha pubblicato il suo primo libro: Rapsodia Ungherese.
Da quel momento la strada del fumetto d’Autore, in Italia ma soprattutto all’estero è stata la sua scelta quasi obbligata, anche perché già con il primo libro ha vinto premi a livello nazionale ed internazionale.
Altri argomenti ricorrenti sono: la sua grande passione per il cinema, l’idea del disegno funzionale alla narrazione, la mancanza avvertita del sonoro e della musica nei fumetti, il racconto della Storia.
Proprio della Storia ama parlare e proprio sulla Storia costruisce i suoi lavori.
Una Storia conosciuta da tutti, come quella della caduta del muro di Berlino in Jonas Fink o della guerra civile spagnola in No Pasarán, ma raccontata da un punto di vista inedito, da protagonisti che loro malgrado si trovano in una zona d’ombra di quel determinato contesto.
Spagna, 1938, un amico scomparso, bombe che continuano ad esplodere, giornalisti stranieri che accorrono alla ricerca di notizie fresche dal fronte, Max Fridman, la sua pipa. Questi gli ingredienti di una storia che potrebbe essere rapportata al nostro immediato passato. Potrebbe raccontare di Balcani e mine antiuomo, con la stessa forza ed emotività. Proprio le emozioni sono le prime ad arrivare al lettore. Dirette, semplici e in perfetta sintonia con dialoghi, colori e segno grafico.
La linea chiara delle tavole di No Pasarán ci racconta di una scuola di disegno nata sull’onda del sintetico tratto del Tin Tin di Hergé o di Blake e Mortimer di Edgar P. Jacobs. È per questo che aprendo un albo di Giardino sembra di entrare nel mondo di Tin Tin, ma con un tratto adulto e i contenuti che lo avrebbero visto protagonista se avesse avuto la barba anche lui. Sarà un caso che Max Fridman e Tin Tin hanno i capelli dello stesso colore? E che anche Blake e Mortimer fumano la pipa?
Altra caratteristica del disegno di Giardino è l’attenzione per i dettagli. Le ambientazioni vengono trattate con la stessa cura dei personaggi, tutto è al posto giusto e niente è lasciato al caso. Quadri, mobilio, edifici e mezzi meccanici su tutto c’è uno studio accurato, retaggio delle bande dessinée d’oltralpe e forse della pignoleria e precisione tipica di un ingegnere elettronico.
Se per il segno l’immediata connessione è con il padre della linea chiara, per la narrazione individuare dei punti di riferimento è più difficile, bisognerebbe ripescare nella letteratura (Graham Greene), nel cinema (Billy Wilder) o nel fumetto (Hugo Pratt), oppure evitare di ricercare sempre a chi deve qualcosa e in che modo, e pensare che in realtà tutte le influenze hanno fatto di Giardino l’Autore che tutti conosciamo.
La cura per la storia oltre che per il disegno è forse la marcia in più che ha reso possibile la distribuzione dei suoi fumetti in una ventina di paesi nel mondo, compresi Cina, Taiwan e Islanda.
Le due trilogie, sia Jonas Fink che No Pasarán sono al secondo volume e mostrano una visione adulta di intendere il fumetto come vero e proprio vettore culturale. L’intenzione di raccontare le storie personali dei protagonisti in un contesto storico reale, pone nel lettore un atteggiamento di curiosità nei confronti della Storia e dei suoi eventi, curiosità in parte sedata nella prefazione dei volumi, con un piccolo excursus sugli avvenimenti del tempo in cui si svolge il racconto. Una prefazione necessaria per far entrare nell’atmosfera in maniera consapevole, sempre cercando di fondere realtà e immaginazione senza mai scadere nella retorica e nelle frasi fatte.
- Sarà…Certo che Robert Capa non si metterebbe a tremare così per due bombe…
- E lei cosa ne sa? L’ha mai visto in azione?
- No però conosco a memoria le sue foto
- Io conosco lui!
In questo dialogo che vede Max Fridman, tremante quasi senza controllo dopo un bombardamento, parlare con un giovane fotografo c’è l’essenza della finezza narrativa di Giardino, che riporta la credibile realtà degli avvenimenti raccontati. Secondo Giardino infatti Fridman conosce il famoso fotografo Robert Capa. E così come Fridman conosce Capa, anche Giardino conosce Fridman, il suo passato, la sua famiglia, in un continuo gioco di intrecci tra reale e immaginario che avvolge di ulteriore fascino i lavori dell’Autore.
Reale e immaginario si fondono in salsa storica dando vita ad un’alchimia particolare che spesso non viene recepita dal pubblico italiano con la giusta attenzione.
Le tavole di No Pasarán ci offrono comunque un paio certezze: il fumetto è un prodotto culturale e Vittorio Giardino uno dei Maestri del narrare con le immagini.
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6)SIAMO TUTTI PALUMBISTI! di Niki Tzouda - Yorgos Siounas
Correva l'anno 1986.
Noi, da cinque –già– anni, pubblicavamo in Grecia la "rivista di fumetti (e non solo)" Babel, cercando di rimanere "immaturi", cioe continuare a vivere la utopia (?) della
collettività, della contestazione permanente, dei sogni comuni per la società. In pieno riflusso. Quando tutto cominciava a finire. Veramente immaturi!
Lui, Giuseppe Palumbo, aveva appena cominciato a pubblicare su Frigidaire, il cui
percorso seguivamo con attenzione. La consideravamo la rivista nostra "sorella". Avevamo presentato Frigidaire con un numero speciale, pubblicavamo da tempo Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli. E tra i "giovani lupi" (così li chiamava Vincenzo Sparagna) del fumetto italiano, spuntava nei nostri occhi Giuseppe. Con Ramarro, il suo super eroe masochista.
Ci siamo incontrati in quell'anno (A Lucca? E era forse a Napoli, quando Andrea Pazienza, di colpo, si è staccato dagli amici e gli ammiratori che lo circondavano e ha cominciato a disegnare sul muro un magnifico cavallo?). Palumbo era un ragazzo con amore per la Grecia, forse perché i suoi studi erano classici, aperto, gioioso, con grande talento, carismatico. Per fortuna, entravamo nei suoi interessi, essendo Greci e editori di fumetti.
Abbiamo presto scoperto che Giuseppe è un "movimento" da solo! Con una grande volontà di creare, di capire e aiutare gli altri, di contribuire a imprese collettive, di dare. ("Dare" è la parola chiave della sua personalita'). Dopo anni e tra amici, a questo "movimento si è dato scherzosamente un nome: Palumbismo!
Ha cominciato a pubblicare quando le riviste di "fumetti d'autore" entravano in crisi
profonda, fino alla chiusura di quasi tutte (che erano tante) verso la fine degli anni '80. (Babel è sopravvissuta grazie all'aiuto di autori come Palumbo, e a quel "non solo" che ci ha dato la possibilità di intervenire in temi come la droga, l'AIDS, la prigione, l'ecologia, la politica intesa come quella dei movimenti di contestazione che spuntavano qua' e la'. )
Ha cominciato con questo handicap, che lui ha trasformato in un vantaggio. Perché doveva trovare (meglio "aprire") una strada che tenesse conto della "realtà del mercato", rimanendo fedele al suo modo di vedere la sua arte..
Anche per questo, Giuseppe è un maestro. Ha scelto di vivere colle sue immagini narranti, creando un stile suo, inconfondibile. Da Ramarro a Tosca la Mosca, dalla sua molto coraggiosa e prolifica scelta di accompagnare Daniele Brolli nella avventura di Phoenix fino alle sua collaborazione con i giapponesi di Kodansha e gli americani di DC. Da Frigidaire a Bonelli, dai suoi contributi a "giornalini" di movimenti fino alle sue illustrazioni per libri scolastici. Dalla sua continua voglia di imparare e sperimentare (vedi, per esempio, la storia "Diario di un pazzo") fino alla sua attività da insegnante.
“L' ultimo treno” è un lavoro a parte nella suo percorso artistico. Con questo entra nel realismo, nella realtà che solo in modo allusivo era presente nei più dei suoi fumetti precedenti. Il suo interesse per le lotte libertarie del presente e del passato, la sua capacita' di capire i percorsi psicologici, complessi e "non eroici", di persone –quasi tutte le persone– che si trovano in mezzo a battaglie "eroiche", il suo disegno forte, trovano sbocco nel "adattamento a fumetti" del racconto di Massimo Carlotto, che parla delle avventure di uno zingaro nella guerra civile spagnola. Palumbo si identifica con lo zingaro: una persona libera per natura, curiosa per natura, dalla parte giusta per natura. Una persona che sa –per natura– che anche la "parte giusta" può diventare una gabbia per persone libere come lui.
Vorremmo tanto che facessimo noi questa esposizione. In omaggio.
In omaggio allo "zingaro delle immagini" Giuseppe Palumbo, amico, "compagno" di strada, maestro.
Ai venti anni della sua presenza artistica
Ai venti anni di un percorso prolifico.
Ai venti anni che ha "regalato" ai lettori di fumetti (e non solo).
Ai venti anni di un'amicizia.
Lo aspettiamo come ogni anno nel nostro Festival. A darci e a dargli respiro. Il suo respiro.
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7)Raùl: Proteo del disegno spagnolo di Elettra Stamboulis
La storia del fumetto spagnolo è speculare alla travagliata storia politica di questo Paese: se nel 1904 esce la prima opera a fumetti in lingua catalana, esso fino agli ’70 rimane emarginato al settore infantile, con rari esempi di lavori autoriali, e una produzione di massa di sapore spesso demagogico e benpensante. La stessa parola tebeo, che insieme ad historieta sta a significare fumetto in spagnolo, proviene dalla sigla TBO di una storica rivista illustrata sostanzialmente rivolta ai bambini. D’altro canto nel periodo franchista questo medium fu utilizzato proprio a fini didattico – educativi, come strumento di diffusione di una ideologia maschilista e autoritaria, fortemente controllata dalla censura.
Quando guardiamo quindi a questo mondo a strisce, dobbiamo sempre tenere presente la sua tenera età, per potere anche meglio apprezzare l’incredibile varietà e l’alta qualità degli autori che dalla penisola iberica ci si presentano. Nel 2002 una selezione importante di questi autori era stata presentata al Comicon di Napoli, curata da Miguel Angel Martin. Figuravano artisti eccezionali, un po’ locos, ma sicuramente con una personalità spiccata, virtuosi stilistici e con molte cose da raccontare.
È pure vero che la produzione spagnola ha subito un forte rallentamento negli ultimi anni; sono morte riviste storiche come El Vibora, e in generale il mercato è un duopolio quasi assoluto di Marvel e manga, con pochissimo spazio per le altre produzioni, tanto che ad esempio i personaggi Bonelli non hanno mai avuto riscontro di pubblico, a differenza di molti altri Paesi europei.
In modo paradossale, è quindi più facile che altrove incrociare autori straordinari con Raùl, il quale ha una capacità camaleontica di mutare stili, utilizzare tecniche e modalità espressive, non perdendo la sua identità nel segno. Il suo curriculum da solo ce lo dimostra: egli ha frequentato tutte le declinazioni che il disegno può prevedere. Dal romanzo grafico con sceneggiatore Felipe H. Cava, al disegno animato per importanti major americane, all’illustrazione e produzione vignettistica per la stampa quotidiana… Un poliedrico operaio del disegno, capace nello stesso libro di passare da uno stile bande dessinè francese a tavole pittoriche che potrebbero tranquillamente essere esposte in un museo d’arte. La sua maestria non è però manierismo. Egli non ricalca le orme di altri disegnatori per farne il verso o per esporre ingenuamente la propria capacità sulla carta. La sua scelta è molto più intrigante e sottile. Egli gioca sul fil di lama dello stile, inteso come portatore di messaggio, di un portato che esula dalla parola e dal dato sequenziale. Il suo disegno si inserisce nella narratività della storia come un elemento di senso e non solo di rappresentazione.
Il cambio di umore del segno, del colore, dello stile, accompagna di pari passo lo svolgersi dell’azione, in particolare in un’opera come Berlin 1931(1). In esso c’è una qualità quasi schizofrenica di applicare lo stile al contenuto: dal 1° capitolo Il re del Congo, dove le speranze e i sogni di due bambini nella fragile Repubblica di Weimar sono rappresentate con un segno, che pur mantenendo la sua forte caratteristica pittorica, appare soprattutto negli occhi del protagonista (ingranditi e tondi, allusivi alle modalità manga…) più tipicamente classico, alla francese appunto, al brusco cambio di rotta della seconda storia Solo sogni¸ dove ci appare un Raùl che si appressa a Grosz e alla sua spietatezza. E spietata è la storia, un frammento sparuto senza nomi e dettagli che ci racconta la fine di un sogno, di una speranza. La morte di una donna che ha un uccello tatuato, “Queste…donne hanno spesso uccelli tatuati…”. Si registrano solo i commenti di un ispettore e del suo collega: “Bolscevichi. Cinema. Solo sogni.” “Come il soggetto del tatuaggio”.
L’essenzialità dialogica viene mutuata dal significato segnico: da tutto quanto emerge nel nostro sguardo mentre osserviamo la rappresentazione. È un processo di deja vù, di agnizione visiva, che ci permette di recuperare, riconoscere e immergerci in un mondo, quello della Germania tra le due guerre, che qui viene restituito attraverso la memoria artistica. La deformazione dadaista, l’utilizzo del collage, del segno incisorio mano a mano che la storia prosegue si trasformano sempre più in dissoluzione pittorica. Non sono più vignette, ma quadri veri e propri quelli che ci si presentano. Ognuno racconta una storia così come solo un quadro sa fare. Potrei esitare nel definire tutto ciò fumetto, se io non rispettassi questa arte in modo assoluto. Le immagini diventano sempre più ombre, la figuratività viene a mancare per arrivare ad essere nell’epilogo finale acquerello bianco e nero, con inserzioni acide. Macchie che preannunciano un’ecatombe che ancora stentiamo a credere, quella della Seconda Guerra Mondiale.
Questa scelta mimetica di Raùl continua in Finestra sull’occidente(2), realizzato sempre in tandem con Felipe H. Cava: un diario visivo di un viaggio in Russia nel 1990. Giusto un attimo prima dalla fine…anche in questo caso ritorna questa malia da vertigine dell’indagare proprio la discesa della speranza. Il termine di un cammino. I ritratti fatti nelle strade, nei mercati, nei negozi di questo strano Paese, rievocano nell’artista i propri nonni, la propria genealogia perduta nella travagliata storia spagnola. Diverse coordinate geografiche, medesima sofferenza. E il segno diventa tragico, spesso, da carboncino, a volte volutamente grottesco. Non dimentica però la propria missione comunicativa: diventa simbolico, recupera stilemi primitivisti. Forse per segnare un ritorno al primitivo di una società ad un passo dalla vertigine del nuovo. Si espone all’astratto, ma poi all’improvviso riemerge la figurazione: si impone uno stile che rievoca lo scratch board. Ogni volta noi dobbiamo aggiustare l’occhio, chiederci che cosa ci viene raccontato e che cosa ci dice questo segno proteiforme.
Credo che in ultimo la dote più caratteristica di questo straordinario disegnatore iberico sia la sintesi. Ne ho avuta la quasi matematica certezza quando ho visto le sue illustrazioni, apparse per molte anni su El Pais. Se da illustratore di stampa, egli risulta più stabile nello stile, è sempre in vigore il principio un segno, un significato. Sappiamo bene che la scrittura alfabetica ha abituato la vista umana alla decifrazione simbolica, al passaggio da un codice segnico ad una immagine per traslato: questo tipo di procedimento viene definito intelligenza sequenziale(3). Se guardiamo invece un’immagine, dobbiamo affidarci ad una intelligenza simultanea. Non esiste una gerarchia, qualcosa da leggere prima e qualcosa dopo, come nell’intelligenza sequenziale, quando dobbiamo per forza seguire una successione rigorosa e rigida. Nelle illustrazioni, così come nel lavoro di disegnatore di fumetti, Raùl è comprensibile utilizzando non solo l’intelligenza simultanea, ma anche quella sequenziale. C’è sempre anche uno scritto in filigrana o comunque un ordine simbolico allineato che deve essere seguito per comprendere il significato dell’immagine stessa, che ci racconta propriamente una storia.
(1) Cava – Raùl, Berlin 1931, Editorial Casset 1991 (ed. spagnola), Amok Editions 1998 – 2000 (ed. francese), Avant – Verlag 2001 (ed. tedesca).
(2) Cava – Raùl, Ventanas a Occidente, Ministerio de Cultura – Luca Editorial – El Ojo Clínico 1994. ( ed. spagnola) Amok Editions 1995. (ed. francese).
(3) R. Simone, La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo. Laterza, Bari 2000.
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Komikazen: 2° Festival Internazionale del fumetto di realtà
Curatori: Gianluca Costantini e Elettra Stamboulis
Sedi: Galleria d’arte Mirada Via Mazzini 83 – 48100 Ravenna
Museo d'Arte della città di Ravenna - Loggetta Lombardesca Via di Roma 13 - 48100 Ravenna
CSA Spartaco, Via Chiavica Romea n. 88 - Ravenna
Enti organizzatori: Associazione Mirada e Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune e della Provincia di Ravenna
Periodo: 12 ottobre 2006 – 8 aprile 2007
Associazione Mirada
Tel ++39 0544 217359 / ++39 346 492 56 33_
info@mirada.it www.mirada.it
Web design: Nowhere.it
Grafica e catalogo: Recreo |