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Foto Seminario Joe Sacco
       
 
     
 
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Foto Museo dell'illustrazione di Ferrara
       
 
     
 

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Foto Ljubljana - Stripburger
       
 
     
 

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Rassegna Stampa

1) Il reporter cartoonist che disegna le guerre
di Marco Romani - Avvenimenti n°3 2002 leggi

2) Palestina una tragedia a strisce
di Daniele Brolli - L'Unità, 1 febbraio 2002 leggi

3) Arte e storia
di Nicola Violi - Il Mucchio Selvaggio febbraio 2002 leggi

4) Fumetti dal Fronte
di Gian Domenico Iachini - Alias n°5 febbraio leggi

5) Il fumetto: arte e comunicazione
di Peppino Pelliconi- Università aperta leggi

6) Palestina a fumetti nelle strisce di Joe Sacco
di Rica Celi - MUSICA di Repubblica leggi

7) Il segno di Joe Sacco
di Antonella Cornicelli - Terra di Mezzo 2002 leggi

8) Joe Sacco - giornalista
di Manuela Gandini, Il sole24ore 3 febbraio 2002 leggi



JOESACCO@INGUINE.net

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E' una video-animazione realizzata in occasione della mostra "Nuvole da Oltre Frontiera" dedicata a Joe Sacco, Ravenna dal 1 Febbario al 2 Marzo 2002.

Autori che hanno partecipato al progetto:
Andrea Accardi, Alberto Corradi, Alberto Lavoradori, Barbara Fagiolo, Claudio Parentela, Davide Reviati, Gianluca Costantini, Laura Bagliani, Luisa Montalto, Marco Bailone, Michele Petrucci, Maurizio Ribichini, Maicol e Mirco, Sacco e Vanzetti, Squaz.

Mostre Joe Sacco - Nuvole da oltre frontiera

1) "Luoghi di Concentramento"
a cura di Manuela Gandini
22 maggio - 7 luglio 2002
Artandgallery, via Arese 5 Milano

2) "STRIP WARS. Echi di guerra nel fumetto", la serietà dell'ironia
6 giugno - 13 giugno 2002
Palazzo del Turismo di Riccione

3)"Matite al Veleno" Bagnoli & Nuvole
27 giugno - 4 agosto 2002
Città della Scienza



MONITORAGGIO ETERE

Radio Bruno - Lunedì 28 gennaio 2002
Intervista di Siriana Conti a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 11.00

Radio Tau - Lunedì 28 gennaio 2002
Intervista di Carlo Magistrerri a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 16.00

Radio Kappa Centrale - Martedì 29 gennaio 2002
Intervista di Gianluca PErdoni a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 11.30

Radio Fujiko - Martedì 29 gennaio 2002
Intervista di Giuseppe Morello a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 13.00

Radio Nettuno Onda Libera - Martedì 29 gennaio 2002
Intervista di Cristina Carisi a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 15.30

Radio Città del Capo - Martedì 29 gennaio 2002
Intervista di Piero Santi a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada e al giornalista Joe Sacco, in onda nella trasmissione Humus delle ore 18.30

Ciao Radio - Giovedì 31 gennaio 2002
Intervista di Debora Montanari a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 9.30

Radio Zero - Giovedì 31 gennaio 2002
Intervista di Rita Missiroli a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 11.30

Radio Gamma Regione Romagna - Giovedì 31 gennaio 2002
Intervista di Tania Allegri a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nel TG del 4 febbraio delle ore 17.25 e in replica delle ore 19.45

Radio 24 - Giovedì 31 gennaio 2002
Intervista di Angela Feo a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada e al giornalista Joe Sacco, in onda nella trasmissione Elsa Poppin delle ore 19.30

RCB Radio Castelbolognese - Giovedì 31 gennaio 2002
Intervista di Monica Martinengo a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 17.00

Radio Città 103 - Venerdì 1 febbraio 2002
Intervista di Sandra Salvato a Elettra Stamboulis dell'Associazione Mirada, in onda nello spazio cultura delle ore 14.00

Radio Rai Tre - Venerdì 1 febbraio 2002
Intervista di Carlo D'Amicis al fumettista-giornalista Joe Sacco, in onda nella trasmissione Fahrenheit alle ore 14.45

E' TV - Lunedì 4 febbraio 2002
Servizio di Gabriele Sciarra sulla mostra Nuvole da oltre frontiera in onda nel TG delle 19.30

E' TV - Giovedì 7 febbraio 2002
Intervista di Marco Rossi a Elettra Stamboulis dell'Associazione Culturale Mirada, opsite del TG in onda alle ore 19.30

Rai News 24 - Mardtedì 5 febbraio 2002
Servizio di Lorenzo di Las Plassas in onda nella trasmissione Imago e in replica fino a domenica 10 febbraio 2002

Rai Tre Regione - Giovedì 14 febbraio 2002
Servizio di Alessandra Finzi sulla mostra Nuvole da oltre frontiera in onda nel TG3 delle ore 14.00

Rai Uno - Lunedì 25 febbraio 2002
Servizio di Gianni Maritati sulla mostra Nuvole da oltre frontiera in onda nel TG1 delle ore 17.00

Associazione culturale Mirada

NUVOLE DA OLTRE FRONTIERA
Mostra del fumettista- giornalista Joe Sacco

1 febbraio- 2 marzo 2002
Museo d'Arte della Città - Loggetta Lombardesca

Dal 1 febbraio al 2 marzo 2002 la città di Ravenna (Museo d'Arte della Città - via di Roma, 13) ospita Nuvole da oltre frontiera, eccezionale mostra antologica delle "strisce" di Joe Sacco, fumettista-giornalista maltese, statunitense di adozione. La mostra, curata dal giornalista e scrittore Daniele Brolli, è organizzata dall'Associazione culturale Mirada, promossa dall'Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Ravenna, con il contributo della Provincia di Ravenna e della Regione Emilia Romagna.
L'esposizione ravennate propone 80 tavole originali a fumetto, tratte dalle opere Palestina, una nazione occupata (unica tradotta per ora in italiano) e Strip of Gaza. Accanto alle strisce più famose anche vignette meno note al pubblico italiano: alcune estratte dal libro dedicato alla Bosnia, Safe Area Goradze, ed altre ancora apparse sulla rivista Time. Proprio in occasione della mostra, la casa editrice Mondadori pubblica, in una nuova traduzione di Daniele Brolli, Palestina: Una nazione occupata e Striscia di Gaza.
Già vincitore del prestigioso premio giornalistico Pulitzer, Joe Sacco è sicuramente uno dei cartoonist più interessanti del panorama internazionale, perché utilizza la tecnica del fumetto per tradurre reportage di grande attualità. In un'intervista descrive così il suo lavoro: "Ho passato molto tempo seduto nei bar a parlare. Se la gente parlava di rock, anch'io parlavo di rock. A me interessa capire ciò che le persone ritengono importante, cosa pensano. Questo mi permette di entrare nel mondo in cui vivono". Sacco procede, infatti, raccogliendo frammenti, da qui nascono isuoi sevizi: si tratta di una forma particolare di giornalismo, in cui combina abilmente gli strumenti propri del reportage classico con il fumetto. Proprio attraverso questo linguaggio riesce a costruire dei ponti, che vanno ben al di là della semplice trasmissione di informazioni, poiché coinvolge emotivamente i lettori e li avvicina alle persone e alle loro storie. "Voglio che i lettori - continua nell'intervista - sentano empatia, che apprezzino le storie umane dietro i titoli gridati. Voglio che i lettori capiscano come la Storia può scorrere sopra la testa delle persone e distruggere le loro vite. Voglio che i lettori apprezzino come sono fortunati a vivere in un posto dove c'è la pace da lungo tempo". Nel 1994 viene pubblicato dalla Fantagraphics, casa editrice di fumetti underground di Seattle, Palestine: a nation occupied, resoconto giornalistico e racconto per immagini di due mesi trascorsi dall'autore, tra il 1991 e 1992, in Israele e nei Territori Occupati. L'interesse suscitato da quest'opera negli Stati Uniti è notevole, tanto che il libro è recensito positivamente da numerosi giornali (New York Times, Washington City Paper, Details…) e nel 1996 vince il prestigioso American Book Award.
Naseer H. Aruri, docente di Scienze Politiche presso l'università del Massachusetts, scrive in proposito: "Sacco ha brillantemente e acutamente catturato l'essenza della vita sotto una prolungata e repressiva occupazione. Ogni pagina è equivalente ad un saggio su uno dei molti aspetti dell'occupazione". L'opera di Joe Sacco ha, infatti, l'intento di dare voce ai palestinesi, riportando le loro storie e il loro punto di vista. "Non avevo alcuna intenzione di pormi nel mezzo, fra le parti - ha ammesso l'autore - sto solo cercando di portare fuori le storie dei palestinesi". Impegno certo non da poco per un artista cresciuto negli USA, che, come lui stesso ha detto, si è avvicinato alla questione palestinese partendo dallo stereotipo "palestinese=terrorista". Il progetto dell'intera opera ha richiesto più di tre anni di lavoro ed è stato realizzato in 9 parti, raccolte poi in due volumi: "Palestine: a nation occupied" e "Palestine: in the Gaza strip". Lungi dall'idealizzare le persone, che rivivono nei suoi disegni, l'autore riesce, con un sapiente uso dello humour, a rendere la narrazione più leggera. I palestinesi acquistano, così, una loro individualità, non sono più un tutto indistinto, diventano uomini e donne con idee politiche, problemi familiari, voglia di sorridere. Il fumetto, nelle sue opere, riesce a comunicare una consapevolezza delle situazioni che sarebbe difficile ottenere con altri media. "I fumetti, dice il cartoonist, possono offrire una gamma tale di informazioni visive da rendere un posto, qualsiasi posto, reale agli occhi del lettore. E non solo un posto, ma anche le persone, perché attraverso i dettagli del paesaggio ciascuno può vedere cosa essi indossano, come lavorano il legno, come sono arredate le loro case".
Durante l'esposizione sono, inoltre, proiettati anche diversi video sull'artista e sui temi della guerra in Medioriente. Il catalogo della mostra, a cura dell'Associazione Mirada, comprende i contributi critici di Daniele Brolli, Carlo Branzaglia, Ferruccio Giromini, Sandro Staffa, Marco Pellitteri, Maria Nadotti, Aleksander Zograf.
Accanto alla mostra l'Associazione Mirada ha organizzato una serie di EVENTI COLLATERALI, che vedono direttamente coinvolto l'artista, ospite a Ravenna. Nella mattinata di venerdì 1 febbraio (ore 9.30), dopo i saluti delle autorità locali, Joe Sacco tiene una conferenza presso Palazzo dei Congressi (Largo Firenze), sui temi del proprio lavoro artistico e documentario e sul conflitto tra Israele e Palestina, aperta al pubblico ed in particolare rivolta agli studenti delle scuole medie-superiori di Ravenna. Intervengono inoltre Daniele Brolli e Luisa Morgantini, europarlamentare e presidente della Commissione rapporti con Authority palestinese. Sabato 2 e domenica 3 febbraio un seminario indirizzato soprattutto ad artisti e fumettisti, con Sacco ancora come protagonista, presso lo storico ostello San Francesco di Bagnacavallo (Via Cadorna, 10 - Bagnacavallo, RA) recentemente restaurato. Il seminario sarà sia pratico che teorico: i lavori realizzati, in questa occasione, dagli artisti partecipanti potranno essere in seguito inseriti nella mostra dedicata a Sacco, che sarà itinerante in varie città d'Italia e Paesi europei.
Sabato 2 febbraio, inoltre, in occasione della mostra anche il concerto del gruppo pugliese Radio Dervish, formato da un musicista italiano ed un cantante palestinese presso la Chiesa di S. Domenico (via Cavour).
Ingresso mostra Euro 2,50

Testi in catalogo:

1) Introduzione Lisa Dradi - italiano / english
2) Nuvole da oltre Frontiera Elettra Stamboulis - italiano / english
3) Gli occhiali di Clark Kent Ferruccio Giromini - italiano / english
4) Perchè leggere Joe Sacco Marco Pellitteri - italiano / english
5) Joe Sacco: Uno story-teller in Palestina Maria Nadotti - italiano / english
6) Per una pregnanza della... Carlo Branzaglia - italiano / english
7) L'osservatore Aleksandar Zograf - italiano / english
8) Pizza, mandolini e underground Sandro Staffa - italiano / english
9) Intervista Marco Antonini - italiano / english
10) Inguine.net Vanni Brusadin - italiano / english

1) Introduzione Lisa Dradi
Il titolo di questo progetto cita la parola frontiera. Una parola che chiude, ma allo stesso tempo apre allo sguardo il mondo. Questo progetto, che il nostro Assessorato segue da tre anni, ha più volte incontrato il concetto di confine e alterità: nell'esperienza di tournée del ragazzi di Parada da Bucarest, con la mostra, dal titolo in un certo senso profetico, Peshawar di Chiara Dynys dell'anno scorso.
Al contempo forte è però il radicamento sul territorio: non è un caso che queste invasioni, per usare un termine forte, si colleghino strettamente e dialoghino con un concorso per i giovani artisti della Provincia. Il risultato è una disseminazione di esperienze ed uno scambio proficuo, che non può che alimentare, a mio avviso, le intelligenze ed aprire finestre sul mondo.
Contiamo di potere rendere itinerante questa mostra, arricchita anche del lavoro dei giovani che parteciperanno al seminario con Sacco. Già la prima contaminazione c'è stata con il progetto parallelo di inguine.net, sito in continua costruzione sul fumetto, che ha lanciato un concorso per fumettisti italiani ispirato alla mostra, il cui risultato sarà esposto in mostra. Nuvole da oltre frontiera è divenuto di fatto un work in progress che non cataloga, non chiude ed in un certo senso si oppone al concetto di frontiera più
comune, quello di confine.
Abbiamo messo in cantiere un processo continuo, ed in fondo che cos'altro è questo nostro lavoro se non questo?

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2) Nuvole da oltre Frontiera Elettra Stamboulis
Nuvole: hanno sempre ronzato intorno al farsi della cultura cosiddetta occidentale. Dalle Nuvole di Aristofane (guarda caso una metafora parodica del grande filosofo Socrate) al loro rivelarsi ingombrante del barocco, alle ultime, ultimissime Nuvole in viaggio disincantate del film di Aki Kaurismaki.
Sono d'altra parte la forma cangiante in cui le parole si insediano nel fumetto, forse la forma più innovativa di comunicazione del novecento, nonostante ci siano esempi antecedenti.

Frontiere: linee che occupano la mente e lo spazio. Alfabeto principale dell'esilio, del controllo e del senso del limite del contemporaneo. Anche qui i grappoli di significati che sgorgano da questa immagine si mettono subito in fila nel nostro immaginario. Il segno di confine serve per stabilizzare la realtà. L'angoscia del territorio senza limiti va riscattata culturalmente (grande intuizione antropologica debitamente studiata da Ernesto De Martino): ecco che nascono confini, segnati da simboli. Intorno alle frontiere si accendono le contraddizioni più profonde del convivere umano. Ma non siamo qui per analizzare e filosofeggiare, che non è il nostro lavoro.
Queste sono parole e sensi intorno ai quali costruire immagini ed esperienze. Le mettiamo in evidenza per cercare di esplicitare quale percorso ci ha portato all'appuntamento con Joe Sacco.

In genere i nostri progetti nascono da incontri casuali, che si intrecciano sempre fortemente con le nostre vite. In questo caso un attraversamento di frontiera fisico, quello della linea verde tra Israele e i Territori Occupati. Al ritorno del viaggio, Gianluca Costantini (fumettista anch'egli) mi ha atteso con Palestina. Una nazione occupata in mano. L'idea di mettere insieme un progetto di visione di più sguardi sui confini e sull'essere altro in mezzo a coloro che i confini delimitano, era una sfida. E questo è il punto che più ci ha incantato del lavoro di Sacco. Poi c'è ovviamente la perizia del segno, l'ironia e l'autoironia (sale indispensabile per non diventare missionari, precettori e/o arringatori di folle), la capacità narrativa dell'arte sequenziale nei suoi migliori esempi. Ma quello che più ha attirato la nostra attenzione è il senso di responsabilità del proprio sguardo che emerge dai lavori di Sacco. L'essere consapevole della propria limitatezza e del proprio confine, che esula dall'attraversare frontiere fisiche. Le più solide sono quelle che ci portiamo dentro. Una grande muraglia che attraversa la retina e il cuore.

Il progetto di Nuvole da oltre frontiera si è poi alimentato della cornice di R.A.M., che vede oltre al mero momento espositivo, un momento di incontro e scambio tra l'artista invitato e i giovani artisti italiani. La colonna sonora virtuale del progetto, ovvero il concerto dei Radio Dervish, nasce anch'essa da una assonanza con l'indagine su sguardi, confine ed in questo caso anche lingue. In un certo senso essi sono l'anello di congiunzione alla mostra di Chiara Dynys dell'anno scorso, Peshawar.
Ci sentiamo di parlare di deboli anelli e sassi nello stagno, nella costruzione di questa rete di interventi culturali che siamo andati a progettare.
Speriamo che qualcosa resti di questo "giorno".

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3) Gli occhiali di Clark Kent Ferruccio Giromini
Il giornalismo a fumetti di Joe Sacco è una vera benedizione: non solo in sé, per tutti i suoi meriti intrinseci, ma pure perché è una dimostrazione lampante che quello dei comics è in generale un linguaggio tuttora ricco, autonomo, pieno di sorprese, al quale sono concessi assi nella manica altrove impensabili. E ciò risulta evidente, almeno in questo caso, per due motivi fondamentali.
Il primo - che riguarda strettamente il giornalismo - è che rispetto ai colleghi dei giornali o della televisione, il comic journalist ha palesemente bisogno di molto più tempo per realizzare i suoi reportage. E questo requisito, solo in apparenza un ostacolo, senza dubbio invece giova alla riflessione, alla verifica più approfondita delle fonti, alla maturazione del giudizio, e probabilmente, infine, ad una visione più obiettiva dello stato delle cose analizzato. I lettori se ne rendono bene conto, anche perché - ed ecco il motivo che riguarda invece il fumetto - essi usano affrontare quanto leggono/vedono con una attenzione mediamente maggiore e soprattutto con maggiore partecipazione, mettendoci come sempre anche qualcosa di proprio (non è questa una delle caratteristiche più tipiche, diciamo pure una regola, del leggere fumetti? riempire gli spazi tra una vignetta e l'altra con i propri ragionamenti e le proprie emozioni?).
Perciò l'opera di Joe Sacco ha un valore di assoluta originalità in questi tempi convulsi, istericamente affannati, sincopati: è un elogio della lentezza. Doppio, perdipiù: della lentezza dell'autore, che, libero dalla tirannia di produrre materiali "in tempo reale", ha il tempo di guardarsi in giro, di farsi raccontare delle storie, di assimilare a fondo le atmosfere per poi riprodurle meglio nelle sue pagine; e della lentezza del lettore, che è costretto ad entrare nella testa del reporter tramite il suo sguardo, ad ascoltare le testimonianze studiando in faccia chi parla, ad assorbire senza superficialità non solo le "notizie" ma direttamente l'essenza delle situazioni. E' un po' come passare, e intanto sentire chiara la differenza, dalla "cronaca" alla "storia". Tutto un altro genere di metabolizzazione. La visione, poi, certo, è e rimane di parte; ma anche i migliori libri di storia non sono mai neutrali.
Joe Sacco comunque fa bene, molto bene, il suo lavoro - anche perché è praticamente il primo ad affrontarlo in questo modo. Il reportage a fumetti, specie in situazioni drammatiche al limite della guerra, in pratica se l'è inventato lui. E non ha neppure molti epigoni. Cavaliere solitario del comic journalism, si prende in pieno le proprie responsabilità e va avanti da solo. Possiamo dire eroicamente.
Da buon corrispondente di guerra, infatti, si espone sempre in prima persona; e, come Ernie Pyle nella realtà e l'Ernie Pike di Oesterheld e Pratt nella fantasia, mette in scena direttamente se stesso. E' testimone, autore e personaggio. E in questo senso è pure perfetta espressione del mondo del fumetto. All'origine della sua figura, del suo ruolo, del suo metodo ci sono certamente grandi giornalisti come John Reed e Hunter S. Thompson; ma, per sua stessa ammissione, da ragazzino si è formato entusiasticamente sui war comics inglesi della Fleetway e sugli albi del Sgt. Rock di Bob Kanigher e Joe Kubert. E ancora prima, durante la sua infanzia in Australia, c'erano - importantissimi - i racconti della Seconda Guerra Mondiale dei padri dei suoi amici, provenienti dai più diversi Paesi europei. Per uno nato a Malta, cresciuto prima in Australia e poi negli Stati Uniti, a Los Angeles e a Portland, poi di nuovo a Malta, e in Germania, eccetera, il contatto continuo con comunità sempre diverse, mistilingui, meticce, ha pesato di sicuro sulla concezione del mondo quanto sulle scelte politiche e pure estetiche. Così oggi nell'Olimpo del fumetto internazionale non c'è più un unico apolide maltese, quel romantico marinaio con l'orecchino, né più un unico giornalista occhialuto in grado di trasformarsi all'istante in un eroe difensore dei deboli - oggi c'è, e vogliamo ritrovarcelo a lungo, pure Joe Sacco.

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4) Perchè leggere Joe Sacco Marco Pellitteri
L'autore su cui gentilmente sono stato invitato a scrivere, story-teller e reporter nello stesso tempo, è una figura singolare del fumetto (e, direi, del giornalismo) principalmente perché descrive e interpreta delicati fatti politici, pur se con forme elinguaggi insoliti.
Nell'attuale situazione internazionale, grottesca e tragica allo stesso tempo, non posso ignorare il dato nudo e crudo, la realtà di una tensione politica impossibile da scindere dall'analisi più stretta dell'opera del singolare narratore maltese-americano. Proverò dunque a procedere in maniera differenziata, cercando di individuare vari aspetti dell'identità artistica e professionale di Joe Sacco.

Punto numero 1. Quali effetti ha Joe Sacco sui lettori di fumetti?
Va da sé che quando scrivo "lettori" cerco di distinguere coloro che leggono opere a fumetti come Palestina da coloro che si limitano a Valentina di Guido Crepax o Dylan Dog di Tiziano Sclavi (sentendosi peraltro grandi amatori di comics); e inoltre, specialmente data l'attuale situazione di guerra, mi tocca distinguere fra i lettori statunitensi e quelli italiani, come minimo.
Credo ad ogni modo che l'impatto che l'opera di Joe Sacco può provocare sui lettori, in generale, sia duplice: uno determinato dalla formula grafica, elegante e cruda nello stesso tempo; l'altro determinato dai contenuti veri e propri, che possono piacere o non piacere ma che ci mettono in contatto con un tipo di narrazione assolutamente innovativo, con un'operazione culturale di tutto rispetto. Ci torneremo; inizialmente mi pare più interessante far notare, repetita iuvant, che l'accoglienza ideologica riservata a fumetti come il citato Palestina o come il più recente Safe Area Gorazde cambi a seconda della nazionalità del lettore, e il caso più importante è proprio quello del lettore statunitense.
Non posso né voglio celare la mia convinta avversione per la politica estera e per l'ideologia conquistatrice e irresponsabilmente distruttrice degli USA, per quanto apprezzi, naturalmente, molteplici manifestazioni della civiltà e cultura a stelle e strisce. Tuttavia ho riscontrato come anche negli Stati uniti una più alta consapevolezza culturale si accompagni spesso a idee vicine a quelle dei propri "simili" del Vecchio continente; una maggiore qualità e quantità di conoscenze accomuna in genere le opinioni politiche degli statunitensi e degli europei, regolarmente tanto più sinistrorse e al contempo moderate quanto maggiore è il retroterra culturale (strano ma vero). Dunque i lettori nord-americani che scelgano deliberatamente di leggere opere mature come quelle di Sacco, o magari di Spiegelman, o di Zograf, già per il fatto in sé meritano a mio parere un plauso, perché dimostrano di non essere (troppo) asserviti e manipolati dai media di casa loro, e di voler estendere le loro conoscenze al fine di far maturare le proprie idee su temi di indubbia importanza politica. Quanto al lettore italiano, il problema in pratica non si pone, dal momento che Sacco qui da noi è conosciuto solo da uno zoccolo duro di appassionati e di operatori di settore. E uno dei motivi per i quali è così poco noto è perché i lettori italiani sono pochi, e questi pochi lettori (sia di fumetti che di altro) sono in media ancor più imbelli di quelli statunitensi nei confronti dell'opera plagiatrice dei media. È proprio per questo motivo che un tipo di giornalismo a fumetti come quello di Sacco andrebbe divulgato direttamente sui quotidiani e sui settimanali ad alta tiratura: la veste in volume o in comic-book è, almeno in Italia, un buco nell'acqua, è ghettizzante e "isolazionista", e soprattutto ritengo sia del tutto impropria da un punto di vista editoriale. Naturalmente ciò non toglie che sia d'obbligo un grato plauso all'editore italiano di Palestina, la Phoenix di Daniele Brolli, perché in sua assenza difficilmente avremmo letto Sacco nella nostra lingua, figurarsi poi su testate come "la Repubblica" o "L'Espresso", o "Panorama", fra le realtà editoriali italiane in assoluto più viscidamente asservite ai poteri politici.
Ad ogni modo, l'effetto principale che Joe Sacco ha sui lettori di fumetti (su quella parte di essi raggiunta dalle sue opere o che abbia la curiosità di scoprirle autonomamente) mi pare quello di riuscire a provocare una propensione alla riflessione ponderata su temi solitamente o evitati dalla cosiddetta agenda dei media, o palesemente contraffatti nel loro sviluppo storico, anno dopo anno, dall'informazione generalista, la stessa che attualmente - su telegiornali e quotidiani - sta "costruendo" per le masse un nemico islamico che non esiste, al fine di giustificare moralmente le decisioni guerrafondaie e petrolio-centriche di un Occidente davvero incommentabile. A latere, dato credo non irrisorio, Joe Sacco ha un effetto positivo su Joe Sacco medesimo: basta leggere Palestina (l'unica sua opera pubblicata in italiano) per notare l'incedere graduale e metamorfico delle opinioni dell'autore sulla questione palestinese, opinioni che per l'appunto cambiano - suppongo insieme a quelle del lettore - man mano che vanno avanti la sua peregrinazione e il suo resoconto diaristico e parziale eppure adeguatamente giornalistico. L'importanza di Palestina è grande perché Sacco, formatosi in gran parte in America, muta progressivamente opinione rendendosi conto in prima persona di fatti palesi a chiunque abbia mai impugnato i documenti giornalistici relativi alla "questione palestinese", una realtà negli USA non solo bistrattata ma anche fortemente falsata a favore di Israele - e non c'è bisogno di sottolineare che negli Stati uniti gran parte del potere politico ed economico sia di matrice ebraica.
Ci sarebbe anche da evidenziare, a questo proposito, un vizio congenito alla cultura statunitense, di cui anche Sacco purtroppo mi pare vittima, senza che però questo tolga forza alle sue opere: talvolta Sacco mi pare convinto di aver fatto delle scoperte sensazionali sull'Intifada e sulla Palestina, o sulle guerre nei Balcani (in Safe Area Gorazde), e se fosse vero il mio sospetto, questo ci farebbe capire quale sia in generale l'enorme presunzione dei cittadini americani, dovuta in buona parte al loro isolazionismo. Per fare un esempio, restando nel campo dei fumetti, Scott McCloud nel suo celebre saggio Understanding Comics è intimamente convinto anche lui, per quasi tutto il suo testo, di compiere una svolta epocale nella divulgazione e nella ricerca sul fumetto, ma molte delle sue "scoperte" sono vecchie di più di trent'anni, ed erano già state fatte in Europa da autori come Gubern, o Eco, o Fresnault-Deruelle. Del resto, basta controllare la Bibliografia di Understanding Comics per verificare l'ignoranza galoppante di McCloud.
Non un saggio europeo!
Torno su Sacco, e mi scuso per la digressione: ribadisco che se un'opera a fumetti riesce ad aprire gli occhi, a invitare a una migliore conoscenza, di sicuro il suo effetto è non solo positivo, ma soprattutto utilizza al meglio le tanto decantate, ma quasi mai davvero sfruttate, potenzialità del medium. Isolazionismo culturale o meno.

Punto numero 2. Cos'è primariamente Joe Sacco come "figura professionale"?
Semplice quisquilia o dilemma profondo? Già, perché a monte della domanda sulla figura professionale di Sacco ve n'è un'altra a mio parere ben più cruciale: è possibile, è lecito, è utile ed è efficace un giornalismo a fumetti? Ci torneremo. Prima parliamo di Sacco.
Gli assi su cui si muove l'autore maltese, ovviamente, sono il reportage e il fumetto. Questa potrebbe sembrare una differenza impropria da proporre: infatti, a rigore e secondo una divisione classica (e comunque non immutabile), il reportage appartiene a una professione - il giornalismo - che si dichiara votata all'informazione e alla descrizione, tanto che i supporti non testuali al giornalismo sono storicamente la fotografia e l'audiovisivo. Il fumetto invece è tradizionalmente votato alla narrazione romanzesca o romanzata; l'unico caso universalmente riconosciuto di valenza documentaria (che, coincidenza, è anche un grande esempio di arte grafica e narrativa) è Maus del citato Spiegelman, che fino a poco tempo fa è stato considerato da buona parte della cultura mainstream una sorta di mosca bianca della letteratura contemporanea, quasi come se il fatto di essere stato deliberatamente creato sotto forma di fumetto sia stato un fatto incidentale, una specie di stravaganza del suo eccentrico autore. Maus ad ogni modo non può essere messo sullo stesso piano dei lavori di Sacco principalmente perché la sua formula narrativa è la biografia storica (e non il resoconto giornalistico in prima persona), e secondariamente perché il primo riporta fatti del passato, mentre il secondo si confronta con eventi di enorme attualità e in progress. Per non parlare delle differenze di stile, d'intento e di qualità finale.
Torniamo a bomba sulle differenze tra giornalismo e fumetto e fra vari formati comunicativi: tralasciando per comodità il fatto che sia la fotografia sia l'audiovisivo possano con facilità venire artefatti e perdere quell'aura di "realismo" che pubblici ingenui ancora attribuiscono loro, bisogna rilevare una contrapposizione fra i media fotografici, i quali secondo un comune modo di sentire "riporterebbero" i fatti, e i media grafici (come la classica illustrazione giornalistica dal sapore rétro), che per loro natura "interpretano". Dunque Joe Sacco, che nei suoi fumetti narra in prima persona i suoi viaggi investigativi e spesso etnografici all'interno di realtà culturali di grande attualità, cos'è? Un fumettista o un giornalista? Ma poi, ha davvero senso questo aut-aut di campo?
Forse sì e forse no. Esso ha senso se pensiamo che in effetti un giornalismo di tal fatta è più che mai destinato allo scetticismo del grande pubblico: a mio avviso le vaste platee difficilmente, almeno per ora, possono attuare quel passaggio intellettuale in grado di far loro comprendere che un giornalismo a fumetti di per sé non è meno affidabile di un giornalismo scritto o audiovisuale, i quali hanno analoghe possibilità di essere veritieri e documentaristici quanto di rivelarsi inaffidabili e romanzeschi. Il quesito non ha più senso, invece, se pensiamo che il fumetto alla base è un linguaggio, una forma - non certo un genere o uno stile - e dunque può farsi mezzo (medium) di qualsiasi tipo di contenuto e di qualsiasi formato comunicativo, che esso si trovi nell'ambito della narrazione fantastica o in quello della testimonianza di fatti realmente accaduti.
Per tornare allora alla domanda, credo che Joe Sacco sia un giornalista - del resto la sua laurea lo attesta formalmente - e solo "incidentalmente" un fumettista. L'accento infatti, nel suo caso, non va posto semplicemente sulla forma che egli utilizza per comunicare bensì, più complessivamente, sugli scopi e i contenuti della comunicazione. Joe Sacco è diverso dai fumettisti "classici" proprio perché, in maniera pressoché inedita, si serve di una formula grafica per parlarci della cruda realtà, e lo fa non da narratore onnisciente - cosa che lo farebbe ricadere grottescamente all'interno della struttura romanzesca - bensì da testimone. Infatti Sacco non racconta. Sacco piuttosto riferisce e riflette, anche se da un punto di vista del tutto soggettivo, e proprio per questo autenticamente giornalistico. E questo fa di lui, definitivamente, un reporter.

Punto numero 3. È lecito il suo mix di giornalismo e fumetto?
Da questa domanda deriverebbero direttamente due altri punti: se Joe Sacco sia un buon narratore e se sia un buon giornalista. Li accorpo a questo paragrafo per economia.
In generale, cioè prescindendo da Joe Sacco, credo che l'utilizzo dei linguaggi fumettistici nel giornalismo non debba essere osteggiato, allo stesso modo in cui nessuno ha mai osteggiato gli illustratori che, in mancanza della possibilità di portare macchine fotografiche in un tribunale, abbiano fatto del giornalismo disegnando le scene salienti delle sentenze, riportando da testimoni oculari la loro visione dei fatti. Certo, la differenza c'è, ed è su due livelli anche stavolta: da un lato lo stile, dall'altro l'intento. Sullo stile c'è poco da dire: la figuratività di Sacco non è certo referenziale come quella di un illustratore del "Washington Post" o leggera e conciliativa come quella di un Walter Molino o di un Fernando Carcupino, essa è invece il frutto di una profonda ricerca artistica (in buona parte indipendente dalla porzione più puramente giornalistica del suo lavoro) e di un preciso atteggiamento culturale verso la notizia. L'intento è dunque ben altro che non la testimonianza asfittica di un fatto, o l'aneddoto di costume: Sacco desidera non solo dire al lettore qualcosa in più, ma gli dice con inequivocabilità che glielo sta dicendo, quel qualcosa in più. Un messaggio, in particolare, emerge a caratteri cubitali dai tratteggi precisi e carnosi delle sue tavole, dall'uso eisneriano delle didascalie svolazzanti, dalle inquadrature quasi crumbiane: "RIFLETTI! INFORMATI! PARLANE CON ALTRI!". Bisognerebbe piuttosto chiedersi se in generale sia lecito non tanto un mix fra giornalismo e fumetto (la mia risposta è naturalmente sì), ma fra un giornalismo asettico e referenziale e un giornalismo d'opinione. Il vecchio adagio giornalistico "la notizia è sacra, il commento è libero", a mio parere saggio e valido ancor oggi, parla però molto chiaro, sottintendendo un'altra regola fondamentale della professione oggi praticamente dimenticata, in particolare nel giornalismo politico italiano: i fatti separati dai commenti. Ora, il giornalismo di Sacco è una formula peculiare di giornalismo d'opinione. Di buon giornalismo d'opinione, intendiamoci, tuttavia per Palestina o per Safe Area Gorazde il principio della separazione tra fatti e opinioni sui medesimi viene scavalcato a favore di un registro sì diaristico, sì "soggettivamente oggettivo" à la Montanelli (basti ricordare l'appassionata cronaca sulla tragedia del Vajont realizzata a suo tempo dal decano del giornalismo italiano), sì privo di messaggi subliminali al lettore a favore di un'idea o di un'altra; e tuttavia il pubblico, nonostante i lodevoli sforzi documentaristici di Sacco, non sempre ha la possibilità di carpire dalla lettura dell'opera-reportage la situazione complessiva né soprattutto di individuare dove finisce il riferimento di un fatto e comincia - sempre poi se c'è - l'interpretazione del fatto stesso da parte dell'autore. La confusione del lettore può scaturire eventualmente dagli elementi segnalati sopra: lo stile e l'intento. Lo stile grafico è infatti una forte connotazione d'opinione, esso è di per sé un messaggio. Dunque è vero che "il medium è il messaggio"? Parrebbe di sì, perché se è lecito pensare a una versione alternativa di Palestina, realizzata ad esempio come la disegnerebbe oggi un autore di supereroi Image, è ancor più lecito inferire che l'intento e l'atteggiamento sottesi sarebbero in quel caso nettamente diversi. Non oso dire in che senso, ma comunque diversi. Quanto all'intento, torniamo a quanto già detto: fortunatamente Sacco è un uomo responsabile, e si limita a presentare fatti con l'intenzione di stimolare la riflessione. La forza "eversiva" dei suoi lavori scaturisce più che altro dal fatto che egli ci presenta situazioni ed elementi assolutamente nascosti dall'informazione ufficiale, ci mostra che le cose non sono mai come sembrano. Non è poco.
Joe Sacco dunque mi pare un bravissimo narratore, e dei fatti di cui è testimone, e delle garbate interpretazioni - sia esplicite sia implicite, come risulta evidente dalle sue opere - che di tali fatti ha formulato. E sappiamo tutti quanto oggi siano indispensabili autori intelligenti e colti che divulghino con abilità le loro opinioni, i loro commenti, o anche semplicemente il loro invito alla riflessione su fatti sconosciuti o falsati dall'informazione globalizzata. Se Joe Sacco sia un buon giornalista è un parere che lascio tuttavia al lettore, sulla base delle sue convinzioni e della sua idea di "giornalismo".

Certo è che il portato innovativo dell'opera di questo autore-cronista è notevole, e apre una nuova via, che potremmo forse definire rivoluzionaria, al giornalismo tout court.

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5) Joe Sacco: Uno story-teller in Palestina Maria Nadotti
Palestine. L'ha chiamato così, l'americano Joe Sacco, il suo lucidissimo reportage a fumetti sulla storia e la vita della gente di Palestina. Senza sentire il bisogno di aggiungere a quel nome-programma alcun sottotitolo esplicativo, interpretativo, direzionale. E gli ci sono voluti alcuni anni, dal 1991 al 1994, per mettere definitivamente su carta la sua personale visione, ma meglio sarebbe dire esperienza, di Palestina. Del complesso lavoro di questo narratore che non si accontenta di dire con le parole né di mostrare attraverso il disegno fanno testo tre successive edizioni americane, rispettivamente del 1993, 1994 e 1998.
Tutto inizia nel 1991. "Volevo verificare di persona le condizioni di vita dei palestinesi sotto l'occupazione israeliana. Anche se a Madrid era stato avviato il 'processo di pace'… la possibilità di un trattato di pace accettabile tra palestinesi e israeliani sembrava remota". Sacco se ne va dunque a Gerusalemme Est, e da lì in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. In solitaria. Lasciandosi letteralmente portare da quella preziosissima cosa che è il caso e da una forte disponibilità a ascoltare, guardare, entrare in relazione. Da casa Sacco sembra essersi portato solo alcune Domande. Uso la maiuscola per distinguere le vere Domande, quelle che vanno in cerca di una vera Risposta, cioè di tante e contraddittorie e provvisorie risposte che poi uno deve aggiustarsi da sé fino a trovarci un senso, dalle finte domande, che in realtà sono giudizi già bell'e fatti, che chiedono solo conferma e spesso neanche quella, perché non ne hanno bisogno. E sì che - ed è lo stesso Sacco a suggerircelo più volte - atterrare sul pianeta Palestina venendo dall'America a stelle e strisce non è mica roba da ridere: uno si ritrova tra i piedi un mucchio di buoni sentimenti, parecchi sensi di colpa, una miscellanea di sentiti dire, luoghi comuni, cliché tardo-orientalisti e quel vago impulso alla fuga che è di chi, refrattario ai valori e alle ragioni dell'Impero, dall'Impero pur sempre proviene e con esso inevitabilmente rischia di essere identificato.
Cosa fa dunque, in apertura di questo vertiginoso pamphlet/diario/libro di storia/racconto a più voci, il nostro autore? Direi che costruisce un triangolo, mettendo indirettamente in chiaro che il numero magico, quello delle soluzioni, delle vie d'uscita, dei compromessi onorevoli, è appunto il 3. Innanzitutto un testo fitto fitto e sapiente a ricordarci i principi elementari di economia politica palestino/israeliana. Poi una mappa, la geografia della discordia: Israele con la sua sagoma a lama di coltello che affonda nel Vicino Oriente e i territori occupati/stato di Palestina in formazione aggrappati e quasi sul punto di scivolare via nell'assoluta verticalità del disegno. E infine lui, l'autore, il testimone, raccoglitore di storie e voce narrante, ripreso discretamente di spalle mentre dall'alto delle mura di Gerusalemme, quasi confuso con la loro porosa superficie, osserva quel paesaggio di pietre e sabbia che verso il tramonto si tinge d'oro.
Un "excursus storico", una cartina e uno sguardo.
Riproviamo: il passato, vale a dire la materia inerte e immutabile di ciò che è stato, il bisogno e l'ingombro della memoria; il presente, una cartografia che illustra le asimmetrie del potere e la volatilità delle soluzioni dall'alto, vuoto e troppo pieno, silenzio, il bianco (Israele) che cancella e invade il nero (paesi arabi) oppure il nero che inghiotte il bianco, dietro la simbologia del b/n si intuisce l'attrito dei corpi; l'osservatore distante, story-teller e testimone, estraneo alla scena se non per un atto di libera amorosità, abilitato a guardare e a raccontare da una sorta di intimo fuori campo.
La sua storia di Palestina Sacco dice di averla costruita intervistando tutti quelli che incontrava, facendosi raccontare non solo la loro storia, ma anche le tante storie che ognuno aveva a sua volta sentito raccontare da familiari, amici, conoscenti, e poi i sogni, i desideri, le paure, le fantasie, le piccole miserie, insomma la materia concreta della vita. La posizione dell'autore è però molto più di quella di un bravo intervistatore: il suo segreto consiste, probabilmente, nella capacità di esserci senza dare nell'occhio, di diventare parte della scena al punto di far dimenticare la propria presenza. Eppure in molte delle sue tavole Sacco include anche se stesso, sovente per fare da detonatore a una conversazione o a una confidenza, altre volte per costruire un vero e proprio sottotesto, che è quello del diario personale, della riflessione sul 'che cosa ci faccio qui'. E sono, queste ultime, pagine davvero irresistibili, perché mettono a tema - alla faccia di ogni correttezza politica o ideologico dover essere - la surreale doppia estraneità del pur motivato straniero in terra di Palestina: le sue caratteristiche somatiche, il suo abbigliamento, i suoi occhialini da intellettuale occidentale, l'inglese-americano che parla, la sua macchina fotografica, sono un apparato segnaletico che lo inchioda a una vistosa alterità. Scambiato spesso per quello che non è (israeliano, semplice turista), e come tale trattato, Sacco approfitta genialmente di questo primato dei significanti per dire a sua volta quelle verità che spesso chi arriva in un luogo spinto dalla passione politica non ha più il coraggio di nominare o, forse, di vedere. Diciamo che la penna graffiante di Sacco non disegna né scrive sotto ricatto politico o morale, e neppure sotto ricatto affettivo. Ed è questo suo essere così sincera e così sinceramente fuori linea, così poco ansiosa di 'servire' una qualche causa, a renderla credibile. Joe Sacco ha probabilmente dato alla Nakba palestinese e alle sue feroci e attualissime conseguenze quello che con Maus Art Spiegelman diede, qualche anno fa, all'Olocausto: una storia fatta di voci e di immagini che ci riguardano. Impossibile non ascoltarla con attenzione.

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6) Per una pregnanza della comunicazione visiva Carlo Branzaglia
Sono molti gli aspetti da sviscerare nel lavoro di Joe Sacco. Innanzitutto, questa sua capacità di essere reporter nel vero senso della parola, usando le immagini e non la scrittura per descrivere squarci di vita vissuta a fianco dell'oggetto delle sue indagini. Poi, la sua capacità di leggere e ricostruire, molto abilmente da un punto di vista espositivo, i retroscena di una brutta storia che vede un popolo preso in ostaggio sotto il compiacimento di una comunità internazionale interessata solo a difendere (o espandere) i propri mercati. Infine, la qualità di un disegno e di una impaginazione che presenta ascendenze anche evidenti nell'underground: Robert Crumb è forse il primo nome che viene in mente. Quest'ultimo aspetto è particolarmente importante, non tanto per la ricostruzione di una sorta di fenomenologia degli stili fine a se stessa, quanto per le relazioni che intesse con gli altri due appena citati. Il lavoro di Joe Sacco ci offre infatti, più di ogni altro finora visto, la possibilità di riflettere sul rapporto fra immagine mediale, significato attribuito e reale referente di riferimento. Un argomento che negli ultimi tempi è stato stranamente sottovalutato, nonostante il diluvio di immagini tragiche provenienti dagli Stati Uniti e dall'Afghanistan.
Qualche commentatore attento ha esplicitato, relativamente al disastro delle Twin Towers, quello che probabilmente molti (e, inconsciamente, soprattutto i bambini) hanno intuito: cioè che le immagini degli impatti fra aerei e grattacieli (in particolare, forse, le seconde riprese da angolazioni diverse e più efficaci) sembravano già viste; e che, una volta inserite in un circuito di reiterazione continua, finiscono per perdere la loro reale drammaticità1. Due sono probabilmente gli aspetti della questione: il primo, ovvero il senso del già visto, possiamo anche solo empiricamente dire nasca dalla quantità di scene consimili (magari non con aerei, ma con elicotteri) offertaci da film o da videogiochi d'azione. Il che nulla ha a che vedere, per lo meno per chi scrive, con campagne moralizzatrici contro cinema, videogiochi e cartoni animati, magari giapponesi.
Nella costruzione delle immagini, infatti, le opere di fiction usano necessariamente assetti iconografici dotati di forte pregnanza, ovvero meglio di una semplicità strutturale tale da trasformarsi in efficacia percettiva e in capacità di fissarsi come soluzione stabile nel tempo. Sono i mass media a veicolare e costruire iconografie, ma, a maggior evidenza del fenomeno, è vero che molto spesso si tratta di iconografie provenienti dalla storia dell'arte, che oggi troviamo magari riproposte nei manifesti pubblicitari2. Anche se non dovremmo dimenticare che pure ciò che noi chiamiamo storia dell'arte è una finzione: i pittori del Quattrocento, tanto per dire, lavoravano su commesse non dissimili da quelle date agli attuali pubblicitari3.
Ora, la bontà di tali iconografie non si misura solo nell'immaginario della fiction, ma anche in quello della immagine legata alla cronaca, alla descrizione cioè della "realtà". Le foto di reportage vengono scelte, su centinaia di scatti, in base alla loro bellezza, cioè alla loro efficacia, al loro impatto, ovvero infine alla loro costruzione strutturale: il che rende sostanzialmente impossibile separare compiutamente l'immagine di cronaca da quella di fiction. Non c'è correttore di contesto (qualcosa che ci ricordi di cosa stiamo parlando) che tenga: la cronaca genera a sua volta iconografie, ad esempio quelle relative ai bombardamenti notturni, oggi purtroppo di nuovo di cronaca. A maggior ragione questo accade quando l'immagine è reiterata costantemente, senza una regia, fino a che non si svuota di senso. Se esiste una cultura del loop in musica, non sembra esistere, perlomeno così sofisticata e condivisa, anche per le immagini: forse l'unico esempio di loop ben costruito rimane il Blob di RAI 3, nel suo accurato mix di sequenze4. Quando la molla non è il montaggio, ma la semplice ripetizione, il discorso cambia. La ripetizione è infatti utile per aumentare la possibilità di trattenere (e ricordare) ciò che viene percepito; ma oltre una certa soglia essa genera il fenomeno contrario, ovvero la noia e la disattenzione, come sempre accade d'altronde nei fenomeni di saturazione degli input psicopercettivi5.
Una deriva di immagini stabili fino alla stereotipia invade dunque il pianeta, siano esse relative a una presunta "realtà" (oltretutto quanto mai manipolabile nel momento in cui i media diventano pedine in sistemi di potere), siano esse provenienti dalla fiction. Una tendenza globale (questa sì davvero) alla ricerca di una semplicità assoluta, basata sull'uso di meccanismi depositati nella memoria collettiva, come anche sull'uso di schemi il più possibile elementari e invarianti. Una tendenza che si impone dagli schermi televisivi allo spazio virtuale della rete: che cosa sono le tanto celebrate teorie della usabilità se non delle ideologie del riduzionismo costruite su regolette elementari ad uso e consumo di clienti (leggi: aziende) spaventate dalla novità della rete6? E che senso hanno le "faccine" appiccicate ai nostri messaggi mail, se non un tentativo di dare espressione a un sistema di grande utilità, ma per il quale è stato scelto il carattere più semplice, inespressivo e standardizzato (l'Arial)7 ?
Se questo è il panorama, è ben comprensibile l'impatto del lavoro svolto da Sacco nei suoi reportage dalla Palestina come dalla Bosnia Erzegovina. Dal punto di vista della costruzione narrativa, il fumetto offre ai soggetti di cui si occupa la possibilità di essere inseriti all'interno di una regia generale, quella, rigorosamente grafica, data dall'impaginazione della vignetta nella pagina. Non dunque un susseguirsi sconnesso e ripetitivo di immagini, ma una orchestrazione di frammenti (quelli raccolti nei vari momenti/giorni dei reportage) che si affiancano in un palinsesto meditato. E' ovvio che Sacco non costruisce uno schema unitario, a livello di impaginazione (e quindi anche di rapporto fra immagine e testo): non siamo in una sorta di tranche de vie, in una opera autobiografica nella quale il ricordo uniforma i soggetti di cui si va parlando, come per esempio avviene in un altro fumetto di grande impatto, con qualche similitudine con Sacco, cioè Re in incognito di Vance e Burr8. Ogni momento delle storie di Joe è scandito da un preciso mood emotivo, derivante dallo stesso approccio /impaccio del nostro reporter, che non nasconde, anzi evidenzia, le sue finalità, ma anche i suoi imbarazzi (evidenti spesso anche nel registro grafico impiegato), nel gestire il rapporto con i protagonisti dei suoi reportage.
Questo peraltro ci ricorda che è molto raro, nel giornalismo odierno, operare proprio questa ricostruzione di senso a partire da frammenti che, insieme, costruiscano un quadro: è esattamente quello che il sistema mediale non vuole, perché troppo uso a filtrare a dismisura l'informazione a seconda delle opportunità dei vari potentati legati ai media medesimi. L'impasse della stampa segnalato da Eco nei confronti dell'attentato al WTC (doppiato, se vogliamo, anche con i bombardamenti in Afghanistan) non è sintomo di una crisi psicologica del giornalismo, ma effetto dell'impossibilità di dare spiegazioni sufficienti a descrivere l'enormità dei due fenomeni, quando si è usi (o obbligati) a un'informazione fatta di veline, notizie ANSA e comunicati stampa.
E fino a qui siamo al piano narrativo, dal quale ci spostiamo, tagliando in due quello che per un fumettista è processo unitario, il rapporto fra disegno e composizione. Ancora il lavoro di Sacco è rivelatore. Avevamo citato Crumb: non è tuttavia importante comprendere le ascendenze nell'approccio di Sacco, quanto la funzionalità di questo nei confronti dell'odierno apparato mediale. Siamo di fronte a una sorta di controcanto che unisce, al montaggio di cui sopra, una tessitura grafica e una impostazione formale autonome rispetto all'imperante deriva delle iconografie di cui sopra. È una storia parallela, questo lo sapevamo, che nasce fuori dalla cultura (intesa come espressione di ideologia) e anche indipendentemente da logiche subculturali (per quanto frequenti possano essere i punti di contatto9), definite pop underground con un termine che può essere ancora valido (ci sia consentito di non perderci in ulteriori digressioni) se lo allarghiamo a tutto ciò che non è mainstream10. Una storia parallela fatta di Vaudeville, circhi itineranti, freak show, fumetti horror, manifesti psichedelici, fanzine punk. E' una storia che se non ha assoluta integrità stilistica, possiede però alcuni tratti comuni che troviamo anche in Joe Sacco: innanzitutto, l'effetto grottesco, che guarda caso stona con l'edulcorata visione del mainstream10, e che non è ovviamente puramente legato all'idea di caricatura, ma anche a quella di straniamento11. Poi la maniacalità nell'esecuzione che porta a una proliferazione controllata di linee, tratti, colori: tutta la figurazione psichedelica e visionaria (se vogliamo chiamarla così) scava maniacalmente nella forma quasi minandola; in una sorta di combattimento fra la abilità certosina nell'andare sempre più verso il piccolo e la capacità di orchestrazione generale che mantiene riconoscibile l'insieme. Stessa sfida che si ripropone al lettore: indagare i particolari senza perdere di vista il tutto. Un'attitudine che cozza contro la ordinaria necessità di dire (mostrare) cose di immediata comprensione, a un lettore che si pensa (o si vuole) appena cosciente. Per quanto sia, l'idea comportamentista (che ispirò qualche bibbia della pubblicità degli anni Cinquanta) è quella che più piace ai moderni media e alle moderne democrazie: stimolo - risposta, se dico una cosa il mio target (trad.: bersaglio) agirà di conseguenza. Sacco è l'altra faccia della questione. La cosa interessante è l'uso che Sacco fa di questo stile, di questa scuola: ovvero il fatto che lo usa come chiave di volta per la sua formula di reportage per immagini. Una scelta fortunata, senza dubbio, ma che dalla sua peculiarità (il giornalismo a fumetti, per l'appunto) ci aiuta a comprendere il particolare rapporto con il reale tipico di tale approccio. Non è forse Crumb un cantore della realtà, per quanto divertito, dissacrante o surreale. Non è forse curioso che anche un autore dal segno molto variegato come Andrea Pazienza faccia ricorso a questa linea proprio nei più accorati tranche de vie (o apparenti tali, per carità)? E non sono spesso le visioni di artisti affermati nella linea descritta, come Robert Williams, frutto diretto di mai rinnegate attività di strada, come il decoratore di auto?.
Sacco ci racconta che esiste, ed è sempre esistito, un modo diverso per comunicare; un modo retto da altre esigenze e altri scopi. Un modo che sa, e può, spingersi a raccontare la realtà, dandone una interpretazione per sua natura complessa e diversificata, come il segno che la racconta. Ma una realtà che non lascia spazio a letture di superficie e facili stereotipi.

1 D. Pittéri, nell'ambito dell'Incontro Eroi Mediali, Milano. La Fabbrica del Vapore, 10 ottobre 2001
2 Cfr. C. Branzaglia, Comunicare con le immagini, Roma, Stampa Alternativa
3 Cfr. A. Hauser, Storia sociale dell'arte, trad. it. Torino, Einaudi, 1982 (XII ed.)
4 Il loop è uno degli elementi chiave della musica elettronica: cfr. l'interpretazione di R. Agostini, Techno ed esperienza ambientale, in G. Salvatore (a cura di), Techno - trance, Roma, Castelvecchi, 1998
5 E' un fenomeno già descritto, proprio per quanto riguarda le immagini, da G. Kepes
6 A partire dalla Bibbia di J. Nielsen, Web usabilità, trad. it. Milano, Apogeo, 2000
7 Cfr. G. Lussu, La lettera uccide, Roma, Stampa Alternativa, 1999
8 J. Vance - D. Burr, Re in incignito, trad. it. Granata Press, 1991: la storia di un giovanissimo vagabondo negli USA della recessione dei primi anni Trenta, raccontata con un segno che ricorda la litografia espressionista.
9 Si intende dire che le subculture sono fenomeni sociologici, l'underground è un fenomeno produttivo-distributivo: cfr D. Hebdige, Sottocultura, Genova, trad. it. Costa&Nolan, 1983
10 P. Belsito, Notes from the Pop Underground, Berkeley, The Last Gasp of San Francisco, 1985
11 Cfr. E. Fuchs, La caricatura presso i popoli europei, in G. Anceschi, L'oggetto della raffigurazione, Milano, Etasilibri, 1992

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7) L'osservatore Aleksandar Zograf
Joe Sacco è uno degli artisti che ha maggiormente caratterizzato la scena del fumetto degli anni '90. Le sue storie più conosciute descrivono le realtà di situazioni calde internazionali - dal Medio Oriente ai Balcani - e il suo approccio 'pressoché giornalistico' è stato senza dubbio innovativo nel mondo dei fumetti.
Harvey Kurtzman, agli inizi degli anni '50, disegnò 'fumetti di guerra' estremamente ben documentati, ma c'era una profonda differenza tra il suo impegno e l'urgenza di creare e distribuire fumetti come Maus, ad esempio. Molti iniziarono a pensare che i fumetti moderni dovessero basarsi meno sulla fantasia, dato che, per molti aspetti, questo medium aveva semplicemente perso il contatto con la realtà e con le vere problematiche dei nostri tempi.

Comunque, Sacco sembrò essere quel qualcuno in cerca di un approccio diverso: decise di recarsi in prima persona nelle zone a rischio e fece ritorno con testimonianze di persone che gli avevano raccontato le esperienze da loro vissute in quei terribili momenti.
Sacco ha tentato, inoltre, di tracciare il background storico e di descrivere il clima politico di queste regioni, trattando così argomenti ben diversi da quelli che si trovavano abitualmente nei fumetti. Le sue informazioni erano spesso diverse anche da quelle che i media ufficiali fornivano. Questa è stata una delle ragioni per cui Sacco è divenuto noto non solo tra gli aficionados di fumetti, ma soprattutto tra persone interessate alla realtà storica che i suoi fumetti descrivono. Se si combina questo con la sua abilità narrativa e il suo tratto elegante e preciso è comprensibile e giustificato il fatto che sia uno dei fumettisti di cui si è più parlato negli anni '90.

Una delle opere più recenti e più premiate di Sacco è Safe Area Gorazde - la storia di un paesino in Bosnia, un'enclave mussulmana circondata da territori serbi, durante la guerra in Yugoslavia nella prima metà degli anni '90. Il fumetto riporta il destino di persone che vivono lontane dall'attenzione dei media e che devono affrontare indicibili privazioni al centro di sanguinosi conflitti. Rappresenta probabilmente un esempio delle centinaia di piccoli inferni che sono esistite nei Balcani durante la guerra e che hanno diviso quella terra chiamata un tempo Yugolsavia in tanti stati nazionali separati tra loro. Probabilmente ci sarebbe stato bisogno di un centinaio di Joe Sacco per raccontare tutte le storie delle diverse fazioni del conflitto, ma l'unico Joe Sacco esistente ha senza dubbio fatto del suo meglio. Ha trovato uno dei casi più gravi, Gorazde effettivamente lo è stato, e ha focalizzato su di esso la sua attenzione.

Potreste chiedervi come mai queste storie non sono state scoperte e raccontate da qualcuno che originario e che viveva nei Balcani.

Posso dirvi che i lavori di Joe Sacco sulla guerra in Yugoslavia sono stati più metodici, sistematici e leggibili di molti dei lavori di artisti e giornalisti dei Balcani che hanno tentato di analizzare e discutere sullo stesso argomento. Per il fatto che i suoi libri erano destinati ad un audience occidentale, Sacco ha dovuto lavorare in modo metodico e sistematico per rendere comprensibile ai lettori il contesto di una storia con complessi precedenti storici e politici.

Sembrava inoltre necessario che ci fosse qualcuno che osservasse la situazione 'dall'esterno', una persona meticolosa, razionale e occidentale. Non che gli occidentali siano sempre bravi ad analizzare la situazione in Yugoslavia, visto che molti di loro tendono a semplificare le situazioni e a fornire visioni estreme, senza sfumature. Le azioni dei paesi occidentali, in molti casi, hanno reso la situazione nei Balcani peggiore di quel che già fosse, e sono servite solo ad aumentare ancora di più la miseria, anche quando essi si sentivano di essere stati mandati in aiuto da Dio. Quindi, quando parlavo di un osservatore occidentale dotato di sangue freddo, mi riferivo ad una mente neutrale e analitica che provenisse dalla sofisticata civiltà creatrice di quella cosa chiamata 'Età della Ragione'. Sono risultati pochi gli osservatori con queste caratteristiche, e Sacco era tra questi. O almeno sembrava uno che ci stesse provando seriamente. Cosa ci si poteva aspettare di più?

Ma attenzione, non è facile parlare di queste cose. Ci sono stati molti e differenti sviluppi dopo il 1991, quando iniziò la crisi dei Balcani. Dopo aver letto Safe Area Gorazde, ci si potrebbe sentire inaspriti e disgustati. Perché tutto è accaduto a quel modo? Perché queste persone hanno combattuto in modo tanto bestiale? Perché non sono riusciti a risolvere la questione in modo pacifico come avevano fatto altre nazioni? Queste erano le domande che alcuni di noi, nei Balcani, si ponevano ripetutamente e non siamo ancora sicuri, dopo tutto questo tempo, di conoscerne le risposte.

Ricordo che ogni fazione del conflitto aveva le sue tragiche storie da raccontare e che ognuna di esse ricorda solamente il dolore che l'altre le ha inflitto. La vera dissoluzione yugoslavia sembrò essere l'apertura del vaso di Pandora - e diverse mani presero parte all'azione. Ma una volta fatto, rimanemmo tutti lì atterriti, a guardare fantasmi e incubi difficile da immaginare che sfilavano di fronte ai nostri occhi. E' duro da ammettere, ma eravamo increduli, storditi e non sapevamo veramente cosa fare.

Leggendo Safe Area Gorazde di Sacco e le sue descrizioni della vita "civile" che continua in un piccolo paese, nonostante i tumulti della guerra, si può vedere un altro aspetto della vita nei Balcani. Sacco descrive i suoi amici boscniaci come persone a cui piace divertirsi e ritrovarsi nei bar dela zona. Persone nè migliori nè peggiori di altre, solo più o meno normali. Sono mussulmani (in questo libro infatti Sacco non parla molto delle controparti serbe e croate, ed è comprensibile dato che questa è la storia di Safe Area Gorazde), ma si può chiaramente intuire come queste persone non abbiano niente di diverso dai serbi o dai croati. Non è difficile immaginare che li abitanti di Gorazde siano proprio come quelli di altri paesi in altre parti del mondo.
Nonostante questao, durante la guerra, vecchi amici e vicini di diverse nazionalità devennero nemici e iniziarono a considerarsi estranei e "diversi". Questo improvviso cambiamento è una delle chiavi per capire il meccanismo della spirale di violenza che si alimenta senza fine nello svilupparsi di una guerra.

Come serbo, se posso prendermi la libertà di parlarne, dirò che il libro di Joe Sacco è una lettura interessante, anche perchè parla delle atrocità compiute dai serbo-bosniaci.
Non posso giudicare l'autenticità di ogni storia illustrata, ma penso sia molto importante farle conoscere e parlare di ciò che è successo. Onestamente mi piacerebbe che Safe Area Gorazde venisse pubblicato in Serbia. Non credo sia giusto parlare delle atrocità che altri hanno inflitto alla tua nazione se non si mette in luce anche ciò che la tua nazione ha inflitto alle altre. Penso sia molto pericoloso nascondere le atrocità compiute senza portarle all'attenzione di un pubblico che ne possa discutere. I serbi dovrebbero saperlo molto bene, dato che furono loro stessi vittime di indicibili stermini di massa durante la Seconda Guerra Mondiale. Per decenni questa vicenda venne tenuata nascosta dagli ufficiali della ex-Yugoslavia e strumetalizzata dai politici: ciò ha portato inevitabilmente una gran frustrazione. E poi ci siamo trovati confusi e impotenti nel momento in cui l'orribile demone è uscito dai più neri abissi dell'animo umano!

Sono tutte tematiche grosse, ed è molto importante capire che potevano e possono essere l'argomento di fumetti, come nel lavoro di Joe Sacco, appunto. Il fumetto, come medium, ha delle potenzialità che la nostra società ha ampliamente trascurato. Forse artisti come Joe Sacco possono contribuire a far capire come le storie a fumetti possano essere utilizzate in modi diversi e innovativi. Alcuni dei quali devono ancora essere scoperti.

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8) Pizza, mandolini e underground Sandro Staffa
Il fumetto underground in Italia non si è mai sviluppato.

Nei bollenti anni '70 i militonti, ovvero gli attuali cinquantenni "democratici" e conciliatori, giocherellavano a fare la rivoluzione marxista-maoista-maccheronica, contestando tutto quello che oggi servili ed ipocriti difendono, e non permettevano la diffusione di metodi comunicativi diversi dal funereo ciclostilato o dal gracchiante proclama megafonato. I "lottacontinuisti", gran parte dei quali sono diventati dei leccapiedi ultraliberisti vergognosamente "rigirafrittata", non consentivano alle teste fantasiose di scalzarli dalle luci della ribalta e oggi continuano a presenziare con le loro rughe stanche nei "tolksciò", ruttando lodi al dio denaro e pentimenti sui trascorsi para-ribelli, raccontando che in quei lontani anni tutti erano "tristi-dogmatici e orribili" come loro.
Hanno costantemente avuto il difetto di sentirsi leaderini incontestabili e soprattutto indispensabili. Volevano e vogliono sempre dettare le regole del gioco. In quegli anni di "burocrati extraparlamentari", Matteo Guarnaccia e Max Capa ci hanno provato a portare nuovi segni nell'italia pizzettara ed ombrosa, ma due "creativi bravi e libertari" per quanto facciano non possono abbattere i muri eretti dai "Biechi Blù". Poi, l'amore per le pistole ha tolto ogni possibilità di vedere realmente un briciolo di fantasia al potere e la generazione degli adolescenti di fine anni '70 si è ritrovata strozzata tra due mediocri e terribili scelte: una sanguinaria lotta armata e una spietata repressione di stato. La droga pesante, inoltre, ha aiutato molti a riporre nel cassetto le motivazioni per rinnovare l'immaginario e la vita stessa.

Passata la sbornia pseudo-rivoltosa è arrivato il riflusso degli anni '80: agli inizi gli ingredienti basilari furono l'eroina e l'ultimo crepitare delle mitragliette di sedicenti "proletari rivoluzionari", poi l'orrido cinismo. E qui è emersa un'altra bella banda di "ipocriti" che ha sostituito degnamente i predecessori. Giovinotti, usciti malconci dalle assemblee pallose dei fine '70, hanno iniziato a vaneggiare su "spigoli - territori contigui - mutazioni visive - etc...", puntando all'abbattimento del fumetto stanco alla Hugo Pratt.

E' nata così una bella rivistina patinata, redatta da trafficoni in odore di megalomania e alla ricerca di fans osannanti, che ha gabbato per un lungo periodo i giovani polli di quegli anni schifosi e stupidi. La loro epopea florida è durata un biennio; poi, da "vere prostitute artistiche" quali sono sempre state, hanno iniziato a cercare lo stipendio fisso elargito da coloro su cui avevano all'inizio sputacchiato. Queste "comari off" non sono riuscite a costruire nessun progetto, solo un asilo infantile in cui giocherellare alla rockstar livorosa.

Nel loro "frigorifero" che cosa ci hanno lasciato? Solo macerie, fandonie e presunzione a chili. In seguito i redattori sopravvissuti, rimasti a riempire un contenitore inutile e moribondo, si sono divertiti a carpire la buonafede di giovani autori fessi, ammaliati dai fasti di un passato lontano e pronti a regalare la propria " ingenua linfa creativa" a questi sfruttatori di buonafede. E' facilmente comprensibile che da simili "pataccari bolliti" non ci si poteva aspettare nascita-crescita e sviluppo di un "movimento underground". Di quegli anni rimane solo un' insopportabile nostalgia che ha ottenebrato critici, addetti ai lavori, ex giovini lettori di allora e avvoltoi dell'ultima ora.

E siamo ai '90: decennio in cui ho partecipato in primis ad una inutile lotta per dare visibilità al fumetto "diverso" (che io preferisco chiamare cosi', non sentendomi legato al comix underground USA degli anni '60 e '70) in questo paese di conservatori.

Il fumetto "diverso" non ha avuto espansione nel nostro paese per una variegata serie di motivi. Probabilmente non abbiamo saputo interessare i potenziali fruitori con adeguati stimoli "visivi-verbali".

C'è da dire comunque che dagli inizi degli anni '90 il fumetto nella sua globalità è stato riconquistato dai tradizionalisti e che ogni segno non codificato viene considerato da molti addetti ai lavori incomprensibile masturbazione artistoide, provocando in alcuni "critici" veri e propri malesseri fisiologici.
In ogni caso la nostra operazione di diffusione del virus è fallita: il fumetto "diverso" non è mai stato posto sullo stesso bancone degli altri generi e siamo rimasti in piccoli recinti a scannarci tra sparuti fondamentalisti in logoranti faide stilistiche e spesso esistenziali. Non abbiamo concluso nulla e il comix con stilemi differenti da Bonelli-Disney-Marvel-Manga-Nostalgia Passato è scomparso dagli scaffali delle fumetterie e dalle "sagre-mercato" e le ridotte presenze concesse per pietismo non sono servite a nulla.
Critici annoiati, giornalisti-paparazzi in cerca di scoop, organizzatori di mercatini rionali spacciati per importanti festival internazionali, bottegai incolti e monotematici di giornaletti-mercanzia, alcuni editori-malavitosi hanno contribuito inoltre a dare la mazzata finale ad una sgangherata combriccola.

Gli autori "indipendenti" degli anni '90, nella maggior parte dei casi, hanno considerato l'underground un'area di parcheggio in cui interpretare il ruolo di "genio fottutamente maledetto", attendendo il posto fisso in qualche rivista tradizionale e di conseguenza "morbide e calde pantofole cerebrali". Non si è nemmeno iniziato a lavorare per costruire una scena con contenuti e stili, luoghi per la distribuzione, opportunità per il confronto, si è implosi prima. Ci si è subito chiusi in minuscole parrocchiette cieche e incapaci di interagire; ogni oratorio si è sentito indispensabile, migliore dell'altro e la spocchia ha prevalso su tutto.

Alcuni, forse spaventati dalla fine veloce di un'adolescenza troppo repentina, hanno iniziato a riempire pagine e pagine con storielline in cui eterni studenti si chiedevano al massimo "... andrò in vacanza a Londra o passerò l'estate in sella al mio vespino?... sto meglio con i dred o mi rapo?". Pareva che fossimo tutti destinati ad una comoda vita da liceale trendy, con lieve accento bolognese, che vascheggia annoiato tra festine fichettine, capatine in bibliotechine, suonatine in gruppettini rockettini, bacettini e cicciatine zuccherine.

E la mafia che ammmazza i sogni del meridione, l'insopportabile olezzo del razzismo più rancido espresso dai padani doc, la guerra nel Golfo, quella nell'ex-Yugo, l'AIDS, gli occhi di bimbi africani che crepano con la mosca al naso tra l'indifferenza dei "guerrafondai umanitari", la vita quotidiana fatta di precarietà, di lavoro atipico ed interinale in cui non hai due lire manco per una pizza e tante altre piccole fesserie che ci lasciano inchiodati in questo fetentissimo mondo, senza poter volare, chi le ha viste nei "selvaggi fumetti underground e alternativi italiani" tra il 1990 e il 2000? Solo Maurizio Ribichini ha avuto il coraggio di sbatterci in faccia il peso della melma che ci ha reso cuori di granito, tutti gli altri sono naufragati in forbiti ed eleganti esercizi di comodo stile. Quasi nessuno ha imparato la lezione dettata da autori come Zograf e Sacco, ci si è perduti nel leccare i piedi agli art directors delle case editrici per un briciolo di vana gloria e due autografi trascritti malamente sui reggipetti di fans ciccine darkettine-punkettine vacuettine.
Abbiamo chiuso gli occhi, impedendo al fumetto nella sua interezza di uscire dall'underground in questo paese di "intellettuali snob" che considerano i "giornaletti" un linguaggio per bimbi deficienti e che non premierebbero mai un "Maus" come miglior libro dell'anno ai premi Strega e Campiello: tombe sepolcrali in cui dove la razza "selezionata" dei piùmeglio si fa pigliare da un coccolone se sbagli un congiuntivo, ma resta zitta vigliaccamente se nell'estate del 2001 si possono ancora picchiare e torturare impunemente le persone nelle patrie caserme. Il fumetto in Italia non ha necessità dell'underground, perché e di per stesso un settore underground: nessun Ministro della Cultura si impegnerebbe a tutelare l'arte sequenziale come fa con lo sport, il cinema, la pizza cotta nel forno a legna, il suono cristallino del mandolino "verace". Tutte cose, queste, che fanno di noi italiani un popolo creativo, pacifico e simpatico.

Abbiamo fallito, ora la pallina passa ai più giovani.
Io ho acquistato un bel paio di pantofole.
Mi siederò in poltrona e osserverò gli eventi: curioso di vedere se almeno i nuovi pischelli riusciranno a dipingere i grigi orizzonti con qualche sprazzo di colore vivo e solare.
Me lo auguro e glielo auguro di cuore.

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9) Intervista Marco Antonini
Marco: L'attacco dell'11 settembre ha causato una reazione planetaria contro il terrorismo. Probabilmente non sono tanto gli USA, come ideale di coesistenza globale su cui fa affidamento il mondo occidentale, che sembrano essere minacciati per sempre…
Nel tuo lavoro ci sembra di sentire un richiamo al bisogno di dare rispetto e considerazione alle realtà etniche e sociali che rischiano di venire distrutte da logiche di guerra o da giochi di potere.
Cosa pensi della globalizzazione del commercio e (cosa al momento di drammatico interesse) della globalizzazione del 'controllo dell'ordine mondiale' (abbiamo un espressione italiana per questo…che indica lo sforzo fatto dai leaders mondiali per raggiungere la pace a qualsiasi costo…anche attraverso violente operazioni militari)?

RISPOSTA: Beh, il mondo si sta globalizzando indipendentemente da come e quanto le persone protestino. Non penso sia qualcosa che si possa fermare. Il mio grande problema con questo imperativo storico è che la globalizzazione sta avvenendo a spese continue della maggioranza della popolazione. Ci sono grandi ingiustizie e squilibri tra il nord e il sud (per citare la divisione più evidente), e senza che queste ingiustizie vengano prese in considerazione, la globalizzazione sta trasferendo le risorse più efficienti dai poveri ai ricchi e i poveri sono sempre più insofferenti. Non credo che questi leader occidentali abbiano intenzione di prendere delle decisioni tenendo in considerazione quei segmenti di popolazione mondiale che vengono sfruttati. Vedo più conflitti nel futuro, non di meno.

2)D: Nella prefazione a A Nation Occupied (Una Nazione Occupata), a metà degli anni novanta, attendevi con ansia una soluzione o, per lo meno, una parziale soluzione, all'eterna lotta tra Israele e la Palestina…Cosa pensi della situazione attuale?

R: La situazione è veramente critica. L'occupazione deve semplicemente finire e i diritti dei rifugiati palestinesi nelle altre parti del mondo arabo devono essere rispettati. Israele, però, non è affatto pronto ad affrontare queste problematiche. Nel frattempo, il comando dell'autorità palestinese è in crisi. I palestinesi hanno bisogno di esercitare il loro legittimo diritto alla resistenza contro l'occupazione israeliana, ma in modo creativo. Far esplodere un autobus pieno di civili israeliani è immorale e controproduttivo. I palestinesi hanno bisogno di un Martin Luther King o di un Nelson Mandela.

3) D: Nei tuoi lavori catturi l'attenzione del lettore con il tuo tratto incalzante e dinamico (sia con il disegno che con l'uso di didascalie che contribuiscono a comunicare sensazioni e a far crescere la tensione nella storia). Il tuo tratto 'organico', intenso ed espressionisticamente deformato permette alle figure umane di creare il proprio spazio esistenziale e psicologico.
Che rapporto c'è tra gli aspetti artistici e quelli enfatico-comunicativi nei tuoi lavori?

R: Ovviamente, tanto quanto è possibile. Cerco di fare in modo che i disegni abbiano tanto significato quanto le parole. Non ho teorie a questo proposito. Procedo in modo istintivo quando sono al tavolo da disegno.

4) D: Parliamo un po' dei tuoi metodi di lavoro. Usi solo libretti per appunti e foto per ricordare storie e fissare scene? Cambi mai le vicende per adattarle ad una tua idea? Quant'è importante la tua personale opinione sui fatti?

R: Io agisco come fossi un reporter quando sono sul campo: prendo appunti, faccio interviste e foto. Nessun riferimento è inventato. Sono tutti tratti da interviste o ricostruzioni di conversazioni riportate sui miei diari di viaggio. Ovviamente il modo in cui presento le storie è collegato a ciò che penso, alle mie visioni politiche, ecc. Non sono un reporter obiettivo, ma sono corretto. Cerco di fornire un'opinione e se qualcosa che vedo o che sento si distacca da essa, presento anche quella. Nel mio libro sui palestinesi ho inserito alcune loro conversazioni che non influiscono certo positivamente su di loro, anche se penso che i palestinesi siano sempre stati storicamente fraintesi.

5) D: Potresti essere definito un autore impegnato politicamente. L'ambiguità e l'apertura a diverse interpretazioni dei tuoi resoconti, sono tipiche degli incontri ravvicinati tra arte e informazione o tra arte e politica. Che importanza dai al contributo di questo 'extra' artistico, senza il quale i tuoi libri potrebbero essere considerati veri e propri reportages, prodotti che forniscono informazioni basate su un certo tipo di obiettività?

R: (non sono sicuro di avere capito bene la domanda, ma rispondo per quello che ho capito) Informazioni politiche e storiche annoiano spesso il lettore fino alle lacrime. Il mio ruolo, in quanto artista interessato alla storia e alla politica, è quello di presentare le informazioni in modo che coinvolgano il lettore. C'è un lato artistico in ciò che faccio, opposto a quello giornalistico. Non ha senso colpire il lettore sulla testa con delle mazzate, il lettore chiuderebbe il libro e se ne andrebbe. Sto cercando di raggiungere un tipo di audience generale, persone che normalmente non sceglierebbero un libro sulla Palestina o sulla Bosnia. Il fumetto è sovversivo perché è una forma d'arte popolare e una gran quantità di informazioni possono essere trasmesse proprio tramite questo medium. Almeno questo è quello che credo.

D: In una recente intervista descrivi Gorazde (il tuo libro Safe Area Gorazde verrà pubblicato per la prima volta in Italia nei prossimi mesi…) come una piccola comunità, un microcosmo umano da esplorare e su cui poter scrivere. Quando lessi Palestine, notai lo stesso interesse verso la vita di tutti i giorni, piuttosto che una semplice descrizione di 'fatti' ed eventi. Per favore, parlaci di questo aspetto del tuo lavoro…

R: Penso che molti racconti riguardanti luoghi in Bosnia e in Palestina tendano a concentrarsi su grandi foto d'insieme, cosa senza dubbio necessaria per capire la situazione generale. Ma io sono più interessato a presentare storie di persone all'ombra della storia, le cui vite vengono travolte da grandi eventi storici, che politici e generali trattano con estrema facilità. Voglio rendere in qualche modo reali queste persone ordinarie, e presentarle come individui con le proprie storie, volontà e bisogni. Come farlo se non mostrando le piccole cose della realtà quotidiana che riempie le loro vite, i dettagli? Mostrando i loro rituali giornalieri e la loro routine, il lettore si rende conto di quanto siano simili e allo stesso tempo diversi da un rifugiato di Gaza o da un soldato a Gorazde.

D: Come autore, senti di migliorare col tempo? Cosa pensi dei tuoi lavori passati e delle tue esperienze? La tua recente notorietà (so che non sei una superstar…mi riferisco alla vittoria del premio e alla buona impressione sulla critica ottenute dal tuo lavoro negli ultimi anni…) ha in qualche modo cambiato le tue abitudini o i tuoi modi e metodi di lavoro?

R: Sento che le mie capacità sono migliorate. Ma è una cosa naturale. Non sono interamente soddisfatto di nessuno dei miei lavori e non è una conseguenza del guardare indietro e pensare che avrei potuto fare le cose diversamente. Credo abbia a che fare con la sensazione di non essere del tutto capace di cogliere l'effetto che volevo nel momento in cui stavo disegnando. Generalmente, i miei metodi non sono cambiati di molto, forse si sono raffinati.

D: Ci sono dei punti di riferimento o modelli nel campo dei fumetti e del giornalismo ?…C'è un qualche autore in particolare che ti ha influenzato più di altri e ha 'guidato' il tuo stile? Da dove proviene la tua ispirazione?

R: Sono stato influenzato dall'arte di Bruguel il Giovane, Will Elder (da Mad Comics) e Robert Crumb. Ma sono i giornalisti ad influenzarmi maggiormente, in particolare George Orwell che era pronto a trovarsi in qualsiasi situazione per capire meglio le circostanze. Amo in particolare il suo libro La strada per Wigan Pier che riguarda i minatori inglesi durante la depressione del 1930.

D: Dammi una definizione o un commento a queste parole:

R: GUERRA: brutta roba, non evitabile tanto facilmente.

INFORMAZIONE e MEDIA: questi coprono la gamma che va da positivo e illuminante a negativo e deformante. Non si può generalizzare sui mezzi di comunicazione.

ARTE: L'arte che non tenta di affrontare la condizione umana o la nostra relazione con le cose tangibili attorno a noi non mi interessa.

POLITICA: Non posso negare di essere affascinato dai processi con i quali le persone prendono le loro decisioni o le fanno prendere da qualcun altro. Sono più interessato ai leaders che ai politici. I leaders possono portare una società avanti oppure distruggerla. Sono di solito politici anch'essi, certo, ma molti politici sono solo mediocri ambiziosi che non ispirano nulla.

TERRORISMO: Terrorismo è una parola faziosa generalmente usata per fini politici, quindi cerco di evitarla. Preferisco la parola assassinio. Ciò che è successo a New York, ad esempio, è stato un assassinio di massa.

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10) Inguine.net Vanni Brusadin
Comunicazione contro Caos
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Contatto immediato contro Imprevedibilità e Sorpresa
,,,,,,
una Superficie di linguaggi identici contro una Costruzione mai completa di percorsi che si cancellano
,,,,,,,,,,
Immersione contro Seduzione
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enjoy ©ontradiction$

Inguine.net è un'idea nata alla fine del 2000, un'idea confusa e composita, nata dall'amore per il fumetto. Tutti buoni motivi per trasformarla in una mistura di concreto e immateriale come un pugno di kilobytes in Rete, qualche migliaio di migliaia di zeri+uni che ricomposti sullo schermo del vostro computer hanno di nuovo l'aspetto di un'immagine, di un testo, di un messaggio lasciato poi chissà da chi. Inguine voleva andare al di là della fanzine, ma con l'obiettivo di tradurre l'odore (e il costo) della carta fotocopiata in un progetto Internet aperto e in continuo cambiamento. Dell'idea originale abbiamo cambiato molte cose, abbiamo fatto qualche esperimento e a volte ci siamo trovati con l'acqua alle ginocchia, in mezzo a un guado che non sapevamo dove portasse. Ma non ci siamo preoccupati più di tanto, uno dei primi slogan di Inguine.net era _Enjoy contradictions_.

Alla domanda "perché il fumetto nella logica fredda e digitale di Internet?" sappiamo dare delle risposte provvisorie, per quelle definitive aspettiamo qualche anno e arriveranno i teorici a mettere un po' d'ordine. Ma è evidente che i nuovi strumenti, soprattutto quando sono innovativi e straordinari come la Rete, vanno messi alla prova e sfruttati a fondo.

Una delle principali anime di Inguine.net è il web design e lo studio di una possibile traduzione sullo schermo della forza visiva del fumetto contemporaneo. Così sono nati gli esperimenti di elaborazione digitale di brevi lavori di autori italiani e stranieri, e gli esperimenti di concorso o collaborazione a tema sui lavori di Giuseppe Palumbo e ora Joe Sacco. In tutti i casi, emerge un fumetto innovativo che spesso rimane estraneo ai circuiti della grande distribuzione e che forse proprio per questo riesce ancora a creare storie e immagini con una sensibilità originale, che sia politica, visionaria, surreale o qualunque altra cosa.

C'è un'altra pista da battere. Il web design è uno dei modi più affascinanti per plasmare la forma visibile di un nuovo mezzo di comunicazione come la Rete, ma la Rete stessa è di per sé un sistema nervoso vivo: un insieme caotico di collaborazioni, di concetti che si sviluppano, di link al mondo fisico, di nuove forme di attività umana. La superficie animata e colorata di Internet nasconde la possibilità di usare la Rete come un mezzo tattico per diffondere informazioni, produrre piacere, cercare complici. Anche al di là dello schermo del computer e magari sui muri della città, scoprendo un nuovo modo di fare fumetto che (per ora) se ne sta fuori dalle edicole e dalle gallerie d'arte e, nonostante questo, riesce ad arrivare nelle case di chi vede nel fumetto una cosa entusiasmante. Tutto questo in una semplice serie di adesivi Paper Resistance scaricabili e stampabili così come sono. E questo sembra solo l'inizio.
www.inguine.net

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Il reporter cartoonist che disegna le guerre di Marco Romani
Avvenimenti n°3 2002

Se alla parola fumetto vi scatta immediata l'immagine del topastro antipatico e saccente del vecchio Walt Disney, per leggere e ammirare le strisce di Joe Sacco dovete invertire completamente la rotta.
Sulle tavole ci sono i volti duri dei plaestinesi di Gaza, con le loro kefie e le pietre nelle mani, ci sono i mussulmani di Goradze durante gli anni disperati della guerra nella ex-Yugoslavia. Il tratto è forte, inciso sulla carta, i lineamenti si caricano di morte con le rughe che disegnano le mappe del dolore.
Sarà lo stesso fumettista maltese, ma americano di adozione a parlare del suo lavoro nella retrospettiva "Nuvole da oltre frontiera" che l'Associazione Culturale Mirada e il Comune di Ravenna hanno organizzato al Museo d'arte della città (Via Roma 13) e che verrà inaugurata il prossimo primo febbraio (fino al 2 marzo) con 80 tavole a fumetto tra le quali alcune inedite nel nostro paese. Interessato più ai particolari che alle "foto di gruppo". Sacco nella sua attività di reporter-cartoonist si immerge nei luoghi dei conflitti, armato di taccuino e di macchina fotografica. Annota tutto, raccoglie voci, realizza interviste, è attento ai mestieri, alle case, ai gesti minimi. Da grande giornalista, ha vinto anche il Pulitzer, non pensa di avere delle risposte pronte, il suo è un lavoro d'indagine per capire, con domande che inseguono domande, i tanti aspetti di un problema. E' nato cosi Palestina: una nazione occupata l'unico volume pubblicato in Italia e che Mondadori sta ristampando insieme a Striscia di Gaza con una nuova traduzione di Daniele Brolli, ed è nato così anche Safe Area Goradze con la vicenda drammatica della piccola comunità mussulmana tra i serbi di Bosnia.
Da americano, come ha raccontato lo stesso Sacco, l'equazione palestinese uguale terrorista sembrava ovvia. Ma visitando per du mesi i territori occupati ha scoperto che quell'equazione non funzionava poi troppo, che la Storia (quella con la maiuscola) non aveva senso se non si raccontavano le tante piccole storie di soprusi e di violenze. Ma l'aspetto più interessante del lavoro di Sacco è che l'inchiesta giornalistica non viene raccolta, come sempre accade, in uno dei tanti volumi che pochi leggono, ma si traduce in un segno che sa parlare, anche grazie ad uno humor sagace e mai accattone, ad un pubblico ampio incidendone la memora. "Il mio ruolo in quanto artista interessato alla storia e alla politica - ha dichiarato Sacco - è quello di presentare le informazioni in modo che coinvolgano il lettore. C'è un lato artistico in ciò che faccio, opposto a quello giornalistico. Non ha senso colpire il lettore sulla testa con delle mazzate, il lettore chiuderebbe il libro e se ne andrebbe".
Con un occhio a Brugel e uno al dissacrante Robert Crumb il fumetto di Sacco riesce a comporre inquadrature impossibili per un reportage fotografico perchè una stessa tavola può raccogliere elementi apparentemente secondari - l'interno di una casa, un artigiano che lavora il legno, un muretto sberciato - che però restituiscono voci, idee, sentimenti a chi da decenni vive assediato da odio e carri armati.

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Palestina una tragedia a strisce di Daniele Brolli
L'Unità, 1 febbraio 2002

Negli anni Sessanta per un bambino che leggeva Salgari e le avventure di viaggi e guerre esotiche, un atlante era il territorio dell'avventura. Un certificato di realtà, dove i suoi sogni trovavano conferma. Sulle cartine i luoghi e l'aspetto delle lontane regioni del mondo avevano una precisa collocazione. C'erano le catene montuose brunite, il giallo ocra dei deserti e il verde marcio delle zone dove la vegetazione era più densa, mentre le metropoli si allargavano sulla carta con forme trapezoidali scomposte e minacciose. Tutto era riassunto in una versione rassicurante e prevedibile: se un posto non veniva rintracciato l'avventura veniva soffocata dal dubbio. Perdeva quella solida concretezza che faceva rimanere a nervi tesi anche dopo la lettura, per sfumare nella fanfaronata da dimenticare. Anno dopo anno, scrutando quegli atlanti ci si formava la convinzione che la divisione geopolitica fosse immutabile: i confini restavano gli stessi, come se il mondo fosse nato con quelle linee tratteggiate già dipinte sulla superficie. Invece era solo un'idea da sognatori, perché i confini sudavano sangue in più parti del pianeta e prima della fine del millennio sarebbero avvenute grosse variazioni. Subito dopo la guerra arabo israeliana del 1967 lessi (probabilmente sul Corriere dei Piccoli) un fumetto che esaltava le capacità strategiche del generale israeliano Moshe Dayan. Era una storia di guerra contemporanea in cui, con un astuto spostamento di tre colonne corazzate lungo un'antica strada attraverso il deserto del Sinai, un esercito inferiore come unità, dimostrava la propria superiorità militare. Si trattava del confronto arabo-israeliano del 1956. Nel 1967 Dayan era Ministro della Difesa, e Israele replicava le gesta belliche sconfiggendo gli eserciti congiunti di molti paesi arabi guidati dall'Egitto di Nasser. L'esercito di Israele era il braccio armato del popolo più angariato durante la Seconda Guerra Mondiale: gli Ebrei. Se mi aveste chiesto per chi simpatizzavo allora, vi avrei risposto sicuramente per Israele, perché gli arabi tentavano di scacciarli dalla loro terra così a lungo sognata; la terra del ritorno: quella di Gerusalemme. Era Davide contro Golia, era il diritto di un popolo sfortunato nelle scritture e che portava ancora le tracce dell'Olocausto nazista. Che in Palestina ci vivesse pacificamente anche un popolo diverso da quello delle tribù ebraiche è un'acquisizione recente, frutto probabilmente del volume di informazione prodotto in seguito alla prima Intifada. Ma da dopo la diaspora del 135 dopo Cristo l'idea che quelle terre, dove ormai vivevano pacificamente i palestinesi, dovessero ridiventare la patria degli Ebrei venne in mente ad alcuni ricchi ebrei nella seconda parte del Diciannovesimo secolo. Gli eventi che hanno portato alla nascita dello stato di Israele sono storia recente ma anche densa di avvenimenti (e, come si può verificare nel suo libro, Joe Sacco ne ricostruisce la parte finale in alcune pagine del suo reportage disegnato Palestina). Ma la sostanza dei fatti è che c'era una terra dove ormai viveva un popolo, quello palestinese, con una sua tradizione e che altri, i discendenti degli ebrei in giro per il mondo, non si sono accontentati di stabilirsi lì ma, con il consenso dei poteri politici internazionali, hanno relegato chi ci ha abitato per almeno millesettecento anni al ruolo di animali da cortile. È un po' come se qualcuno bussasse a casa nostra, vantasse qualche lontano progenitore che so, etrusco, che agli esordi della Storia aveva abitato proprio l'area in cui sorgono le nostre pareti e adesso reclamasse l'appartamento per poi concederci, con magnanimità, l'uso del terrazzo e del cesso. Ma nel 1967, quando leggevo il fumetto con le gesta di Moshe Dayan (genio strategico sinistramente simile al Rommel della Seconda Guerra Mondiale…), vivevo una condizione di compassione per della gente, gli ebrei, che non aveva certo goduto dei favori della sorte, e quel debito morale mi faceva dimenticare che anche dall'altra parte c'erano esseri umani. Del resto negli anni Sessanta e per buona parte dei Settanta, i fumetti di guerra di origine inglese ambientati nella Seconda Guerra Mondiale riscuotevano un notevole successo tra i lettori (adolescenti e non, perché allora il fumetto era una forma di intrattenimento anche per adulti), e il presupposto era che da una parte c'erano gli eroi, dall'altra i cattivi. E che gli eroi uccidevano per il bene dell'umanità. Insomma la situazione, per un affezionato lettore di romanzi d'avventura e di fumetti, era molto chiara: le linee tratteggiate che delimitavano uno spazio su una cartina e andavano riempite del colore giusto. In alcune pagine di Palestina Joe Sacco ricostruisce alcune delle vicende più recenti della Palestina e dei Territori Occupati con una ricapitolazione storica che diventa retroscena del suo viaggio di testimonianza. In Palestina, come in ogni altro reportage disegnato che realizzerà in seguito, Safe Area Goradze incluso, Sacco sceglie una posizione defilata e parzialmente inconsapevole. Il suo approccio è volutamente ingenuo, proprio per poter rispettare più da vicino le curiosità, i dubbi e le domande di chi non è informato sui fatti e che crede di potersene formare un'opinione solo con elementi semplici. Questi fumetti, che poi verranno raccolti in spessi volumi, nascono come miniserie di albetti, confrontandosi con una periodicità (anzi, spesso un'aperiodicità, vista l'incapacità di un fumetto indipendente e povero di rispettare i tempi di uscita) che è anche appuntamento e interazione con il proprio lettore. Cos'ha di diverso rispetto ai reporter che siamo abituati a leggere sui giornali e periodici? Sugli strumenti di informazione più accreditati, di solito tutto ci viene raccontato attraverso l'io del reporter, una specie di esperto della materia… i suoi sensi percepiscono mentre la mente rielabora in forma narrata. Magari il servizio è corredato da foto che restano appese al testo come immagini in ostaggio dei fatti. E la testimonianza dov'è? I reportage ci piacciono spesso perché hanno qualcosa di epico o favolistico, parlano di usanze e paesi sconosciuti, sono conditi e speziati. Se si trattasse di documentari l'effetto non sarebbe molto differente ma forse cercheremmo loro una collocazione nell'immaginario catalogo della nostra agenzia viaggi mentale, mentre se fossero film il nostro istinto li catalogherebbe per principio come finti. A ognuno di questi media riconosciamo una via privilegiata nel raccontarci qualcosa. Per sprofondare nel reale che non esiste non c'è argomento migliore della Palestina, un paese negato. Il Calendario Atlante De Agostini 2002, è un agile aggiornamento annuale sullo stato geopolitico del pianeta: dentro sono elencate tutte le nazioni del mondo, dalla più grande alla più piccola. Ma da Palau, gruppo insulare dell'Oceano Pacifico, nella Micronesia, 488 kmq, abitanti 19.000, si passa a Panamá, Centroamerica, superficie 75.516 kmq, abitanti 464.928. Della Palestina nessuna traccia. Sotto Israele troverete alcune anomalie. La prima è la Cisgiordania, che, riprendendo direttamente dall'Atlante, è una "parte della Giordania a ovest del fiume Giordano (Giudea e Smaria, con i quartieri arabi di Gerusalemme. Il 31-VII-1988 la Giordania ha rinunciato a ogni diritto sulla regione per lasciare spazio alle aspirazioni palestinesi a uno stato indipendente. La popolazione è costituita da palestinesi, ma sono presenti numerosi coloni ebrei che costituiscono il problema principale per il prosieguo delle trattative di pace. Secondo gli accordi del 1993-2000 è in atto il ritiro delle truppe israeliane da una serie di aree (tra cui le città di Gerico, Hebron, Nablus e Betlemme) equivalenti al 47% del territorio". Ma i recenti sviluppi della situazione sembrano andare proprio contro quanto stabilito dagli accordi. C'è poi la voce: "Territori amministrati dall'ANP", frutto degli accordi di cui sopra, in cui Israele avrebbe dato mandato all'Autorità Nazionale Palestinese di governare sulla Striscia di Gaza e su parte della Cisgiordania. Una situazione confusa e irrisolta, in cui Yasser Arafat si srebbe dovuto far carica come presidente di tenere insieme fazioni e istanze disparate, volte forse solo ad assecondare le autorità israeliane. Il risultato al momento è oltre un anno di disordini e conflitto con gli israeliani, un confronto che spesso va oltre i criteri politici e che scaturisce direttamente da una naturale ribellione del popolo palestinese vagamente canalizzata da alcune organizzazioni. Ne è conseguita anche una "chiusura dei confini e limitazioni alla possibilità di movimento dei cittadini palestinesi, impiegati a decine di migliaia in Israele. Da ciò è derivata una forte riduzione delle attività produttive, con gravi ripercussioni economico-sociali". Joe Sacco è riuscito a rendere evidente tutto questo sistema di cose utilizzando il fumetto come nuovo metodo documentario, portandolo a diventare reportage a tutti gli effetti (aveva già provato a parlare della Guerra del Golfo in maniera digressiva con War Junkie e dopo la Palestina ha approfondito il suo lavoro recandosi in Bosnia…). Chi legge libri a fumetti come Palestina o Safe Area Goradze, ha una percezione immediata e approfondita del contesto e dei problemi che lo affliggono. Lo si deve in parte all'abilità dell'autore, alla sua capacità di percepire gli ambienti e le situazione. Ma grandi meriti li ha anche l'utilizzo particolare che se ne fa del linguaggio del fumetto. Sacco ha sfruttato lo specifico linguistico del cartooning per raccontare in maniera del tutto inedita i luoghi e i conflitti sociali a cui ha assistito. Le radici del suo stile grafico e del montaggio narrativo affondano direttamente nel comix underground americano degli anni Sessanta e Settanta, e non è fuori luogo attribuirgli una derivazione stilistica da Robert Crumb. Joe Sacco riprende la minuzia nei particolari, la forza del segno che interpreta le cose senza mai essere neutrale, facendosi sentire sempre presente e graffiante. Come Crumb affronta la realtà con un'interpretazione grottesca che fa convivere in maniera straniante l'elemento drammatico con quello umoristico, la deformazione fisiognomica con l'affiorare dei sintomi dell'interiorità… È un modo di raccontare per spaccati in cui, situazione rara nel fumetto, l'autore si raffigura nelle vignette per portare le istanze del lettore attraverso ciò che incontra. Il riferimento a Crumb ricorda anche l'orgoglio di un lunguaggio povero, il fumetto, al servizio di una cultura antagonista. Un medium che cerca il riscatto coniugandosi con altri argomenti in cerca di emancipazione: per Crumb è stato l'universo controculturale degli anni Sessanta, il sesso come anomalia incontrollabile, il blues, la provincia del sud degli Stati Uniti… Crumb descrive personaggi, storie, luoghi attraverso un'interiorità esuberante che emerge ad alterarne e a rimodellarne i tratti somatici. La deformazione prodotta da un minuzioso stile grottesco (in cui si intreccia una fitta rete di segni, intenti a ricostruire a modo loro chiaroscuri, superfici, rotondità e profondità di campo…) diventa cardine di una surrealtà che ci documenta un universo che non conosciamo, distante da noi quanto la sostanza di una favola raccontata da quotidiani e televisioni. Sacco recupera questa lezione di stile per ritrasmetterci la sua sensazione del momento senza enfatizzare il proprio io (come fanno spesso i repoter…), anzi, si canzona: non omette i propri imbarazzi, la propria incapacità a emanciparsi dalle proprie origini, ed è disposto a riconoscere per intero la propria ignoranza. Il reporter di solito spiega a noi ignoranti disposti alla meraviglia, Sacco invece ci accoglie nella sua comitiva in giro per dei luoghi che siamo abituati a conoscere attraverso i cliché dell'informazione pubblica e corre i nostri stessi rischi di farci delle figuracce con gaffe frutto di ignoranza o di diversa sensibilità. Negli incontri, situazioni di grande impatto emotivo si intersecano con la quotidianeità: cosicché finiamo per conoscere i modi di vita e per capire come si trasformino (o si mantengano identici) in tempo di guerra. Nei fumetti di Sacco le contraddizioni e i motivi di conflittualità emergono attraverso piccole circostanze, fatti laterali, spesso più illuminanti della grande Storia che si sedimenta nelle cronache. Palestina e Bosnia sono due scenari dei fenomeni di riterriterritorializzazione contemporanea: razze che rivendicano la propria identità con la terra che calpestano e che vorrebbero cacciarne, tribalmente, chiunque altro tenti di insediarvisi o anche solo accedervi. Un altro elemento che fa di Sacco qualcosa di più dei reporter che siamo abituati a leggere, perché non si muove semplicemente alla ricerca di nazioni esotiche in cui magari è in atto un qualche conflitto. È attratto invece da posti in cui si sta verificando il vero conflitto epocale, quello della difesa delle origini come estremo malinteso di un malato desiderio di identità. Sacco appartiene alla più recente generazione di fumettisti americani alternativi. E all'interno di questa appartenenza al fumetto indipendete, lontano dalle major legate a grande industrie della comunicazione (come per esempio la D.C. Comics del gigante AOL-Warner, o la Marvel Comics…) cerca una propria strada espressiva che non abbia a che fare con modalità di rappresentazione diventate istituzionali. In questo vasto territorio controculturale, Sacco appartiene a coloro che hanno una coscienza politica più evidente (come per esempio Peter Kuper e Seth Tobocman fondatori di World War 3 Illustrated) e che si riallacciano alla lezione anarchica del comix underground americano degli anni Sessanta, così irriducibile a qualsiasi strumentalizzazione politica e istituzionale da dichiararsi nei fatti radicalmente anarchico.

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Arte e storia di Nicola Violi
Il Mucchio Selvaggio, 26 febbraio 2002

Nel suo saggio Se la Storia ha un senso, Remo Bodei parla di "compito terapeutico della storia", in quanto ogni comprendere storico apre a ciascuno di noi un mondo con archittetture di senso e sfumature sempre diverse da quelle a cui siamo abituati: concetto che si addice decisamente ad un'opera come Palestina, la cui lettera ribalta molti degli stereotipi occidentali su quella che i massmedia hanno ribatezzato la "polveriera mediorientale", sospesa com'è in un limbo fatto di territori contesi, attentati terroristici e rappresaglie militari. Israeliani contro Palestinesi, in un gioco al massacro che dura da più di un secolo, dall'idea sul finire dell'800 del giornalista ungherese Theodor Herzi di creare una patria per gli ebrei nelle terre spopolate della Bibbia, fino alle feroci dispute odierne tra Ariel Sharon e Yasser Arafat: è questa la materia che Joe Sacco ha riportato pazientemente sulla pagina disegnata, utilizzando al meglio la tecnica del reportage giornalistico a cui somma la sua abilità di fumettista. Operazione che cattura in pieno la potenza narrativa e iconografica della storia che si fa racconto vero, aprendosi con curiosità e sensibilità verso un brulicante mondo di soggetti che - nonostante una realtà drammatica - continuano ad andare avanti in mezzo a privazioni di ogni tipo.
Tra il dicembre 1991 e il febbraio 1992, il Nostra viaggia per due mesi tra Gerusalemme, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza per verificare di persona le condizioni di vita dei palestinesi nei territori occupati da Israele e ben presto comincia a modificare il suo assunto di partenza, tipico dell'occidente, di palestinese uguale terrorista. La sua permanenza nei territori occupati coincide con il finire della prima Intifada (1987 - 1992), conosciuta anche come la rivolta delle pietre e delle molotov, lotta attraverso la quale i giovani palestinesi - sfiniti da decenni di occupazione - ripropongono a livello internazionale il problema dei quei territori contesi, e che attraversa come un tragico filo rosso tutti e nove i capitoli di Palestina.
Il primo ministro israeliano di allora è il falco Yitzhak Shamir, esponente di una destra intransigente, gli accordi di Camp David sono ancora in là da venire e Joe Sacco comincia a lavorare al suo progetto: dare voce al popolo palestinese senza trasmettere semplici informazioni ma coinvolgendo emotivamente il lettore. "Voglio che i lettori capiscano - dichiara in un'intervista - come la Storia può scorrere sopra la testa delle persone e distruggere le loro vite. Voglio che i lettori apprezzino come sono fortunati a vivere in un posto dove c'è la pace da lungo tempo". La realizzazione dei nove capitoli che compongono l'opera porta via a Sacco tre anni di lavoro e solo nel 1994 la Fantagraphics - storica casa editrice di fumetti underground - ne pubblica la prima parte con il titolo di Palestine: A Nation Occupied a cui segui Palestine: In The Gaza Strip. Nel frattempo il mondo assiste alla storica stretta di mano tra Rabin e Arafat sul prato della Casa Bianca e gli accordi che ne seguono, con il parziale ritiro dell'esercito dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania (terre strappate al controllo arabo con la Guerra dei Sei Giorni del 1967), ma anche al successivo omicidio dello stesso Rabin e a un progressivo sfacelo del difficilissimo processo di pace con l'insediamento del governo integralista di Netanyahu e il rafforzarsi - all'interno dell'Olp - delle organizzazioni estremiste. Quando esce nel 1994, il reportage di Joe Sacco è ancora attualissimo, tanto da ricevere una tale attenzione che lo porta a vincere - due anni dopo - il prestigioso American Book Award.
Qui da noi, il tratto graffiante di Sacco arriva nel 1997 grazie all'intraprendente Phoenix di Daniele Brolli , piccola ma agguerrita casa editrice di Bologna che hai il merito di muovere le acque di un panorama editoriale piuttosto stantio, vuoi con la provocazione di una rivista contenitore come Cyborg, vuoi con la traduzione di comics statunitensi che si staccano dal redditizio filone supereroistico come il Concrete di Paul Chadwick e, appunto, la Palestina di Joe Sacco. Lo stesso Brolli cura oggi per Mondadori, con una soluzione unica di Una nazione occupata e Striscia di Gaza, tanto da rendere possibili uno sguardo e un giudizio complessivi.
Giudizio che, diciamolo subito, non può che essere estremamente positivo, vista l'originalità di un lavoro che non ha eguali per capacità di descrizione e metodologia di esecuzione (il paragone con lo Spiegalman di Maus appare forzato, se non per quanto riguarda le tematiche enormi coinvolte): Sacco si inventa letteralmente un modo di narrare che - come afferma Maria Nadotti nel catalogo della mostra - "non si accontenta di dire con le parole né di mostrare attraverso il disegno", ma piuttosto riesce a trascinare quasi letteralmente chi legge tra il fango dei campi profughi di Balata e Ramallah, nel mezzo di corsie di ospedali senza medici dove soldati israeliani snidano a forza i ragazzi dell'Intifada feriti o intossicati dai gas lacrimogeni, dietro i reticoli spinati di carceri popolate da detenuti mai condannati e lasciati lì senza processo anche per sei mesi. Sacco si mette in gioco in prima persona, rappresentandosi come buffo giornalista occhialuto un pò spaesato in cerca di racconti da ascoltare, che lo porteranno anche a profonde riflessioni sull'estraneità ancora grande tra due mondi che rimangono lontani. Noi lo seguiamo volentieri nelle sue interviste, in un percorso circolare senza una sequenza logica ma capace di farci toccare con mano la durezza di un'occupazione militare, vista sotto molteplici punti di vista. Dalla difficoltà di spostamento all'impossibilità spesso di trovare lavoro se non sottopagato, dalla paura continua di vedere la propria abitazione rasa al suolo per rappresaglia al taglio dei preziosi ulivi unica fonte di sostentamento: stretti intorno ad un tavolo e davanti ad un'immancabile tazza di the caldo zuccherato, tanti palestinesi si raccontano senza commiserarsi, mostrano con orgoglio le ferite riportate, snocciolano i giorni di prigionia subita, ricordano i parenti scomparsi o fuggiti nei paesi arabi confinanti, dandoci un'idea concreata di cosa significhi non poter vivere nella terra in cui si è nati.
La prospettiva attraverso cui Sacco guarda le cose è solo quella palestinese, ma ciò non toglie forza all'insieme e non ne sminuisce la valenza documentale, tanto più che essa è dichiarata sin dal titolo: i disegni di quest'artista graffiano, indignano, commuovono ma difficilmente si può dire che siano asserviti ad una causa.

E' dislocata in tre sale all'interno del Museo d'Arte di Ravenna e promossa dall'Associazione Culturale Mirada, a cui va dato ampio merito per aver portato in Italia l'artista in occasione dell'inaugurazione, coinvolgendolo in una serie di iniziative che hanno previsto una conferenza di presentazione, un seminario pratico-teorico e il concerto del gruppo Radiodervish nella suggestiva location della Chiesa di San Domenico. Accanto ad alcune tavole originali di Palestina, la mostra offre l'occasione di vederne altre apparse sulla rivista Time, Harper's e altre tratte dall'opera più recente di Joe Sacco, quel Safe Area Gorazde pubblicato due anni fa negli States dalla solita Fantagraphics e che presto speriamo di veder tradotto in Italia. Anche in quest'occasione il metodo di lavoro non è cambiato, nonostante il bianco e nero si sia fatto più dettagliato nei visi, negli sfondi e nella rappresentazione degli armamenti: nel 1995 Sacco ha trascorso quattro mesi in Bosnia e una volta rientrato ha documentato il sanguinoso assedio di questa piccola enclave musulmana circondata da territori serbi, durante la guerra nella ex Jugoslavia scoppiata nel 1991. Descritto sulla stessa linea di Palestina, si preannuncia come un utile strumento per comprendere più a fondo l'inestricabile realtà dei Balcani.
La riuscita completa della mostra risente, nel complesso, del poco materiale esposto e di un apparato di supporto alla consultazione che poteva esser più ricco e articolato; ciò non toglie comunque che essa meriti una visita, soprattutto da parte di chi abbia un minimo di curiosità e non abiti a grossa distanza.

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Fumetti dal fronte di Gian Domenico Iachini
ALIAS n°5 febbraio 2002

In un mondo in cui Photoshop ha svelato quanto la fotografia sia bugiarda, si può finalmente permettere agli artisti di tornare alla lo funzione originaria - il reporter.

Art Spiegelman

Si è inaugurata ieri, venerdì 1 febbraio, a Ravenna, presso il Museo d'Arte della Città, la mostra dal titolo "Nuvole da oltre frontiera", che raccoglie ottanta tavole originali dell'artista statunitense Joe Sacco. L'esposizione, aperta al pubblico fino al 2 marzo, mette in evidenza la grande originalità e lo spessore raggiunto dall'autore nella realizzazione delle sue principali opere a fumetti, consacrandolo uno dei cartoonist di maggior interesse e talento nel panorama internazionale dell'ultimo decennio. Alle pagine tratte da Palestine e Strip of Gaza, di prossima pubblicazione anche in Italia in un unico volume, si affiancano quelle riguardanti la guerra in Bosnia orientale, affrontata nel libro più recente Safe Area Gorazde, così come le sue ultime coperture giornalistiche realizzate per il Time e latre importanti testate. Il fumetto, con Sacco diventa uno strumento e un linguaggio al servizio di un'attività di reportage in prima linea, in genere riguardante eventi e situazioni di forte attualità politica. Non è facile rintracciare un approccio simile a quello del fumetto Usa, forse nella produzione di comics sulla guerra che Harvey Kurtzman, con maniacale opera di documentazione e di critica della violenza, realizzò per Two-Fisted Tales e Frontline Combat nei primi anni Cinquanta, ma è qualcosa di diverso, come fa presente anche il cartoonist serbo Aleksandar Zograf in uno dei testi che introducono il catalogo della mostra. Sacco più che occuparsi di storia descive realtà, come quelle del Medio Oriente o dei Balcani, recandosi personalmente in zone ad alto rischio, raccogliendo testimonianze, ricostruendo sia un quadro storico sia il clima politico di quelle regioni. Grazie all'abilità narrativa e alla personalità del disegno nell'affrontare argomenti di tale serità in modo approfondito, Sacco vine più spesso associato al lavoro che Art Spiegelman ha fatto con Maus, il primo libro a fumetti a vincere il premio Pulitzer. La graphic novel sulla Palestina, costata diversi mesi di ricerche nella West Bank e nella striscia di Gaza nei primi anni Novanta, con più di cento interviste a palestinesi ed ebrei, ha vinto l'American Book Award nel 1996, suscitando un notevole e insolito interesse di mass media e studiosi per un'opera a fumetti. Naseer H. Aruri, professore di Scienza della Politica all'Università del Massachusetts ha scritto che Sacco "ha brillantemente e acutamente catturato l'essenza della vita sotto una prolungata e repressiva occupazione. Ogni pagina è equivalente a un saggio su uno dei molti aspetti dell'occupazione - uccisioni, percosse, arresti, vessazioni, squadroni della morte, confisca di terra, tortura. Tutto materiale presentato con gran perizia, acume e compassione". Negli anni Sacco ha contribuito a molteplici riviste a fumetti in lingue inglese e nel 1997, con la storia breve Christmas with Karajzic, si guadagna le lodi del New York Times per la copertura della guerra e definisce il contesto del suo ultimo libro, Safe Area Goradze. Pubblicato nel 2000, sempre dalla Fantagraphics di Seattle, affronta in 240 pagine il tremendo conflitto esploso nella ex Yugoslavia. Sacco ha trascorso quattro mesi in Bosnia tra il 1995 e il 1996, immergendosi nella vita in tempo di guerra, alla ricerca di storie raramente rintracciabili nei tradizionali notiziari. Il libro si concentra sull'enclave mussulmana di Goradze, una cittadina certamente attraente di Sarajevo per i giornalisti, spesso trascurata dall'Occidente nonostante i feroci combattimenti di cui è stata teatro e il duro assedio dei serbi bosniaci. Sacco vi è rimasto per quattro settimane, entrandovi prima che i mussulmani bloccati al suo interno avessero accesso al mondo estrerno, all'elettricità o all'acqua corrente. Oltre alle privazioni della guerra e alla meticolosa descrizione della città distrutta, Sacco racconta la perdita di care e parenti, come della dolorosa consapevolezza che i serbi, un tempo amici e vicini di casa, ora intendevano soltanto trucidarli. Oggi Joe Sacco è forse considerato il solo cartoonist negli Usa un egual misura apprezzato da lettori di fumetti e giornalisti. I suoi reportage riescono a far vivere al lettore un'esperienza che forse nessun altro mezzo riesce a catturare. Seguendo Mashall McLuhan, il fumetto è un mezzo a bassa definizione che invita il lettore alla partecipazione, a differenza della fotografia, ad alta definizione, che tende a relegare il pubblico in uno stato passivo. Cero, le foto delle atrocità di guerra sono uno shock per chi le vede, ma il fumetto che ritrae la stessa realtà coinvolge attivamente il lettore in quell'esperienza. A seguito del funzionamento proprio del fumetto, che implica il riempimento con l'immaginazione degli spazi vuoti che un mezzo iconico a bassa definizione ha, ne deriva che le emozioni del lettore vengono coinvolte creativamente. Persino il cinema, nella sua sequenza di immagini ad alta definizione, non garantisce quella partecipazione sensoriale. L'autore, presente a Ravenna per la mostra e per il seminario che tiene oggi e domani, ci ha rilasciato una breve intervista.

Come hai iniziato ad utilizzare lo strumento fumetto per i tuoi reportage? Hai studiato sia arte che giornalismo?
Il mio coinvolgimento nel giornalismo fumettistico non è stato una cosa pianifacata a tavolino. Ero in ogni caso interessato ad andare nel Medio Oriente, e dato che stavo già facendo fumetti, ho deciso che avrei potuto fare una serie di fumetti sulle mie esperienze laggiù. Il progetto acquistò spessore man mano che cominciai a intervistare la gente, cercando di farmi un quadro completo di cosa l'occupazione significasse per i palestinesi. Avevo invece un'idea migliore su come approcciarmi all'argomento quando andai in Bosnia. Ho studiato giornalismo, mi sono laureato. Non ho mai studiato arte o fumetto. Il fumetto è stato un mio hobby fin da quand'ero bambino.

Ritieni che il fumetto permetta uno speciale coinvolgimento del lettore?
Credo che ogni medium abbia i propri punti di forza. Attraverso il fumetto, posso calare il lettore in un tempo e in un luogo in modo molto diretto, che si tratti delle strade di un campo profughi della Striscia di Gaza o delle strade di Gorazde nella Bosnia orientale. Il materiale visivo è generalmente più avvincente della parola scritta, almeno in un primo momento, e così il lettori che magari altrimenti non leggerebbero nulla su questo argomenti si incuriosiscono e finiscono con il ritrovarsi in un mondo diverso da quello della loro esperienza quotidiana. In questo senso il fumetto può rappresentare una forma piuttosto sovversiva di giornalismo.

Che scopo avevi nel realizzare "Palestina" o "Safe Area Gorazde?"
Mi stavano a cuore quei posti e volevo che il lettori potessero sentirsi nei panni della gente che ho incontrato lì.

Perchè hai scelto la cittò di Gorazde?
Sono andato a Goradze d'impulso perchè avevo una tessera da giornalista e potevo saltare su di un convoglio delle Nazioni Unite che riforniva quella città. Mi sono innamorato del posto fin dal mio primo momento. Contrariamente a Sarajevo, dove la gente era diventata piuttosto cinica nei confronti dei giornalisti, a Gorazde la gente non aveva ancora raccontato le proprie storie a nessuno, e chiunque si fosse recato lì per passare un pò di tempo con loro era il benvenuto. Furono molto cordiali con me. E la storia della città, che fu circondata dai serbi bosniaci per tre anni e mezzo, sopportando così tante difficoltà - compresa la fame e bombardamenti terribili - era toccante. Sono stato riscucchiato dalla loro storia.

Nei tuoi comics fondi l'approccio autobiografico con quello del reporter. Conosci altri artisti che lavorano in modo simile al tuo?
Beh, la rivista Details usava mandare in giro fumettisti per fare del giornalismo a fumetti, ma la cosa è durata solo un anno e mezzo, ovvero il periodo in cui Art Spiegelman era il loro cartoon editor. In questo momento un fumettista di nome Ted Rall sta lavorando in Afghanistan, o è tornato da poco. Insomma, c'è anche altra gente che lavora così.

Chi ti ha influenzato di più nella scrittura e nel disegno?
Robert Crumb ha probabilmente influenzato in modo maggiore il mio stile di disegno. E, rispetto alla scrittura, mi hanno sempre inffascinato l'opera e la determinazione di George Orwell.

Come vedi ora, dopo anni, la situazione in quei posti che hai trattato nei tuoi libri? Te ne sei occupato ancora dopo la loro pubblicazione?
Entrambi i posti se la passano piuttosto male per il momento. Della Palestina i notiziari parlano ogni giorno, e non ci sono mai buone notizie. Non so come andrà a finire. In Bosnia la situazione economica è pessima. Sono tornato in questi posti l'anno scorso. Ho fatto un pò di lavoro sui palestinesi per delle riviste, e spero di riuscire a fare un libro su Gaza nel corso del prossimo anno o giù di lì. Sto ancora lavorando ad alcune delle storie che ho raccolto in Bosnia - si tratta di ritratti di personalità o studi di caratteri, che ho mescolato con la mia attività giornalistica.

Hai già in mente cosa affrontare nel tuo prossimo lavoro?
Chi può dirlo? Vorrei anche provare ad allontanarmi un pò dal racconto di conflitti per fare di nuovo un pò di roba unoristica, ma mi sento in qualche modo obbligato moralmente a dedicarmi al giornalismo.

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Il fumetto: arte e comunicazione Nuvole da oltre frontiera
di Peppino Pelliconi - Università aperta

Dal 1 al 23 febbraio il Museo d'Arte della Città di Ravenna (Loggetta Lombardesca, Via di Roma 13) ospita "Nuvole da Oltre Frontiera", una eccezzionale mostra antologica delle "strisce" di Joe Sacco, fumettista-giornalista maltese, ma statunitense di adozione. Benchè non manchino esempi nel passato di composizioni pittoriche o grafiche in si inseriscono scritte e battute dialogiche (talvolta uscenti dalla bocca dei personaggi raffigurati come in taluni affreschi medioevali o, più tardi, in stampe satiriche), il fumetto come specifica forma di espressione e comunicazione è fenomeno certamente moderno. Il fumetto è nato nelgli Stati Uniti d'America nel 1895, quando l'editore J. Pulitzer decise di prolungare l'uscita dei quotidiani con l'aggiunta di un supplemento illustrato a colori per l'infanzia: le storie di Yellow Kid, monello tipico delle periferie americane che, nell'occasione, R.F. Outcault disegnò per il quotidiano The World di New York. Il successo fu tale che ben presto i supplementi illustrati si moltiplicarono e nacquero altre serie di personaggi comici e satirici. In Europa l'esempio americano non ebbe molto seguito: nacquero giornalini settimanali per bambini, ma si evitò costantemente di inserire il fumetto nelle illustrazioni.
Nel dicembre del 1908 apparve in Italia come supplemento domenicale del "Corriere della Sera", il "Corriere dei Piccoli", fondato e diretto da Silvio Spaventa Filippi che si avvalse nel tempo di molti valenti collaboratori.
Sulle pagine del "Corriere dei Piccoli" la nuvoletta era sostituita dalle tradizionali didascalie, per lo più in versi ottonari a rima baciata, che vennero abbandonate solo negli anni Sessanta.
Sempre in America negli anni Trenta nacquero i primi albi a fumetti proponendo personaggi nuovi protagonisti di entusiasmanti avventure.
Anche in Italia il genere avventuroso si diffuse rapidamente grazie alla pubblicazione di giornali per ragazzi con cadenza settimanale e, lungo il trascorrere del tempo molte sono le testate che, col narrare del fumetto, hanno la fantasia soprattutto dei giovani. Verso la metà degli anni Sessanta si è aperto un periodo di crisi e, contemporaneamente, una pausa di riflessione che ha consentito di storicizzare e valutare più attentamente il fumetto che, fino a quel momento, era stato considerato un sottoprodotto culturale. Da un lato la crisi di progettualità e di ideali ha portato alla nascita di un numero elevato di fumetti "neri" in gran parte deteriori, dei quali il capostipite nobile fu Diabolik (1962), seguito da Kriminal (1964).
Dall'altro lato, grazie alla nuova e raffinata rivista Linus che dal 1965 ha fatto conoscere vecchi e nuovi personaggi americani ed europei (Krazy kat, Pogo, Popeye, Dick Tracy, Charlie Brown e altri) è avvenuto un recupero del fumetto straniero sconosciuto in Italia. Questo ha creato le condizioni perchè si aprisse un confronto e un dibattito sul fumetto come prodotto culturale prolovuendo la riscoperta di vecchi autori italiani (D. Battaglia) e la conoscenza di nuovi (G. Crepax con Valentina nel 1965).
Conquistando il pubblico degli adulti, il fumetto ha così intrapreso una nuova fase divulgativa su percorsi con finalità alquanto diversificati.
Nell'ambito dell'umorismo e della satira sono nati in Italia nel 1965 Ghirigliz di E. Lunari e Lupo Alberto di Silver (G. Silvestri), nel 1968 Alan Ford di Bunker e Magnus, nel 1969 Sturmtruppen di Bonvi (F. Bonvicini); mentre Up il sovversivo (1968) di A. Chiappori e Cipputi (1976) di Altan (F. Tullio-Altan) sono i primi testimoni dell'efficacia del fumetto nel campo della satira propriamente politica.
Purtroppo l'educazione corrente, specialmente attraverso l'apporto della comunicazione, nel nostro Paese non facilità la conoscenza di molti aspetti delle arti in genere, soprattutto se queste non fanno audience. Molti giovani, e non solo loro, accolgono le emozioni molto modeste e deboli che la comunicazione di consumo offre. Ma il fumetto è una forma artistia oggi capace di affrontare, con grande espressività e immediatezza di comunicazione, non solo la satira, bensì anche le grandi tematiche della quotidianità e dei rapporti sociali.
In questa ottica si colloca la mostra ravennate di Joe Sacco e curata dal giornalista e scrittore Daniele Brolli, promossa dall'Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Ravenna, dal GAI (Giovani artisti italiani) e organizzata dall'Associazione Culturale Mirada.
"Nuvole da oltre frontiera" propone in esposizione 80 tavole originali a fumetto, tratte dalle opere Palestina, una nazione occupata (unica per ora tradotta in italiano) e Strip of Gaza.
Accanto alle strisce più famose anche vignette meno note al pubblico italiano: alcune estratte dal libro dedicato alla Bosnia, Safe Area Goradze, ed altre apparse sulla rivista "Time".
In occasione della mostra ravennate è uscito in una nuova traduzione di Daniele Brolli Palestina: una nazione occupata e Striscia di Gaza.
Già vincitore del prestigioso premio giornalistico Pulitzer, Joe Sacco è sicuramente uno dei cartoonist più interessanti nel panorama internazionale in quanto utilizza la tecnica del fumetto per comunicare reportage estremamente seri e di grande attualità.
Nello specifico l'opera di Sacco, ha, infatti, l'intento di dare voce ai palestinesi, riportando le loro storie e il loro punto di vista.
Lungi dall'idealizzare le persone che rivivono nei suoi disegni, l'autore riesce, con sapiente uso dell'humor, a rendere la narrazione più leggera e meditativa.
Il fumetto, con le su peculiarità, può offrire una vasta gamma di informazioni visive e trasmettere, meglio di qualsiasi discorso, la conoscenza di aspetti ambientali e del vivere quotidiano di mondi poco conosciuti.
Il progetto dell'intera opera ha richiesto più di tre anni di lavoro ed è stato realizzato in nove parti raccolte in due volumi: Palestina: a nation occupied e Palestina: in the Gaza Strip.
Il fumetto, nelle opere di Sacco, riesce a comunicare una consapevolezza delle situazioni che sarebbe difficile ottenere con altri media.
Durante l'apertura dell'esposizione saranno proiettati diversi video sull'artista e sui temi della guerra in Medioriente. Il catalogo della mostra, a cura dell'Associazione Mirada, contiene contributi critici di Daniele Brolli, Carlo Branzaglia, Ferruccio Giromini, Sandro Staffa, Marco Pellitteri, Maria Nadotti e Stassa Zanovic (Donne in Nero di Belgrado). Nei primi tre giorni di apertura della mostra sono previsti eventi collaterali come conferenze di Joe Sacco e un concerto del gruppo pugliese "Radiodervish" formato da un musicista italiano e un cantante palestinese.

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Palestina a fumetti nelle strisce di Joe Sacco
di Rica Celi - MUSICA di Repubblica

Era il dicembre del '91 quando Joe Sacco, giornalista e vignettista nato a Malta e cresciuto negli Usa, iniziò il suo lungo soggiorno a Gerusalemme, Cisgiordania eStriscia di Gaza. Lui stesso ha ammesso di essersi avvicinato alla questione partendo dallo stereotipo "palestinese uguale terrorista". "Volevo verificare di persona le condizioni di vita dei palestinesi sotto l'occupazione israeliana" racconta Sacco. I due mesi di permanenza sono diventati un reportage a fumetti: tre anni di lavoro per relizzare 9 parti, raccolte poi in du volumi. Ottanta delle tavole originali a fumetto tratte da quelle due opere, Palestina, una nazione occupata e Strip of Gaza (pubblicate da Mondadori), sono da domani esposte al Museo d'Arte della Città di Ravenna nella mostra natologica Nuvole da oltre frontiera, curata da Daniele Brolli. Per l'occasione il 2 febbraio ci sarà il concerto della band italo-palestinese Radiodervish. A fine lavoro, scriveva Sacco nel '94 nella prefazione del primo volume, sembrava "che la pace, o qualcosa di simile, fosse a portata di mano, e mi domandavo se quegli sviluppi incalzanti non stessere rendendo superfluo il quadro che stavo tracciando sulle sofferenze dei palestinesi sotto l'occupazione israeliana". La realtà di questi giorni rende invece ancora attuale il lavoro del cartoonist, vincitore di un Pulitzer, che fiducioso dà un senso al suo impegno, tentando di offrire risposte e raccontare gli uomini, le loro piccole storie: "Qualunque cosa ci riservi il fututo, penso sia giusto dare un'occhiata a chi sono i palestinesi e perchè si sono opposti al sionismo e all'occupazione".

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Il segno di Joe Sacco
di Antonella Cornicelli - Terra di Mezzo 2002

Palestina in punta di matita

Un libro reportage sulla vita nei territori occupati.
Disegni e inchiostro di uno dei più grandi fumettisti viventi per dar voce ai palestinesi e alle loro ragioni

Nel 1992, il fumettista-giornalista americano Joe Sacco parte per un viaggio di due mesi nei territori Occupati. Sono gli anni della prima Intifada, e Sacco è alla ricerca di materiali e testimonianze da trasporre nelle sue storie.
Durante il suo soggiorno, intervista palestinesi e israeliani, scatta fotografie, prende appunti. Utilizza, insomma, gli strumenti classici del giornalismo per raccogliere informazioni che (dopo tre anni di lavorazione) confluiranno in Palestina: il reportage disegnato di quel viaggio.
Dal punto di vista politico, il libro non si pone in mezzo alle parti -è l'autore stesso a dichiararlo- ma vuole portare fuori la voce dei Palestinesi. Anzi, si può dire che l'intero progetto nasca proprio dall'urgenza di Sacco di confrontare il suo punto di vista "occidentale" sulla questione palestinese con la realtà (vissuta in prima persona) dell'occupazione militare, dei campi profughi, dell'economia strozzata.
Senza eccedere nella santificazione: "Ovviamente il modo in cui presento le storie è collegato a ciò che penso, alle mie visioni politiche -dichiara in un'intervista-. Non sono un reporter obiettivo, ma sono corretto. Cerco di fornire un'opinione e se qualcosa che vedo o che sento si distacca da essa, presento anche quella. Nel mio libro sui palestinesi ho inserito alcune loro conversazioni che non influiscono certo positivamente su di loro, anche se penso che i palestinesi siano sempre stati storicamente fraintesi".
Per la completezza con cui viene delineato il quadro -arricchito da riferimenti storici e politici che raramente capita di trovare sui giornali e televisione - sarebbe ingiusto relegare quest'opera alla letteratura "di genere".
E bisogna ammettere che proprio l'uso del fumetto rende il libro un'inchiesta dettagliata e una storia coinvolgente al tempo stesso. Nella scelta di un'inquadratura, nella sceneggiatura di una sequenza, nella resa degli ambienti e dei personaggi, vengono tratteggiati aspetti che altrimenti richiederebbero lunghe divagazioni saggistiche. E che annoierebbero la maggior parte dei lettori.
Palestina è senza dubbio uno strumento utile alla comprensione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, ma è anche una bella occasione per riscoprire la potenza di un linguaggio troppo spesso sottovalutato.

Un Sacco di fumetti. Vita a china

Americano di origine maltese, laureato in giornalismo, ma appassionato di fumetti fin da bambino, Joe Sacco pubblica i suoi primi lavori nel 1985. Col tempo, elabora un personale approccio al reportage, in cui la parola scritta e l'immagine disegnata concorrono a raccontare la vita quotidiana "di persone all'ombra della storia, le cui vite vengono travolte da grandi eventi storici".
Palestina nasce come serie a puntate, successivamente ristampate in due raccolte: Palestine: a nation occupied e Palestine: in the Gaza strip (riuniti nel secondo volume edito da Mondadori).
Con questo lavoro, Sacco vince nel 1\996 l'American Book Award.
Nel 2000 pubblica Safe Area Gorazde (di prossima pubblicazione in Italia): reportage sull'enclave musulmana di Gorazde, assediata dai serbi bosniaci durante la guerra scoppiata in ex-Jugoslavia nel 1991. "Mi sono innamorato del posto fin dal primo momento -dichiara in un'intervista- Contrariamente a Sarajevo, dove la gente era diventata piuttosto cinica nei confronti dei giornalisti, a Gorazde la gente non aveva ancora raccontato le proprie storie a nessuno… Furono molto cordiali con me. E la storia della città, che fu circondata dai serbi bosniaci per tre anni e mezzo, sopportando così tante difficoltà (…) era toccante. Sono stato risucchiato dalla loro storia". Nella primavera 2002 l'Associazione Mirada di Ravenna ha curato Nuvole oltre frontiera una mostra che raccoglie alcune tavole originali di Palestina,Safe Area Gorazde, e altri lavori pubblicati su Time e Harper's. E' prevista una tappa milanese della mostra per il prossimo autunno al Leoncavallo. Il catalogo è distribuito dalla Pan Distribuzioni.

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Joe Sacco - giornalista
di Manuela Gandini, Il sole24ore 3 febbraio 2002

Joe Sacco -giornalista, fumettista, vincitore del premio Pulitzer- svela la parte umana, brulicante e microscopica della politica globale, raccontandola a fumetti. Se sotto la storia ufficiale delle guerre, l'uomo come individuo muore assieme a ogni sfumatura, Sacco dà voce a figure ai margini della storia. Le incontra nei bar, per strada, negli insediamenti lungo la striscia di Gaza, negli ospedali dove tutti vogliono mostrargli qualcosa: ferite, perdite, lutti. Ottanta tavole di Joe Sacco, maltese d'origine naturalizzato americano, sono esposte in una mostra, "Nuvole oltre frontiera", a cura di Daniele Brolli, al Museo della Città di Ravenna.
Irruente e diretto, come uno a cui importa solo raccontare le cose come stanno, l'autore illustra, nelle strisce pubblicate nel saggio a fumetti Palestina (Mondadori) vite reali di un popolo visto sempre a senso unico."Il terrorismo è la specialità dei palestinesi", dice il protagonista della storia (Sacco) prima di conoscere, nel 1991, la realtà dei territori occupati. "In origine avevo un punto di vista pro israeliano -afferma- tipico degli Stati Uniti. Se non si conosce veramente la situazione l'immagine è chiara: la Palestina è terrorismo e Israele è vittima. Ma credo sia falso".Condividendo lo stesso punto di vista di Noam Chomsky ed Edward W. Said, Sacco è scomodo alla politica ufficiale americana, ma è considerato uno tra i più autorevoli e inconsueti reporter degli Stati Uniti. "Ogni pagina di Palestina -scrive Naseer H. Aruri- è equivalente a un saggio su uno dei molti aspetti dell'occupazione".
Come un'inversione politica e sociale radicale della pop art, indurita dalla realtà locale-globale, i disegni in bianco e nero, cupi, ossessivi, densi come l'atmosfera dei paesi arabo-israeliani, rappresentano una forma di comunicazione alternativa. Ma a quel ragazzo minuto e impacciato -come si autoritrae- sembra non interessare il marchio di artista, perché l'arte è solo una parte del suo lavoro.
Nelle facce deformi, incazzate, violente che pullulano in ogni sua vignetta, si percepisce l'ossessione di Goya e la cupa familiarità dei frammenti di telegiornale. C'è humour e tragedia nelle vignette dei soldati israeliani, dei vecchi profughi e nel traffico di Gerusalemme dove "succede sempre qualcosa".
"I fumetti sono il solo modo di far passare un messaggio -afferma Sacco-, possono offrire una gamma tale di informazioni visive da rendere reale qualsiasi posto. Attraverso i dettagli del paesaggio ciascuno può vedere i vestiti delle persone, come queste lavorano il legno, come sono arredate le loro case". I viaggi e i racconti di Sacco continuano nel documentare e illustrare i crimini di guerra della Bosnia. Gorazde è un fumetto che comincia nel bar dell'Holiday Inn di Sarajevo, il quartier generale dei reporter internazionali, e racconta i massacri etnici e le piccole cose della gente comune. Il contrasto tra la leggerezza del fumetto e la pesantezza dei contenuti, è in bilico tra high e low. Concludendo Palestina, a proposito di un sopruso dei soldati israeliani verso un tredicenne palestinese, l'autore scrive: "Avevo scoperto con stupore come può diventare chi crede di avere il potere dalla sua. Ma poi come diventa chi crede di non averne alcuno?".

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