La
produzione musiva di Greta Guberti aggiunge un tassello prezioso
al mosaico contemporaneo ravennate. Greta lavora in perfetto equilibrio
sul filo sottile che unisce la tradizione ( oggetto di continue
disquisizioni sofistiche) alla contemporaneità dell'arte,
con un occhio al design. Senza concedere nulla alle ardite speculazioni
estetico-ideologiche del neo-bizantinismo ravennate imperante,
ma scorrendo, al contrario, liberamente attraverso registri diversi.
Nelle sue opere lo sfarzo dei materiali, la ricerca di una qualità
di lavoro dimostrano come sia in grado di unire lo sguardo e la
sensibilità di artista a quello di tecnico, senza per questo
registrare deprezzamenti od incertezze.
In fondo c'è molta differenza tra la ricerca di un marmo
o di uno smalto prezioso ed i pigmenti di lapislazzuli di Giotto?
L'unico gap è forse nella mentalità ancora controriformistica
che denuncia la presunta non liceità del valore delle materie,
della qualità estetica di un riflesso, di un riverbero
di luce attraverso una tessera vitrea.
Contaminata, fortunatamente, anche Greta dalla grande anarchia
che avvolge le ultime tendenze, dallo scegliere di porsi senza
limiti rigidi nei confronti della propria arte, non negandosi
sperimentazioni o anche ritorni all'ordine. Possibilità
che non chiudono le porte, ma aprono prospettive diverse. E così
i tappeti di Greta raccontano fiabe arabe: potrebbero essere il
letto di Sherazadhe per il suo racconto infinito e, allo stesso
tempo, il décor di una parete del Buddha Bar a Parigi,
nuovo tempio per le favole contemporanee.
Potrebbero essere esposti in qualche museo accanto ad un'installazione
o, perché no, entrare anche loro in un'installazione tra
i tanti frammenti del mondo. Si tratta in fondo sempre di ricomporre
il tessuto del mondo e quale modo migliore di tesserlo del mosaico,
ordito e trama che rivestono il mondo, regalandogli una nuova
veste, un nuovo senso.