La progettazione grafica vive di uno statuto abbastanza particolare,
che il recente dibattito sull'etica della comunicazione ha finito
per sollevare. Da un lato infatti le è propria la matrice didattica
e pedagogica tipica del design, che si esprime non solo nel rispetto
dell'utente attraverso l'uso "ergonomico" delle forme ma anche
nella possibilità di fare crescere la sensibilità del committente.
Dall'altro, il graphic design è anche la matrice di generazione
di quegli stili che finiscono poi per invadere un effervescente
e sconsiderato mercato delle merci: è infatti da quelle "palette"
di forme e colori nascoste in qualche flyer o in qualche pagina
di un sito internet che finiscono per generarsi atmosfere che
si spalmano su messaggi pubblicitari, prodotti di consumo, allestimenti
tridimensionali o quant'altro.
In questa delicata antinomia sta tutta la forza e la peculiarità
di questa disciplina; che ben si ritrova nel lavoro di [Mu] design
/Mannes Laffi e Wladimiro Bendandi), fino ad esplicitarsi in un
evento performativo (ma anche comunicativo ed editoriale) come
il [Mu]design Party, accompagnato da suo bravo piano di comunicazione
e finalizzato alla presentazione di un delizioso volumetto. C'è
per esempio una forte concentrazione sulla calibratura sintetica
e sibillina delle forme: un aspetto quantomai sentito, oggi, in
un momento nel quale gli stessi stili di consumo di fanno discreti
(la logica dell'understatement), termometro di una crisi economica
dai contorni indefiniti. E' questa però una sensibilità verso
la misura degli elementi che compongono la comunicazione, un processo
in levare che cerca l'eleganza e l'efficacia con il minor numero
di tratti. Ma al contempo è una attitudine curiosa, che cerca
(e trova) in altri settori stimoli e suggerimenti, che diventano
poi matrice progettuale. Ed è anche un atteggiamento ironico,
nel senso etimologico del termine: il progetto, per dipanarsi,
prende le distanze e si dispiega, come avverte a sua la volta
la stessa matrice etimologica: proicio, "metto fuori".
E c'è, infine, un altro piccolo elemento, apparentemente ininfluente
ma in realtà assai importante, per la tenuta di un paese nel quale
molto tardi sono arrivati corsi in design e progettazione visiva;
molte poche energie sono dedicate nelle scuole di ogni ordine
e grado all'apprendimento di una grammatica della comunicazione
visiva; e nel quale, dulcis in fundo, pur avendo enormi tradizioni
(e quindi opportunità anche economiche) in campo artistico, ci
sentiamo dire dal Ministero competente che l'insegnamento della
storia dell'Arte è optional, con il subitaneo accordo del sottosegretario
ai Beni Culturali. La grafica è dappertutto, si diceva un tempo:
e anche la buona grafica è dappertutto. Vuoi vedere che finirà
nelle mani di studi come Mu, dalle lande delle province insonni,
il compito di diffondere ovunque uno standard alto di comunicazione
visiva?