Il fumetto è morto? Il fumetto è risorto! Per quante volte si
sia già sentito questo discorso - o questi due discorsi disgiunti
- in realtà non è mai finita: capiterà ancora e ancora, c'è da
scommettere. Chi era abituato ai fantasiosi "funnies" di inizio
Novecento rimase del tutto spiazzato dinanzi ai parlatissimi "comics"
degli anni Venti. Chi era cresciuto con gli eleganti eroi avventurosi
degli anni Trenta faticava ad apprezzare i più violenti e sbrigativi
protagonisti del dopoguerra. Chi si era divertito con gli spensierati
characters dei Fifties non riusciva a mettersi in sintonia
con gli approcci intellettuali partoriti dalla rivoluzione contestataria
dei Sixties. Gli amanti della fantascienza metallurlante e della
satira frigideriana hanno spesso schifato i supereroi marveliani.
Gli appassionati collezionisti dei volumetti bonelliani hanno
volentieri evitato come la peste i pocket di manga giapponesi.
I divoratori di storielle topolinesche e paperopolitane abborrono
l'introversa produzione contemporanea di disperazioni underground.
In realtà, muore un tipo di fumetto e ne rinasce intanto un altro.
Nella sua inesauribile samsara di reincarnazioni, anche
molto diverse l'una dall'altra e una dopo l'altra, il fumetto
sembra una Fenice quasi immortale.
E
oggi il fumetto rinasce in un avatar ancora diverso nelle
opere dei ragazzi del Terzo Millennio, che più che al passato
(appartenente ad altri) guardano al futuro, invece tutto loro.
Un esempio fresco fresco l'abbiamo qui, sotto i nostri occhi all'apparenza
già sazi ma in realtà ormai bulimici in modo irrimediabile. Il
diciannovenne Angelo Mennillo, promettente poeta del segno nero,
seducente coloritore della parola.
E' davvero interessante come il fumetto neonato, il fumetto del
domani, se ne vada per una strada tutta sua, imparando a camminare
su equilibri inediti. Nel guardare le tavole immaginate da questo
very young artist, incappiamo infatti in una commistione
frammentaria di lampi d'occhiate e di saette di voci, disegnantisi
fulminanti su un brontolio di lontani tuoni dolorosi. Qui il fumetto
è espressione primaria di un'anima senza un centro: vagabonda
su orbite centrifughe, ancora indecisa tra il vorrei e
il potrei… È evidente che la giovanissima età non induce
ad una volitività perentoria, ad una sicurezza dell'essere né
dell'avere, ad una padronanza assoluta del mestiere di vivere
e di saper fare; è evidente che la giovanissima età sospinge verso
esplorazioni e annusamenti a zigzag, per esperire quanto per mettersi
alla prova, verso incontri e scoperte, verso offerte indecise
e dinieghi interrogativi, generosità disinteressate e candide
trappole ricattatorie. È proprio questo il bello. Amen - come
si firma con delicata autoironia il nostro Angelo Mennillo - sui
suoi rettangoli di carta rapprende lacerti della propria essenza,
più ancora che della propria esistenza. È il suo modo di raccontarsi,
lirico; un modo irrinunciabile di mescolare curiosità e intuizione,
di dar forma sensibile alle proprie "fiamme, foschie e patimenti".
Il suo fumetto, per quanto inesperto, riesce ad essere caleidoscopio
schietto di soffi vitali, groviglio di tubi vivi e gorgoglianti,
dissolvenza incrociata e continua tra spiriti e carni, ala che
si libra e goccia che precipita. È una performance vitalistica.
Di un essere in fiore che cerca se stesso e si trova a pezzetti,
un po' per volta, nel cercarsi. Di un giovane artista che, semplicemente,
ha "sempre il bisogno di agitare un'ampolla di creatività per
sentirsi in pace con se stesso".
Per ora, ancora, il fumetto di Angelo Mennillo è Angelo
Mennillo. Che ci si dà, si offre a noi, tutto e del tutto - Amen.