Left
30 ottobre 2009
di Diego Carmignani
Peter Kuper
il mondo tra realta’ e fantasia
A colloquio con l’icona americana dei political comics. Dagli Stati Uniti al Messico, da Bush a Obama, passando per la sanguinosa rivolta di Oaxaca.
Il suo ultimo lavoro Diario de Oaxaca è il reportage di un viaggio in Messico, come leggiamo all’inizio, «il posto giusto al momento sbagliato».
Aggiungo che la parola “sbagliato” è scritta nell’introduzione tra virgolette. Non è un caso. Io e la mia famiglia ci siamo trasferiti lì per diverse ragioni. Tra queste, c’era la volontà di prendersi una boccata d’ossigeno dalle questioni politiche che nel 2006 rendevano invivibile il nostro Paese. Ironia della sorte ci siamo trovati in un contesto ben più complicato, con una forte tensione sociale trasformatasi in repressione, insegnanti in sciopero insorti contro i politici corrotti e persone rimaste uccise. Dopo la morte di un giornalista americano, il presidente messicano ha inviato 4.500 uomini dalle truppe federali e la placide città di Oaxaca è finita sotto assedio. Per questo possiamo parlare di momento “sbagliato” ma mi sento fortunato ad aver preso parte a una circostanza storica come quella, che ha influenzato fortemente anche il mio modo di disegnare. Stoa ancora cercando di mettere a fuoco in che misura. E sono tornato a New York ormai da un anno…
Immagino che il ritorno negli States, con la fine dell’amministrazione Bush e la svolta Obama, sia stato un viaggio piacevole.
Inizialmente sì: è stata una sorpresa esaltante, il nuovo presidente. Ma poi l’economia è crollata, i posti di lavoro si sono prosciugati e ho anche perso delle persone care. Non posso proprio parlare di un ritorno felice, almeno per me. Ora, con l’arrivo dell’autunno, devo dire che sento un rinnovato senso di entusiasmo. Credo dovuto a New York, dove sono felice di vivere per tutte le cose che offre. Viaggiare è importante per conoscere altri aspetti della realtà e osservare il proprio quotidiano ma non è necessario andarsene da casa. Nella mia città mi sento come se viaggiassi ogni giorno, senza muovermi. Quello che bisogna avere è lo stato mentale giusto per trovare una prospettiva fresca e sempre differente. Esplorare luoghi e culture completamente nuovi facilita di sicuro il raggiungimento di questa prospettiva.
Le sue tavole sono esposte a Ravenna nell’ambito del festival Komikazen, dedicato ai reality comics. Realtà e fantasia, nel suo lavoro, sono così distanti o sono entità della stessa sostanza?
A volte, confesso di avere difficoltà a distinguere l’una dall’altra. Mi capita spesso di svegliarmi da un terribile incubo sulla fine del mondo in cui leggo in prima pagina sul giornale del mattino di come un disastro ambientale stia per porre fine all’esistenza del pianeta. Una possibilità piuttosto plausibile, oggi. Almeno, con la fantasia, ci si può svegliare dai sogni più allucinanti. In questi giorni siamo tutti simili a Gregor Samsa e abitiamo in una realtà spiacevole davanti la quale non possiamo semplicemente far finta di niente e andarcene.
A proposito, il suo adattamento delle Metamorfosi di Kafka è un piccolo gioiello del fumetto moderno. Sono forse i comics gli unici strumenti in grado di far sopravvivere i classici e tramandare il concetto di “classico” in sé alle nuove generazioni?
Credo che i classici saranno in grado di sopravvivere da soli nella loro forma originale. Per quanto, con tutta probabilità, in futuro saranno letti solo sullo schermo di un computer. Quello che ho fatto con la Metamorfosi è solo una, la mia, delle tante possibili interpretazioni dell’opera. Sono centinaia i modi in cui una storia del genere potrebbe essere letta, sia da chi la traspone che da chi la legge.
Come illustratore è noto per le sue collaborazioni con il Time, Newsweek, Washington Post, New Yorker. Sente la responsabilità di fornire alla mente dei lettori l’immagine giusta per comprendere difficili temi di economia e politica?
Mi eccita la possibilità di illustrare scritti, articoli o saggi di natura politica. L’inizio di queste collaborazioni non è stato casuale. E’ accaduto che a un certo punto è diventato troppo difficile accettare che il mio lavoro fosse riconosciuto solo come appartenente ad alcuni specifici settori del disegno e che il mio stile finisse per prevalere troppo sul contenuto, quasi annullandolo. Nel momento in cui ho preso la decisione di dirigere la mia vena creativa anche a contenuti che potevano essere maggiormente aderenti, sono diventato una persona molto più felice e soddisfatta.
Una missione che porta avanti con la sua più importante creatura, World War 3 Illustrated, rivista politica che da più di trent’anni racconta a fumetti le contraddizioni della realtà americana.
La parola “missione” mi fa pensare a qualcuno che guida un jet ed è incaricato di sganciare una bomba. World War 3 Illustrated ha ormai presi una vita propria e si muove sulle sue gambe. Possiamo considerare una missione quasi impossibile l’essere riusciti a tenere in attività per un così lungo periodo la “casa dei political comics”. Non è un’impresa da poco.
Immagino che i problemi di censura non manchino.
Continuamente. Bisogna sempre fare i conti con la censura diretta ma generalmente l’ostacolo reale è più sottile e meno facile da fronteggiare. Durante gli anni di Bush, specialmente dopo l’11 settembre, era davvero un grosso problema trovare delle pubblicazioni disposte a dare alle stampe lavori che criticavano o si opponevano apertamente alle scelte politiche della Casa Bianca. Questo è un altro motivo per cui posso dire di essere più che felice della sopravvivenza di una rivista come World War 3 Illustrated.
C’è un gran parlare in questi tempi della situazione italiana e del nostro premier Berlusconi, attaccato anche dalla stampa estera e sbeffeggiato dai vignettisti di mezzo mondo. Se ne è mai occupato o ha mai avuto idea di farlo?
No, non mi è mai capitato. Ho le mani così stracolme di cose folli che accadono giornalmente negli Sati Uniti da non riuscire a interessarmi anche al resto delle follie sparse per il pianeta. Se vivessi in Italia, con tutto il materiale che offre la vostra politica, sono certo che sarei indaffaratissimo. |