A un primo sguardo potrà apparire innocente, se non forse "ingenua",
la scelta della giovanissima Silvia Chiarini di fare pittura,
di proporre come oggetto del proprio lavoro quadri e carte. In
un momento in cui l'ultima generazione dell'arte italiana declina
poca pittura, molta fotografia, video e altro ancora, nelle tante
ibridazioni possibili, connesso ai linguaggi multimediali, e i
giovani artisti, se accantonano le estensioni hi-tech, lo fanno
per intervenire fisicamente nell'ambiente, manipolare oggetti,
raccontare il proprio o l'altrui corpo: nel segno, comunque, di
una percezione allargata, dello sconfinamento da un territorio
affascinante, appetibile al mercato ma decisamente stretto per
loro, che ha il nome di pittura. Di fronte ai suoi dipinti, dove
si opta per tenere nuances rosa confetto/fucsia, che scorrono
sulla delicata trasparenza dei bianchi nelle carte o sopra i toni
morbidi dei prugna-beige-amaranto presenti nel fondo "a grossi
punti" delle tele (e la tavolozza esclude ogni altro colore),
questa impressione diventa più forte. Un'ingenuità zuccherosa,
la sua? Un risvolto di tenerezza adolescenziale, semmai all'insegna
di quella "carineria" che dal Giappone contemporaneo (kawai, cioè
letteralmente "cariiino", é l'estetica della fragilità femminile
colorata di toni pastello che dilaga nelle culture giovanili in
Oriente) è arrivato a noi contagiando, con eroine manga e Pokémon,
schiere di ragazzine (oltre che moda, design, letteratura) ? Per
Silvia il lavoro sul "quadro" è tutt'altro che ingenuo. Si potrebbe
dire che è un atto analitico, un gioco con la finzione attraverso
cui dar luogo a slittamenti, a contaminazioni, a spaesamenti dello
sguardo.

Insomma,
è un'operazione mentale, in cui dimostra di aver già messo a punto
una disincantata strumentazione, nel codice della pittura e oltre.
Le immagini. Un'elegante casalinga col suo tagliaerba si dà (forse)
al gardening, un boxeur in vestaglia e belle scarpe sportive si
tiene in forma (ha la ciclette!), due signore a passeggio, avvolte
in raffinati robe-manteau, si guardano (invidia?), una nuova macchina
da cucire arriva a una giovane donna, due ragazzi in bici ammirano
l'auto coupè (che non possiedono). What do you mean? (cosa significa?,
chiedeva a bruciapelo il titolo di un poster dell'artista pop
inglese Allen Jones) L'aria retrò di queste immagini si deve al
fatto che Silvia raccoglie nei mercatini, o dove capita, riviste
di moda anni '50, e da quelle pagine trae i suoi modelli o meglio,
"preleva" temi, soggetti, figure. Le immagini dipinte nascono
dunque da un prelievo, sono "tratte da", come fatto dai new-dada
americani (che nel medium della pittura riproposero il ready made
duchampiano) e poco dopo da Warhol, Lichtenstein, Rosenquist:
allora, nella grande babele delle immagini in circolazione nella
civiltà dei consumi, l'artista scelse di non creare ex novo, ma
di appropriarsi delle molte, "già fatte" immagini di massa (pop,
per l'appunto): fumetti, cartelloni pubblicitari, riviste, quotidiani.
Silvia Chiarini assume criticamente questo procedimento "storico"
nel suo laboratorio, ma con sfasature significative. Ruba immagini:
ma non come ci aspetteremmo dalla TV, da internet, dai nuovi media
che oggi rendono ancora più saturo di allora l'immaginario collettivo,
non dal presente, dove più ancora si mescolano icone della più
disparata provenienza e natura. Il suo prelievo non è un "qui
e ora", ma un "più in là", in un sospeso "fuori tempo" e "fuori
luogo", come può esserlo ai nostri occhi una pagina in bianco
e nero di Vogue del '52, o come la ragionata haute coûture di
allora nel tempo veloce del prêt à porter. E ancora: quelle immagini
"usa e getta" (il settimanale di moda, la moda stessa) sono state
raccolte, collezionate, ri-prodotte, salvate comunque dal loro
destino di rapido consumo. Lo spazio. E' un po' fumettistica l'operazione
di ricalco che Silvia propone: le silohuettes delle sue figure
sono semplice disegno a pennello nero sulla pagina bianca della
tela. Il rimando alla piatta bidimensionalità dell'immagine pop
(Lichtenstein, Warhol) è immediato. Ma, con l'anomalo taglio dato
alle immagini, tutto si complica. L'inquadratura, come utilizzando
una zoomata troppo stretta, non riprende "al meglio" gli oggetti
e i personaggi prescelti, finisce per lasciare al centro uno spazio
vuoto ed eliminare qualche "dettaglio" dei protagonisti: la testa,
la punta di una scarpa, metà corpo. Che , a sorpresa, ritroviamo
nell'aggetto-quadro pensato come volume a parete, nei sui bordi
dipinti: quel fanale tagliato, quel gomito mancante compare a
lato, prolungandosi come uno sviluppo assonometrico. L'infrazione
continua. In Scarpe di fata (2001), il primo particolare che tocca
lo sguardo sono le belle scarpe del boxeur, non perché il titolo
lo sottolinei: il punto a ricamo sulla tela le fa brillare, la
visione scorre subito dopo sulle figura disegnata e procede verso
il fondo, una colorata texture puntiforme. Il ricamo è una pratica
manuale che molti nell'ultima generazione prediligono (basti pensare
a Francesco Vezzoli e alla sua indagine sul femminile, che all'ultima
Biennale di Venezia ha coinvolto l'ex-modella Veruska in una performance
davvero memorabile, dove la modella rimira e ricama l'icona del
proprio volto giovane). Nel lavoro di Silvia Chiarini l'intervento
a ricamo non sottolinea affatto particolari semanticamente importanti,
o un fare, meticoloso e paziente, delle ragazze di un tempo. Nel
dittico Scintillante incanto (2001) i fanali dell'auto da sogno
o le ruote di bicicletta dei "belli ma poveri" non sono più rilevanti
di altro, ciò che importa è la scansione dei piani attraverso
la materia. Ricamo, disegno, pittura, sono segni prescelti per
costruire percettivamente spazi distinti: "La mia ricerca verte
sullo studio di un prodotto costruito su tre piani diversi, dati
da tre segni diversi", dice con sicurezza la giovane artista.
In serie. La "messa in scena" di Silvia consegna alla vista oggetti
del desiderio (le scarpe col tacco a spillo!),e subito interviene
con una tecnica fredda, meccanica, che toglie loro ogni appeal.
Ricama, disegna, dipinge, ma spersonalizza il mondo. Dispone in
serie sulla parete i suoi dipinti, li sospende nello spazio bianco.
Negli acrilici e nelle carte presenta un ordine geometrico pointiniste
(le basi a grossi punti colorati sono una costante nei lavori
degli ultimi due anni ) che ottiene spruzzando i colori sul fondo
con l'uso di una mascherina, solo salva "a risparmio" le figure
che poi disegnerà. Lichtenstein, ancora, e il suo retino tipografico...
Ma la precisione di questa tessitura è affetta da una grave forma
di astigmatismo: sfalsando la mascherina per i vari colori, il
motivo si sdoppia, si sovrappone, si addensa, magari con delicati
effetti pittorici tono su tono. Inaspettatamente, riconsegna pittoricità
a quel lontano mondo meccanico. Ancora codici e scarti, modelli
e differenze: con ironia, leggerezza, torna la domanda d'inizio.
What do you mean?