Intervista a Maurizio Cattelan
di Serena Simoni
Maggio
1989: arrivo nel centro storico di Forlì - a Palazzo del
Diavolo (un nome, un programma) – dove vive Maurizio Cattelan.
Sono lì per realizzare un pezzo per “Juliet”,
rivista d’arte contemporanea con cui collaboro al tempo.
Ottima la grafica, discreto lo sguardo internazionale, attenzione
per gli emergenti italiani e per i territori collaterali all’arte:
Roberto
Vidali, il direttore editoriale che lavora a Trieste, mi ha
spedito “a casa del diavolo”, perchè –
come spesso – ha un ottimo fiuto.
A queste date Maurizio ha un curriculum di rispetto con partenza
locale: la Biennale giovani a Faenza (1987), alcune personali
alla Neon
di Bologna (1888, ‘89), alla Fuxia di Verona e alla
Loggetta
lombardesca di Ravenna (1989). Poi alcune collettive a Forlì,
Bologna, Roma, Varese e Milano. I critici che lo hanno selezionato
per alcune iniziative di quegli anni sono Cerritelli
e Daolio,
e poco dopo: Ciavoliello e Perretta.
Insomma, lavora e comincia a destare attenzione ma gioca tutto
ancora in sordina: a Milano è penetrato dalla porta del
design-artistico e collabora con una galleria a Brera che tratta
design-non design, oggetti d’artista, e via dicendo. Mendini
l’ha da poco selezionato per il Museo del design in una
mostra che si aprirà di lì a poco (1990) che ospita
lavori di designer puri ma anche di artisti che si avvicinano
con la progettazione a questi temi.
Di sicuro, il lavoro di quegli anni è molto diverso da
quello che l’ha lanciato nel mondo interplanetario dei vip.
Così, non so se poi gli farebbe piacere rileggere questa
intervista e rivedere i suoi lavori del tempo che a dir poco oggi
considerebbe appartenenti al mesozoico. La “virata”
del suo lavoro l’ha proposta proprio nel 1990, subito prima
di spostarsi a vivere a Milano.
I brani dell’intervista che segue rispecchiano quindi un
mondo precedente, un artista prima della “fama” e
della sua maturità, un suo modo di procedere e di pensare
che – sinceramente – non so in che misura possono
corrispondere al lavoro e all’artista che oggi è
sparato su tutte le riviste internazionali appena respira.
Poco importa, in un certo senso: anche se parlassimo di un altro,
distante, c’è un interesse che credo condiviso di
scoprire gli esordi, ci sono alcuni segreti di mestiere, altre
cose al tempo giudicate importanti, che possono vedersi in filigrana
anche nella sua produzione recente. La chiaccherata, durata circa
un’ora e mezza, è intraducibile in parte: un po’
perchè sono commenti diretti mentre sfogliamo i suoi lavori
(lì, molto ho dovuto tagliare), un po’ perchè
si parla di noi e ancora perchè - credo spaventato dalla
registrazione - Cattelan parla alzandosi varie volte, terminando
le frasi in bisbigli a sè stesso, fra affermazioni espresse
come domande. Tutto ciò non dettato da insicurezza, ma
da dubbi. Fra altrettante certezze.
Il motivo infine della pubblicazione su questo catalogo. E’
chiaro che questo materiale poteva rimanere sepolto nei miei cassetti
ma non mi è mai sembrato così sensato. Potevo spedirlo
a Maurizio, magari per il suo compleanno (l’ho pensato in
effetti) - una specie di regalo-specchio dal passato – ma
avremmo dovuto mantenere dei contatti più significativi.
Anche a questo mancava il senso.
Mi ha convinto la non economicitàdell’operazione:
presentare questo inedito in un catalogo di giovani artisti mi
è sembrata un’opportunitàpiù in sintonia.
Più interessante per il catalogo stesso e per chi presentava
il lavoro. Una specie di augurio a chi è agli inizi. E
in sintonia con il Cattelan di quei tempi, mi riferisco a quelli
della “Cooperativa
Romagnola Scienziati” (1989) fondata da lui con altri
forlivesi, che operava in maniera anche abusiva a tutela della
produzione di pensiero, con “la finalitàdi carattere
(unicamente) etico, umanitario, filantropico ... per l’accrescimento
della coscienza sociale e civile tramite microinterventi nei sistemi
di comunicazione e informazione”.
Un virus insomma, che per pensare - giustamente - non chiede il
permesso. Come fa in fin dei conti ancora adesso Maurizio Cattelan.
S.S.:
Stavamo parlando di quel lavoro di De Maria ...
M.C.: Sì, in un deserto in America ha piantato –
dico un’esagerazione – 500 pali d’acciaio in
una zona in cui per 3, 4 mesi all’anno ci sono temporali
mostruosi; praticamente è secca per 9 nove mesi e poi un’inondazione...
secondo me è un lavoro bellissimo...
C’è quindi una catalizzazione di queste tempeste
...
C’è un coinvolgimento di un elemento atmosferico
e una sorta di casualità : messe assieme danno una nuova
interpretazione dell’evento.
Come è nata la serie recente dei tuoi lavori?
Mi interessava molto il discorso di mettermi in poltrona e veder
che qualcun altro potesse dipingere per me. E ho pensato che potevo
risolvere con la meccanica o con un informatico oppure con la
biologia ... ma l’informatica è a un livello ancora
involuto, e volevo anche superare l’alimentazione, l’energia
elettrica.
L’anno scorso ho fatto questo lavoro (Cerniere,
1989), sempre intorno a una sorta di naturale - ma è una
natura “codarda”- che era visto un po’ in maniera
sintetica, con un linguaggio più futuribile. Anche questo
mi sembrava che potesse avere un filo logico, un seguito. Mi interessa
molto la storia a episodi. E poi ... le coincidenze – avevo
qui dei doppi vetri e la cosa mi si è materializzata. A
parte che molti lavori li faccio col plexiglass per cui c’è
continuamente questa trasparenza fra contenitore e contenuto.
Come sono nate “Cerniere”?
Da una cornice: all’inizio l’idea era di appenderla
al muro proprio come un quadro. Io mettevo gli strumenti, come
il pittore dàil colore sulla tela, e le piante hanno iniziato
a mettere le radici. Le piante hanno un tempo ... E’ strano,
io non ho mai avuto molto gran feeeling con la biologia ...
Poco pollice verde, anche?
Sinceramente sì ... ti giuro mi ha cambiato un po’
– non dico l’esistenza – però ultimamente
ho un altro ritmo: alla mattina devi dare l’acqua, poi devi
controllare. E’ un orologio diverso dal tuo, diverso da
un certo ritmo che ormai abbiamo assorbito.
E’ divertente pensare a lavori che – ok, cataloghiamoli
nel design – mutano nel tempo...
Infatti. Stavo cercando di realizzare la scultura che invecchiava
... bene o male queste sono qualcosa che a modo suo cresce.
Questo lavoro è invece precedente: è di vetroresina,
con queste testine che zampillano. Si chiama “Cactus
vigliacco”. Questi invece sono i “Trifidi”.
...queste lampade?
Sì. Sono quelle che mi permettono di andare avanti, ogni
tanto ne do via qualcuna. Le ho presentate alla Neon e ora c’è
un negozio di Brera che le distribuisce. Adesso sono in mostra
ad Amsterdam assieme a questi tavoli ... . Anche questi, se uno
dovesse guardarli dall’alto del design sono poco funzionali,
hanno dei problemi di lavorazione che un’industria non può
prendere in considerazione; possono andare bene per una produzione
di 10 pezzi.
Questo lavoro (L’angolo dei ricordi, 1989) non
ha bisogno di molte spiegazioni. L’ho affrontato partendo
da una considerazione sull’architettura europea e sull’architettura
orientale: ci sono delle zone d’ombra nell’abitazione
così come nella vita. Infatti si chiama “L’angolo
dei ricordi” – ne ho uno fatto qui, diciamo l’abbozzo
dell’idea - poi invece l’ho affrontato come un oggetto
artistico in chiave di design, alla fine, sì - c’è
una funzione - però ...
Come nascono i tuoi progetti?
Il progetto è la storia di un periodo. Ci tengo a sottolinearlo
anche perchè poi è da 2, 3 anni e mezzo che mi occupo
di visuale, prima ho avuto esperienze col video, poi prima ancora
ho fatto altre cose ...
Video o video-installazioni?
Assieme ad altri due ragazzi di Padova - ci siamo incontrati per
affinità- elaboravamo delle immagini con un’atrezzatura
particolare, un sistema che avevamo messo a punto. La ricerca
ha sconfinato nel fumetto che - se vuoi - è un po’
la negazione del video ... era l’83, abbiamo anche collaborato
con “Frigidaire”.
Poi ci siamo misurati col video come strumento complesso e abbiamo
prodotto due lavori. Ad un certo punto c’è stata,
almeno da parte mia, la necessitàdi ... mi sentivo proprio
una manualitàche stava crescendo e ho iniziato a fare dei
manufatti. La mia formazione è più tradizionale.
Il video quindi è un’esperienza passata...
Quando sono arrivato qui ho iniziato un corso a Bologna - uno
dei corsi pilota della Comunità europea e ho fatto 6 mesi
al computer. Mi si stava veramente ingrossando la testa e mi diventava
piccolo il corpo: facevo 8 ore, poi quando tornavo a casa ho iniziato
a chiedermi: quand’è che mi uccido?
All’inizio del corso c’era la sensazione di avere
un buon potere su qualcosa che ti sembra non dico irraggiungibile
ma incomprensibile - dominare la macchina – poi, quando
ti accorgi che c’è solo una serie di istruzioni che
potrebbero essere come quelle che si usano per programmare la
lavatrice perdi l’interesse, se non riesci a coniugarlo
con la tua ricerca. Allora sono iniziati questi primi esperimenti
di composizione automatica di parole, poi la cosa è un
po’ scemata...
Come
vedi la tua prima produzione?
Era l’idea antropomorfa che mi convinceva nell’elaborazione.
Questo ad esempio era una specie di piccolo essere con uno stomaco
di carta straccia. Rivedendo questi primi lavori li ho riletti
in chiave funzionale. Non so, 30 anni dopo non ha proprio senso
rifare una cosa così, ci sono giàdei maestri che
hanno detto tutto ... Ho buttato fuori praticamente per un anno
e mezzo un sacco di roba poi a un certo punto mi sono fermato
e ho detto – e adesso che cosa ne faccio? – e ho incominciato
a selezionare e a rifare, perchè la contestualizzazione
ora è all’interno di un ambito che non è più
quello artistico ma quello della produzione di design a matrice
artigianale ...
Alcune di queste lampade a guardarle bene mi ricordavano un lavoro
di De
Chirico. Quando le ho fatte le avevo pensate per me, avevo
pensato a un mio zio che faceva - con bottiglie della vecchia
Romagna - paralumi, e mi sono chiesto: se adesso mio zio dovesse
riprendere in mano di nuovo le pinze cosa farebbe?
Praticamente ti sei buttato su questo versante dal 1986
circa?
Sì, coscienziosamente dall’anno scorso (1988) quando
ho iniziato i viaggi a Milano e ho incominciato a incontrare altre
persone che si muovono in questa direzione.
Ecco, lentamente incomincio a mettere giù i tasselli della
mia esperienza man mano che verifico, elaboro e mi misuro. C’è
la verifica e poi il superamento - almeno sento che è stato
così: per esempio dal gennaio dell’anno scorso a
gennaio di quest’anno sono accaduti 3 episodi che mi hanno
permesso di consumare questa esperienza. Questo lavoro era in
galleria ma adesso in galleria non lo farei più. C’è
questo sedimentarsi, questo rielaborare in continuazione il vissuto
che è per me la cosa più importante oltre al lavoro.
Il vissuto è quello che alla fine mi interessa ... c’è
questa ricerca nella mia vita ...
Quello che finora ho trovato in minima parte è questa mancanza
di punti di riferimento. Mi sembra che non ci sia una coscienza,
in generale ... che è un qualcosa che sta lentamente precipitando...
beh è il discorso di prima, un problema che non è
un problema, poi. Secondo me la forza è proprio questa,
per quanto riguarda questo nuovo territorio. Il dramma è
che non si riesca a capire che il lavoro è forte quando
muove dei perchè, quando - qualsiasi cosa sia - ti faccia
riflettere, ti faccia soffermare un attimo anche sui tuoi casi,
sui casi della vita. Che poi sia poesia, pensiero, che sia quello
che sia ...
Questi mi sembrano lavori molto più minimali...
Sono i primissimi. Anche adesso i lavori lo sono ... ma lì
non mi preoccupavo molto. Adesso avrei un po’ più
di problemi, a parte questa serie delle scatole che ho superato
...
Davi molto più spazio all’ironia?
Mi interessava molto la raffigurazione di un immaginario antropomorfo.
Ogni cosa che trovavo poi, dopo un po’ che rimaneva qui
in casa, si animava.
Un immaginario antromopomorfo che viene sviluppato nell’oggetto:
anche questi non sono oggetti utili ma oggetti che “fanno”
presenza, che sono “presenti”...
Sì. Spesso l’idea era questa: un’idea anche
abbastanza semplice del capovolgimento dei significati, dei significanti.
E un certo recupero delle cose.
Per esempio questa poltrona - “Rulò”
- mi sembra una sintesi di questi due anni di capovolgimenti:
alla fine penso che si possa salvare poco ma quel poco contiene
tutto. E’ rappresentato con forza, calibrata, nè
oltre nè prima. Anche questa può essere considerata
un oggetto “presenza”: perchè poi in realtàla
sua funzione, quella di sedercisi sopra, non è possibile.
Ho fatto tutta una serie di disegni sui suoi modi d’uso:
ci si può pisciare sopra, ci si può cucinare, ci
si può sedere, può diventare il centro di una situazione,
di un happening, può diventare una cosa secondaria ...
Anche questo: a un certo punto ho deciso di disegnare i mille
modi d’uso di un oggetto, ma di qualsiasi oggetto ...
Comunque, questa carica ironica mi sembra tu la continui
a sviluppare ...
Questa è “Cooperativa romagnola”...
qui in Romagna il cooperativismo è spinto all’eccesso:
è un omaggio alla mia attività.
Anche questo è sempre dell’86?
Sì ... mi dicevo: voglio fare un tavolo che sia inservibile.
E infatti ha più di mille gambe, è un “tavolo
millepiedi”.
Mi han fatto osservare, di questi primi lavori del ‘86-87
e mezzo, che questi legami, questa affezione per i particolari
sarebbe una sorta di cordone ombelicale da cui non ho ancora il
coraggio di separarmi. Forse hanno anche ragione, o forse potrebbe
anche essere quell’elemento che invece, accentuato, diventa
lo “stilema” ... ma chissenefrega ...
Credo che qualsiasi sia il punto di partenza, diventa
poco importante. Si parte sempre dalla propria storia o dalla
propria ossessione...
Aspetta, io penso che sia il contrario: il lavoro come terapia
e non il lavoro come malattia.
All’inizio per i primi lavori ho usato capelli, scarpe,
altri oggetti ... Hai presente la storia dei capelli? Ero dal
barbiere ed è affiorato questo ricordo da bambino, un giorno,
mi ero chiesto: e se adesso conservassi i capelli, fra 10, 20
anni...
... quanti chili ne avresti?
... quanti?! L’associazione è stata con i miei capelli.
Però a leggerla a distanza di tempo sono convinto che la
testa produca anche delle immagini. La mia testa mi ha ritornato
un imput di molti anni fa ma adesso ho elementi per dirti che
è una cosa che apparteneva a un passato molto più
recente.
Ho lavorato all’ospedale per 3/4 anni: lì trovi questo
rapporto con la vita e la morte molto intenso ... e probabilmente
per superare quell’attimo molto difficile, ad un certo punto
son diventato cinico: la non sofferenza di fronte al circolo della
vita. Secondo me è qualcosa di malato: probabilmente per
superarla, inconsciamente ho dovuto proprio lavorare con questi
materiali. Probabilmente anche per sdrammatizzarli ... E’
l’altra parte di me.
Nell’accezione comune, con ironico si intende una
persona che generalmente pone un distacco dagli avvenimenti, una
non partecipazione. Ma l’ironia potrebbe in realtàcoprire
un amore fondamentale per la vita...
Beh – ti dò ragione - e aggiungo un’altra cosa:
questi lavori hanno una patina d’ironia. Se li guardi un
po’ meglio alcuni hanno una tristezza sconsolata, deserta.
Questo è l’unico che è stato presentato, il
resto sono tutti lavori che ho fatto pubblicare ma che non mi
sembrava giusto mettere in una mostra ... Il momento di superarli
c’era già. Questo – “Il quadrupede”
- aveva un occhio che si muoveva, c’era il videoregistratore:
diventava un essere col suo stomaco di pelo. Questi sono tutti
capelli: secondo me, è di un tristerrimo ...
Avevi registrato il tuo occhio?
Sì, una mezz’ora di quest’occhio che si muove,
fa anche dei rumorini ... Ogni tanto si anima: viene fuori l’occhio,
il labbro, oppure il naso...
E le scarpe?
Le ho usate perchè se fai sempre attenzione, e ti fanno
male i piedi, soffermi la tua attenzione sulle scarpe e inizi
a elaborare. Ti chiedi: “la scarpa che cos’è”,
e ci ricami intorno.
Ci sono dei legami forti col tuo passato.
Perchè dài importanza alle cose.
Dài importanza al tempo stesso alla continuità,
a quei fili che hanno un legame molto stretto col tuo passato.
Sì, probabilmente inconscio...
E che dici di “Passaggio segreto”?
Mi interessava tracciare il domestico attraverso dei percorsi
... tracciare dei percorsi di vita, se vuoi. Qualcosa per identificare
un luogo con un segnale che non fosse però la segnaletica,
cioè un’indicazione: una maniera inoltre di vedere
attraverso ... perchè se la porta è chiusa, diventa
un segnale e al tempo stesso ironizza anche su quello, e ti dàgli
estremi poi di un vissuto ...
Adesso tutto questo lavoro non mi interessa più: lì
erano energie che portavano alla consapevolezza. Adesso sento
che è la riflessione che porta ad altri passaggi.
A proposito di questa riflessione... quali sono i termini
che ti poni?
Intanto ci tengo a sottolineare la forma episodica del progetto.
Non è un progetto quadriennale, trentennale: è un
progetto a breve scadenza. Sono episodi dove le scadenze spesso
si concludono con operazioni o semplicemente con tappe che esauriscono
il loro interesse da parte mia. I progetti nascono spesso per
analogia semplice. Prima ti parlavo dell’attenzione che
un malessere può portare: se è un malessere esistenziale
ti ci fermi, se è un malessere di tipo molto più
banale, come il mal di scarpe, può essere il tramite che
ti porta a fare una riflessione più particolareggiata o
più estesa, che però chiaramente supera immediatamente
il mal di piedi.
 |
 |
Quindi è un’attenzione che diventa attiva
e in profonditàrispetto a elementi che altrimenti passerebbero
inosservati.
Ritorna il discorso di prima che probabilmente in maniera anche
inconscia mi autolancio dei messaggi. L’analogia: in questo
caso la molla che mi ha fatto muovere era proprio questo: uscivo
da un momento di estrema stanchezza, da qui la riflessione: “perchè
ero stanco”? Lo ero perchè non avevo capito che i
termini del lavoro non erano la quantitàma la qualità.
A quel punto ti siedi e guardi. Il punto di partenza è
stata quella riflessione.
Quanto c’è di surrealista in queste analogie?
Ben poco.
Se dovessi fare dei contorni al tuo lavoro parleresti
di...
Di onestà, innanzi tutto. Se non c’è quella,
naufraghi, e poi dopo un po’ si smaschera facilmente il
lavoro che non regge al tempo. E questo per rispetto sempre a
se stessi. L’onestàdel progetto.
L’ironia secondo te è un’altra parola
chiave?
Sì, però è un condimento, non una parola
chiave.
Il tempo?
Il tempo. Un tempo in avanti, un tempo indietro. L’anno
scorso c’era questo viaggio - non so - mi sembra più
dal futuro a un passato presente. Adesso è un tempo-tempo,
un tempo che si vive. Gli inglesi hanno un tempo che non abbiamo
in italiano...
quello che indica un’azione al presente nella sua
continuità?
ecco, questi lavori hanno quel tempo lì. Sì, adesso
la questione del tempo mi sta macinando ...
Che rapporto hai con i tuoi lavori una volta finiti?
Nel giro di ogni 2/3 mesi butto via tutto quanto. Per me è
una questione di pulizia organica come quella che fa l’intestino.
Un’altra cosa importante che secondo me si rispecchia nel
lavoro è che questa pulizia - che poi faccio anche nel
lavoro – ne determina le scelte e spesso ne forma le linee
più essenziali. Certi barocchismi mi infastidiscono non
perchè non mi piacciano – anzi, nel lavoro degli
altri mi piacciono – però è un fardello, come
se dovessi camminare e ci fosse qualcosa che me lo impedisce.
Una parte di barocchismo c’è nei lavori di
Mendini...
Sai cosa mi piace di Mendini? Il progetto. I manufatti spesso
li trovo distanti. Ci siamo incontrati ed è stato molto
bello: mi ha selezionato per questa mostra al Museo del Design
a Milano, la cui apertura sarànel ’90. Ha raccolto
100 personaggi che si muovono molto più nel design ma assieme
a molti che sono così – una via di mezzo –
e secondo me ha di nuovo colpito nel segno. Ti dicevo che anche
a lui mi fa impazzire per il rigore che ha dato dei frutti: ad
esempio il suo impegno nel design radicale ha segnato una generazione.
Questi sono oggetti di recupero?
No, me li regalavano ogni tanto, mi capitano sotto mano, magari
li vado a comperare. Vado dall’idraulico, vedo un pezzo
e me lo porto via.
Raccogli dei pezzi realizzati da altri...
Come questo: l’ho comperato dal ferrovecchio. E’ un
tubo di un tornitore o di un saldatore: potrebbe essere un vaso
per una tomba. Non c’è altra spiegazione, perchè
questi 4 manici sono troppo assurdi. C’è un altro
pezzo che ti faccio vedere ... questo è in aperta campagna
...
Questa creativitàcasuale e anonima è incredibile...
... è uno specchio che ti ingabbia. Questa invece è
una cosa molto vecchia del ’84, di quando ero a Padova.
C’era Chiggio, un membro del gruppo N legato alle esperienze
dell’arte cinetica, che aveva uno spazio dove trattava queste
cose: l’assenza della pittoricitàda cui una propensione
verso l’industriale. Lui è sempre stato un grande
sostenitore – diciamo così – del Marcello ...
Marcello?
... Duchamp!
Chiggio aveva fatto una serie di lavori ironici, con un altro
di Venezia: un lavoro ludico. Lui si professava l’uomo che
faceva il lavoro più antico del mondo (ride).
Non ci conoscevamo: lui aveva questo spazio dove presentava questi
lavori ... e gli avevo presentato un bell’assegno di trenta
denari – che era l’assegno che Marcello diede al dentista
... io invece stampai delle locandine con la data della mostra
e le attaccai in giro per la città. Poi mi venne a cercare
una socia per denunciarmi per immagine lesa ...
L’altro giorno li ho ripresi in mano e mi son detto che
non mi appartengono affatto.
Qualche idea per i prossimi lavori?
Adesso stavo pensando a qualcosa con gli uccelli ma ho Calzolari
negli occhi ... e anche Kounellis.
Mi secca. Volevo fare - se trovo una persona che tira fuori i
soldi - una lastra 3 metri per 2, completamente piegata che si
sorregge da sola, così puoi superare anche la giunzione,
molto stretta, a cui tolgo la terza dimensione. Dentro c’è
un pesce ... è un acquario di 2 centimetri dove il pesce
è costretto ad andare ... in una sorta di grande monitor.
Tutto sommato c’è l’elaborazione di un vedere
che ho sempre sotto gli occhi. Il pesce può andare continuamente:
è su quel film.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Anche tu hai tirato fuori la questione del tempo, mannaggia! ...
Non ho risposto alle domande ...