«LEMAN» È LA PRINCIPALE RIVISTA SATIRICA DELLA TURCHIA: DA VENT'ANNI METTE ALLA BERLINA LA POLITICA TURCA E I CONSERVATORI ISLAMICI IN UN PAESE A CAVALLO TRA MODERNITÀ E TRADIZIONE, TRA ORIENTE E OCCIDENTE
KOMIKAZEN, la rassegna di «fumetto di realtà» che si svolge annualmente a Ravenna, ha deciso di dedicare l'ultimo appuntamento, l’edizione 2007, a una rivista di satira che da vent' anni racconta con ironia pungente i vizi della società turca e della classe politica di un paese che, non solo geograficamente, si trova a cavallo tra Oriente ed Occidente. Dopo un esordio come rivista umoristica di nicchia, antifascista e libertaria, «LeMan» è diventata un punto di riferimento del movimento di modernizzazione che da più parti scuote la società turca. Oggi «LeMan» viene letta ogni settimana da almeno 150 mila persone in tutto il paese, da IstanbuI a Diyarbakir, e raggiunge anche le regioni più remote, dove i tabù culturali e i rapporti feudali sono ancora molto forti.
A Ravenna è in corso una mostra sulle vignette satiriche di «LeMan», che resterà aperta al pubblico fino a domenica 8 aprile. All'apertura della mostra, a inizio marzo, hanno partecipato alcuni dei principali disegnatori della rivista, tra cui i due fondatori, Mehmet
Çagçag e Tuncay Akgün. Negli anni ottanta, Çagçag e Akgün lavoravano come caricaturisti presso la principale rivista satirica del paese, «Gırgır», che raggiunse il suo apice nel periodo della giunta militare. Quello del 1980 fu l’ultimo «intervento diretto» dell’esercito nella gestione del paese, che da Atatürk in poi realizzò ben tre colpi di stato. La rivista, benché fosse l’unico mezzo di comunicazione a cui era consentito di «scherzare» sui generali – i quotidiani ufficiali non potevano scrivere nemmeno una riga di dissenso – era destinata a tutta la popolazione in modo indistinto, dai giovani agli anziani, dai conservatori ai democratici. Quindi «Gırgır» doveva necessariamente piacere a tutti, rispettando i sentimenti e il senso comune dei vari strati della popolazione. Un terreno poco fertile per una satira incisiva. Per questo nel 1986 Çagçag e Akgün, assieme a un
gruppo di altri caricaturisti, decisero di fondare una nuova rivista, con l’obiettivo di fare una satira più corrosiva, che avesse la mano libera nel colpire l’arretratezza della classe politica turca e i tabù culturali che ancora circolano nel paese. Nasce «Limon», che cinque anni più tardi cambierà il nome in «Leman». «La lotta per la libertà per noi non era solo una lotta contro la giunta – ricorda Çagçag – ma anche in opposizione ai fascisti, agli islamici radicali, ai tabù, alla feudalità, all’imperialismo politico e culturale. Tutto questo non era possibile su Gırgır».
La rivista cresce nel tempo, conquista nuovi lettori, e presto diventa molesta per un regime che poco gradisce le critiche, e tanto meno la satira: nel corso degli anni due persone dello staff vengono arrestate, alcuni hanno difficoltà ad ottenere i passaporti, Tuncay Akgün vive per quasi 15 anni come un fuggiasco.
La sposa turca e il tassista
Oggi la situazione è certamente diversa, anche se il problema della libertà di espressione in Turchia non ha ancora trovato una soluzione effettiva. Il bersaglio principale della satira di «LeMan», accanto alla politica, diventa la società stessa, raccontata attraverso personaggi emblematici che si trovano a vivere il contrasto tra modernizzazione e attaccamento alla tradizione. È il caso di Killanan Adam e del tassista Kozalak, due dei personaggi fissi della rivista. Il primo è un conservatore vecchia maniera, attaccato alla tradizione e scettico verso i nuovi valori che si vanno diffondendo, ma che allo stesso tempo sogna di vedere un giorno i turchi arrivare nello spazio. Kozalak, invece, è ignorante e volgare, e riesce ad essere contemporaneamente moralista ed «immorale»: ha una ragazza che porta il velo, e ha per amante un travestito.
Ramize Erer è una delle donne della redazione. Vignettista da vent'anni, da circa dieci racconta i rapporti tra uomo e donna. Un lavoro che è stato raccolto in un volume intitolato «Matrimoni», la cui traduzione italiana uscirà a breve per la casa editrice Fernandel. «Il mio è un punto di vista che cambia col il tempo – spiega Ramize – All’inizio vedevo le relazioni tra uomo e donna come dei problemi da affrontare, forse perché io stessa li vivevo in questo modo. Oggi vedo le cose in un modo più elastico, cerco di capire i comporamenti dei miei personaggi, compresi gli uomini, che prima vedevo più ‘dall’esterno’».
Il suo lavoro mette in luce un aspetto importante della società turca: il ruolo della donna appunto. Alcuni aspetti legati alla libertà sessuale restano tabù, in Turchia, e dunque sono spesso oggetto di ipocrisie: un terreno fertile per la penna di Ramize. «Ci sono ancora delle madri che fanno crescere le loro figlie con il sogno del matrimonio – spiega lei – che per una donna sarebbe il fine ultime della realizzazione personale. Ovviamente la realtà delle cose tra i giovani è ben diversa: vivono il sesso e i rapporti di coppia con più libertà».
I giovani turchi hanno valori diversi da quelli dei loro genitori. Ma, secondo Ramize, spesso vivono questa libertà senza una coscienza precisa. «Quando avevo diciotto anni le donne erano molto più combattive: volevano ottenere dei diritti, affermarli, e quindi vivere la loro condizione di donna in modo più libero. Hanno condotto molte battaglie per questo. Le ragazze di oggi, invece, vivono questa libertà come una cosa ‘naturale’. Mi domando se saprebbero diffondere la loro libertà se in futuro fosse messa in discussione».
Ramize dice di essere molto emozionata all’idea di vedere il suo libro tradotto in italiano, e anche molto curiosa. «Così mi confronterò con un nuovo tipo di lettori, che non sono turchi. Mi domando che reazione avrà un pubblico che non vive le dinamiche della società turca leggendo le mie vignette», dice.
INTERVISTA DI G. G.
«Vogliamo poter sorridere»
MEHMET ÇAGÇAG, oltre ad essere uno dei fondatori di «LeMan» e autore di alcuni dei suoi personaggi più caratteristici, come il tassista Kozalak, è anche uno degli animatori del vero e proprio movimento che si è raccolto attorno alla rivista sui temi della modernizzazione civile: «’LeMan’ è un contributo al movimento di modernizzazione che attraversa tutta la Turchia», dice, raccontando una battaglia ventennale combattuta di settimana in settimana a colpi di matita.
«’LeMan’ è il simbolo della lotta che noi, ma non soltanto noi, stiamo facendo per ottenerle la Turchia che vogliamo, quella in cui vogliamo vivere. Che tipo di Turchia vogliamo? Una Turchia che riesce a tollerare le diversità, che non giudica le persone per i modi diversi di
pensare. Una Turchia che rifiuta la discriminazione sessuale e lascia ad ognuno la libertà di pensare come meglio crede, senza incarcerare chi la pensa diversamente. Una Turchia dove i conservatori islamici non costringano le altre persone a vivere secondo i loro principi. Una Turchia che garantisca l’uguaglianza. Una Turchia che sorride».
Qual è il rapporto che il potere politico turco ha con la satira? È cambiato, da vent’anni a oggi?
Ci sono moltissimi punti bui, per la satira in Turchia, ma ce ne sono altrettanti luminosi. Ma, ad essere sinceri, le preoccupazioni maggiori che dobbiamo affrontare oggi non riguardano la Turchia, bensì la politica internazionale: la situazione in Medio oriente, soprattutto.
Erdogan, il premier turco, ha intrapreso un’azione legale contro di te. Per quale motivo?
Il motivo è ovvio: abbiamo un premier conservatore islamico. È ovvio che ce l’abbia con noi. In Turchia i conservatori non hanno una mentalità aperta, non gradiscono la critica, tantomeno la satira. Perciò portano avanti azioni legali come questa. Il loro non è un rap-
porto risolto con la critica e la satira.
Come vedi il futuro della Turchia?
Ci sono ancora ostacoli da superare. Lo faremo con tenacia, combattendo con forza, così come abbiamo fatto con gli ostacoli che abbiamo incontrato fino ad ora.
L’obiettivo è ampliare la libertà del popolo turco. Oggi «LeMan» è diffusissimo tra i giovani universitari. Questi ragazzi un giorno avranno il potere in mano, governeranno la Turchia e la amministreranno: loro sono già persone diverse, più aperte e moderne. Perciò, quando questo cambio generazionale avverrà, la Turchia cambierà radicalmente.
Sulla rivista c’è uno spazio dedicato ai giovani disegnatori. Quali temi trattano, prevalentemente?
Parlano di cose che hanno a che fare con la quotidianità dei loro coetanei. Molti sono minorenni. Parlano di quello che è vicino a loro.
Di recente la Turchia è stata al centro delle cronache internazionali per l’omicidio del giornalista di origine armena Hrant Dink e per le successive minacce al premio Nobel Orhan Pamuk. Come hanno vissuto «LeMan» e i suoi lettori questi avvenimenti?
La morte di Dink è stata una cosa tristissima. Lo consideravamo un amico. Era un giornalista che da sempre è stato dalla parte della pace, che lavorava instancabilmente per far incontrare e dialogare due popoli.
Come «LeMan» ha trattato questa cosa? Abbiamo usato tre pagine, la copertina più le prime due, per raccontare lo shock che ci ha investito. Ma non ci siamo fermati lì: questo attentato è stato uno degli avvenimenti che più ha suscitato una reazione di protesta nella popolazione turca. Se ne è continuato a parlare per giorni e se ne parla tutt’ora. Ci so-
no state molte manifestazioni, tra cui una in un giorno infrasettimanale, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Questo significa che l’omicidio di Dink è stato vissuto con rabbia e angoscia da tutta la popolazione turca.
È una ferita molto grande, perché era un uomo importante e una persona molto buona. Però siamo sicuri che questi omicidi non potranno fermare il processo di modernizzazione che sta investendo la Turchia.
Dink era sotto processo a causa dell’articolo 301 del codice penale turco per offesa all’identità nazionale. Un articolo che limita la libertà di espressione delle minoranze, che l’Unione europea ha indicato come ostacolo all’ingresso della Turchia nell’unione. Com’è oggi lo stato di salute della libera espressione in Turchia?
L’articolo 301 trova i suoi sostenitori quasi esclusivamente nella parte conservatrice della società. Si tratta di un’arma politica che i conservatori islamici utilizzano per ostacolare chi non la pensa come loro. È un fatto molto pericoloso. Noi ovviamente, facendo satira,
combattiamo per una libertà di espressione più estesa possibile. Ma spero che queste cose presto si supereranno.
Da vignettista come hai vissuto la vicenda delle vignette danesi su Maometto che hanno provocato reazioni violente nei paesi islamici più radicali?
C’è poco da dire. Si tratta di un lavoro che è stato più utile a far crescere la tensione, soffiando sul fuoco del conflitto. Non era certo un lavoro che andava a sostegno delle libertà individuali o di un progresso del dialogo e della pace. Perciò non è difendibile. La satira non può essere gratuita, deve avere una finalità etica.
Cosa ti aspetti dal pubblico italiano?
Basta che guardino il nostro lavoro. Così avranno modo di vedere qualcosa che si allontana dagli stereotipi che spesso sono diffusi in Europa sulla Turchia. Vedranno qualcosa che è molto più vicino alla realtà turca. D’altronde, la Turchia che si conosce attraverso l’arte è quella più vera.