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Associazione culturale Mirada
"Peshawar" Chiara Dynys
a cura di Raffaella Iannella
2001
S. Maria delle Croci di Ravenna - Ravenna
Abbiamo voluto così appassionatamente a Ravenna Chiara Dynys e la sua mostra per dare ancora una volta la parola a tutte quelle donne che oggi vivono sulla loro pelle la negazione dei diritti umani e dei diritti delle donne. Questa mostra vuol dare continuità al lavoro che abbiamo iniziato a Ravenna quattro anni fa contro la violenza, contro la violazione dei diritti delle donne, contro l'intolleranza ovunque e contro chiunque la eserciti , ma anche per mettere in valore tutto quanto le donne hanno saputo costruire di "altro"; l'"altro" che è essere e sentirsi diverse ed estranee alla guerra e alle violenze, che è separare le proprie responsabilità da coloro, in genere uomini, che le commettono. In Afghanistan dal 1996 i talebani hanno preso il potere e scatenato una guerra contro le donne che hanno l'obbligo di indossare il burqa, questo indumento che copre addirittura anche lo sguardo, con il rischio in caso contrario di essere picchiate e linciate. In Afghanistan alle donne non è permesso lavorare, né uscire in pubblico senza essere accompagnate da un uomo che non sia un parente; devono indossare scarpe silenziose che non facciano sentire il rumore dei loro passi. Noi, anche attraverso questa mostra, vogliamo dare voce a tutte quelle donne che non possono parlare, che non hanno diritti, ma che vogliono e possono costruire un'altra "storia": una storia fatta di impegno per la sopravvivenza e la dignità, per la cultura e la valorizzazione delle differenze, per la pace e la convivenza pacifica. Insomma vogliamo fare rumore, tanto rumore anche per loro. (Lisa Dradi Assessore alle Politiche Giovanili del Comune di Ravenna)
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La lontana nostalgia del Peshawar
L'aspetto esteriore dell'abbigliamento non determina l'uguaglianza tra le donne di paesi diversi e, nell'avvolgente uniformità di un'apparente omologazione rappresentativa, restano vive le differenti concezioni e tradizioni che sono necessarie a capire il cambiamento di un popolo e le difficoltà di tale metamorfosi, che pare identificare la benjaminiana immagine del velo: alla coltre grigia che ha al suo interno meravigliosi colori, che solo in sogno possiamo vedere.
Ancora più stridente diviene il confronto quando si cerca di trovare delle analogie tra Oriente e Occidente nelle tappe evolutive della figura femminile in quanto referente penalizzato e devastato dal peso di una memoria storica fossilizzata dall'arbitrio di chi, ancor oggi, non intende il presente com' elemento necessario per una visione attuale e reale. Il problema è accusato anche da un'informazione distorta che non favorisce il dialogo e la comprensione per un atto definitivo alla tolleranza verso sistemi sociali, religiosi e politici sostanzialmente divergenti e dall'idea che la soluzione possa risiedere solo nell'occidentalizzazione d'usi e costumi ritenuti barbari e anacronistici.
La necessità di un atteggiamento innovativo impone l'ascolto senza pregiudizi di entrambe le culture al fine di superare le devastanti contraddizioni con interventi che non coinvolgono soltanto la sfera economica e politica ma la partecipazione incisiva e mite, al tempo stesso, dell'arte narrata e rappresentata sempre più dalle donne.
La notevole differenza con il passato è che la donna si è affrancata dalla posizione al maschile, non per succedere con una scelta emarginante, "l'arte al femminile", ad una situazione difficile da smussare, o perseverare all'ombra in una condizione di parità altrettanto ghettizzante, ma per sceverare la sua rivolta con una sensibilità rinnovata e penetrante, liberata dal timore di essere catalogata, utilizzando, spesso, gli stessi mezzi e gli stessi simboli che l'hanno per troppo tempo relegata. Un sudario che non è mostrato come penitenza di quel lungo silenzio coatto o giustificazione di una condizione latente mai definitivamente esplosa, è altro dallo spazio esteso e semmai ugualmente condiviso, è la ricerca e riscoperta di una gestualità propria e una manualità prelevata dal passato e interpretata dal presente come "altro da sé".
La dimensione scelta da Chiara Dynys non si discosta da una narrazione comune a molte figure eclettiche, affunarate per necessità, determinate a sorprendere per l'uso di tecniche desuete, artigianali, nel recupero, appunto, di una visione non di tendenza, sebbene il sogno e la fiaba siano metafore dell'inganno e la sospensione e la leggerezza delle sue installazioni guardano alla vanità dell'estetica per depistare il messaggio sotteso del dolore individuale e della denuncia collettiva. Persino il nome Peshawar, invito a un luogo di transito e di confine dell' Afghanistan, risuona di una melodia incantatrice, onomatopeico nella musicalità arabescante di sillabe trascinate e sensuali, che riempiono gli occhi, mentre la bocca si socchiude sinuosa come un'esclamazione di piacere. L'attimo fonetico conserva la sua durata come preghiera, atto consolatorio sul fruscio dei burka cadenti dall'alto, mossi dal vento, nell'installazione "Limitare i danni", dove si articolano come involucri di corpi assenti, ombre suadenti di gestualità negate, forme nascoste dal velo che cancella l'individualità del singolo nel collettivo appiattimento di coscienza e ideologia.
Una performance di elementi svuotati, negazione del "fluido simulacro" (1), solitudine di eventi corporei, di impronte dell'anima che ci appaiono come fantasmi, ma reattivi ad un tempo del presente che s'impone con la sua forza al tempo della memoria, alla violenza storica, non introspettiva ma determinata da una concreta situazione istituzionale, socioculturale. Ed è proprio in questo lavoro che la Dynys riprende il concetto ungarettiano di memoria "onesta", quella che non aspetta un sostituto consolatorio "per colmare l'assenza", ma "risale all'Origine com'evento che fonda la coscienza sull'assenza" (2), il vuoto delle donne afghane, il fanatismo dei Talebani, una condizione storica divenuta realtà sicuramente opposta alle conquiste delle donne occidentali, "l'idea d'assenza è un mondo lontano nello spazio e nel tempo, che torna a udirsi vivo tra il fogliame del sentimento, della memoria, e della fantasia. E' soprattutto rottura delle tenebre della memoria." (3).
Di certo, l'intervento della Dynys si basa sull'analogia per allegoria, sull'esercizio della somiglianza e dunque del ragionamento, sebbene renda personale la concezione proustiana di similitudine tra poesia e prosa e sulla costruzione del racconto attraverso la passione o i sensi che risvegliano il ricordo. Dai momenti analogici, il gusto per Proust, un elemento dimenticato e recuperato al tatto e alla vista per la Dynys, si risveglia il passato e continua attraverso sequenze metonimiche, il contenente, il burka, per il contenuto, il corpo della donna; i pizzi dei vestiti da ballo su bacchette di busto per l'immobilismo dei ricordi di Winnie in "Giorni felici". Ed appunto, mentre la prima installazione denuncia la "pura possibilità" di ciò che oggi non esiste, ossia la detrazione, l'oggetto "non esistente" come libertà e riscatto, in quest'ultima rappresentazione, l'artista si avvale della memoria "offuscata", "confusa", "tenta di dissimulare la noia" dove per noia s'intende la chance della vita reale, produce, sempre con la tecnica dell'ambiguità, passioni che appaiono incantate in immagini d'evanescenza e d'inconsistenza, ma, che, in realtà, sfuggono come i ricordi, quando la memoria volontaria impone il passato filtrato dalla nostra esigenza e dal raziocinio. Winnie, così, non vive perché sopraffatta dall'incapacità di analizzare la vita a lei attuale nella convinzione di non potersi liberare di un passato invadente.
Del resto, "nulla di più caduco dell'intérieur in cui l'anima sistema la raccolta dei suoi memorabilia e delle sue curiosità. I ricordi non si lasciano conservare in cassetti e in scomparti, ma in loro il passato s'intreccia indissolubilmente al presente", quindi, mentre nella teoria adorniana si esalta il valore "creativo" della memoria, "interazione di ora ed allora" (4), come in Bergson e Proust, di contro il passato di Winnie, interpretato come memoria volontaria, è frutto di un trauma, e, non superandolo, amplifica e subisce il suo trascorso, attribuendo ad esso la sola verità, acquisendola com'esperienza conclusa non alterabile da emozioni involontarie. La contraddizione scaturisce, però, nel momento di tale definibilità, di certezza del possesso dei ricordi che, in quell'attimo, "sbiadiscono come delicati tappeti esposti alla cruda luce del sole". E sono i nostri sensi a denunciare questa certezza, basta un sapore, un odore o quant'altro a mutare "l'immobilità cadaverica dell'isolamento" in cui crediamo collocati i ricordi. Se ne deduce che "nessun passato è garantito dalla maledizione del presente empirico solo perché è accolto nella rappresentazione". La sensazione risvegliata attraverso i sensi ci fa comprendere un'analogia inedita, una procedura testuale e mostra un'immagine che può essere scomposta, in materia, forma, colori, o può creare un situazione storico, cronologico. In entrambi i casi si può realizzare ad un'esposizione inedita, partendo dall'oggetto si continua per paragoni, isolando i particolari o agglomerandoli.
La Dynys procede nell'illusione della struttura narrativa, frammentandone la visione e non approdando a nessun'unità che li ricomponga, de-costruendo la realtà in molteplici momenti nella vertigine del passato e del presente, entrambi suddivisi in dettagli sparsi, così, le sequenze temporali sono confuse su vari piani, in una foresta di simboli che continuamente determinano nuove analogie e le trasposizioni di significato presentano l'inconsistenza e la caducità degli eventi, il paradosso una pletora di particolari in cui la logica si smarrisce in un'atmosfera surreale.
Il repechage ad un mondo che solo apparentemente è ovattato da una scenografia realizzata con materiali familiari ma al limite dell'arte, ad una procedura definibile empirica è, in effetti, l'incursione di alcune artiste che si spostano nei territori del rimpianto, della passione, dell'amore con la disillusione, ma con la determinazione e con la consapevolezza di essere finalmente nel diritto di scelte difficili, stereotipi confinati e disadattati, senza schemi e giustificazioni di tendenze.
Una split finissima che non si quantifica mai, ma che fa male, imponderabile eppure insostenibile, di sicuro vitale, progressiva, necessaria a un panorama dell'arte di oggi, in cui il surplus delle identificazioni lascia la coscienza nomade e assetata di problematiche. Un'arte narrativa, dunque, che decodifica la struttura tradizionale con i suoi stessi orpelli, si avvale del recupero per innescare una reazione a catena in cui l'immagine deve essere vestita e non per un significato concreto da dare all'opera, bensì, per trasmettere il senso di precarietà di una nuova simbologia affrontata con rituali del passato, con procedure dimenticate. L'uso, così, della stoffa e dei colori a cui attribuire un significato simbolico, purezza, religione, libertà…, è visibile nella nuova installazione, realizzata per quest'evento, "Peshawar", che individua cronologicamente solo alcuni periodi salienti dei cambiamenti politici, fino al bianco della bandiera talebana. Stancamente cadenti sulle spirali di rame e annodate come atto di devastazione morale e corporale riportano alla dimensione di sottrazione d'identità e mancamento nella fase di indefinito epilogo sostitutivo, di proiezione della coscienza di un popolo che si perde nella sintesi incompiuta. Inoltre, la scatola magica di Non c'è nulla al di fuori, amplifica sul muro la scritta luminosa che segue un andamento antiorario per depistare la visione assicurata e rimandare la distorsione del linguaggio e, attraverso due specchi metallici, la falsificazione dei connotati anatomici come incompletezza dell'anima. La Dynys, dunque, rispetta un tabulato i cui parametri non sono riscontrabili nelle coordinate spaziali e temporali di una ricerca consequenziale, agisce nella zona d'ombra che meglio identifica la ricerca del recupero del tempo e con promiscuità confonde la qualità dei suoi materiali, merletti, lana, veli, vetri soffiati, carte bruciate, fogli d'oro…..che certamente colloca abilmente nello spazio, strutture mobili e reversibili, lasciando una possibilità a diverse interpretazioni, riscattandoli da un'analisi purista di metodologia, contaminandola anche con la "piaga della parola" (5) come nel video "Blob" che inonda la stanza di frasi ripetitive di frammenti poetici di Beckett, lì dove l'immagine, la proiezione della colata di vetro incandescente, è adoperata per narrare trame difficili da capire solo con il linguaggio, per questo trasformate in finzione, "per renderle universali", ma "rendere le cose universali può portare a eccessiva semplificazione, che deve essere contrastata attraverso l'ambiguità della parola". (Raffaella Iannella)
Note
1- Giusepe Ungaretti Cfr.Alla noia
2- Marco Manotta- Caino, il circolo della memoria- Il Verri, n. 9 - 1999
3- Giuseppe Ungaretti - Vita d'un uomo. Tutte le poesie, cit. pag. 535 a cura di M. Diacono e L. Rebaj, Mondadori , Milano, 1935 4- T.W.Adorno - Minima Moralia- Meditazioni della vita offesa- G.E.E- Torino- 1954,79,94 5- S.Sontag- Stili di volont' radicale - A.M.E. Milano, 1999
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Chiara Dynys è nata a Mantova e vive e lavora a Milano. La sua attività inizia nel 1987, da subito partecipa a personali e collettive di notevole interesse, come al Castello di Rivara, a Rio de Janeiro, a Monaco, nel 1992 al 44° Premio Michetti, a Francavilla al Mare e al Musée d'art Moderne, Saint-Etienne. Nel 1993 tiene la personale nella Galleria Monica De Cardenas, Milano, partecipa a Spoleto al Festival dei Due Mondi , successivamente a Montreal, al Centre International d'Art Contemporain, a Bruxelles alla Gallerie Artiscope e a Roma alla XXII Quadriennale Nazionale d'Arte. Continua con le mostre personali alla Galleria Cristinerose, New York, al Centre d'Art Contemporain, Ginevra, alla Galerie Hollenbach di Stoccarda, alla Galerie de France, Parigi, alla Galerie Samuel Lallouz, Montrèal, alla Gallerie George Fall e alla Christofer Rouxel di Parigi, al Palazzo Bandera per l'Arte, di Busto Arsizio, alla Städtische Galerie Göppingen di Stoccarda, fino alle ultime alla Galleria Fumagalli di Bergamo e alla De Crescenzo & Viesti di Roma. Si ricordano, ancora, la Galleria Civica d'Arte Moderna di Torino, l'Officina Italia della Galleria d'Arte Moderna di Bologna, il PAC di Milano, la Triennale di Kleinplastic di Stoccarda, la Triennale d'Arte Sacra di Celano, le Scuderie Papali del Quirinale e i Mercati di Traiano di Roma. 2001 - Peshawar - Santa Maria delle Croci, Ravenna.
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Comune di Ravenna
Assessorato alle Politiche Giovanili
Associazione Culturale Mirada
Testo in catalogo: Raffaella Iannella
Coordinamento organizzativo e progetto a cura di: Brenda Guberti, Elettra Stamboulis, Gianluca Costantini
Ufficio Stampa: Irene Penazzi
Allestimento: RavennaTeatro (Enrico Isola, Danilo Maniscalco)
Assicurazione: Unipol
Visual Design: Gianluca Costantini
Fotografie: Giulio Buono, Torino
Si ringraziano per la collaborazione: Galleria De Crescenzo Viesti - Roma, Monica De Cardenas, Giulio Guberti, Efthimia Kalathaki, Anna Puritani, Salvatore Sangermano, Serena Simoni, Claudio Spadoni.
Un particolare ringraziamento va all’Assessora Lisa Dradi
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