R.A.M. Mostre di Artisti Ravennati 2002
What do you mean?
di Maria Rita Bentini


A un primo sguardo potrà apparire innocente, se non forse "ingenua", la scelta della giovanissima Silvia Chiarini di fare pittura, di proporre come oggetto del proprio lavoro quadri e carte. In un momento in cui l'ultima generazione dell'arte italiana declina poca pittura, molta fotografia, video e altro ancora, nelle tante ibridazioni possibili, connesso ai linguaggi multimediali, e i giovani artisti, se accantonano le estensioni hi-tech, lo fanno per intervenire fisicamente nell'ambiente, manipolare oggetti, raccontare il proprio o l'altrui corpo: nel segno, comunque, di una percezione allargata, dello sconfinamento da un territorio affascinante, appetibile al mercato ma decisamente stretto per loro, che ha il nome di pittura. Di fronte ai suoi dipinti, dove si opta per tenere nuances rosa confetto/fucsia, che scorrono sulla delicata trasparenza dei bianchi nelle carte o sopra i toni morbidi dei prugna-beige-amaranto presenti nel fondo "a grossi punti" delle tele (e la tavolozza esclude ogni altro colore), questa impressione diventa più forte. Un'ingenuità zuccherosa, la sua? Un risvolto di tenerezza adolescenziale, semmai all'insegna di quella "carineria" che dal Giappone contemporaneo (kawai, cioè letteralmente "cariiino", é l'estetica della fragilità femminile colorata di toni pastello che dilaga nelle culture giovanili in Oriente) è arrivato a noi contagiando, con eroine manga e Pokémon, schiere di ragazzine (oltre che moda, design, letteratura) ? Per Silvia il lavoro sul "quadro" è tutt'altro che ingenuo. Si potrebbe dire che è un atto analitico, un gioco con la finzione attraverso cui dar luogo a slittamenti, a contaminazioni, a spaesamenti dello sguardo.

Insomma, è un'operazione mentale, in cui dimostra di aver già messo a punto una disincantata strumentazione, nel codice della pittura e oltre. Le immagini. Un'elegante casalinga col suo tagliaerba si dà (forse) al gardening, un boxeur in vestaglia e belle scarpe sportive si tiene in forma (ha la ciclette!), due signore a passeggio, avvolte in raffinati robe-manteau, si guardano (invidia?), una nuova macchina da cucire arriva a una giovane donna, due ragazzi in bici ammirano l'auto coupè (che non possiedono). What do you mean? (cosa significa?, chiedeva a bruciapelo il titolo di un poster dell'artista pop inglese Allen Jones) L'aria retrò di queste immagini si deve al fatto che Silvia raccoglie nei mercatini, o dove capita, riviste di moda anni '50, e da quelle pagine trae i suoi modelli o meglio, "preleva" temi, soggetti, figure. Le immagini dipinte nascono dunque da un prelievo, sono "tratte da", come fatto dai new-dada americani (che nel medium della pittura riproposero il ready made duchampiano) e poco dopo da Warhol, Lichtenstein, Rosenquist: allora, nella grande babele delle immagini in circolazione nella civiltà dei consumi, l'artista scelse di non creare ex novo, ma di appropriarsi delle molte, "già fatte" immagini di massa (pop, per l'appunto): fumetti, cartelloni pubblicitari, riviste, quotidiani. Silvia Chiarini assume criticamente questo procedimento "storico" nel suo laboratorio, ma con sfasature significative. Ruba immagini: ma non come ci aspetteremmo dalla TV, da internet, dai nuovi media che oggi rendono ancora più saturo di allora l'immaginario collettivo, non dal presente, dove più ancora si mescolano icone della più disparata provenienza e natura. Il suo prelievo non è un "qui e ora", ma un "più in là", in un sospeso "fuori tempo" e "fuori luogo", come può esserlo ai nostri occhi una pagina in bianco e nero di Vogue del '52, o come la ragionata haute coûture di allora nel tempo veloce del prêt à porter. E ancora: quelle immagini "usa e getta" (il settimanale di moda, la moda stessa) sono state raccolte, collezionate, ri-prodotte, salvate comunque dal loro destino di rapido consumo. Lo spazio. E' un po' fumettistica l'operazione di ricalco che Silvia propone: le silohuettes delle sue figure sono semplice disegno a pennello nero sulla pagina bianca della tela. Il rimando alla piatta bidimensionalità dell'immagine pop (Lichtenstein, Warhol) è immediato. Ma, con l'anomalo taglio dato alle immagini, tutto si complica. L'inquadratura, come utilizzando una zoomata troppo stretta, non riprende "al meglio" gli oggetti e i personaggi prescelti, finisce per lasciare al centro uno spazio vuoto ed eliminare qualche "dettaglio" dei protagonisti: la testa, la punta di una scarpa, metà corpo. Che , a sorpresa, ritroviamo nell'aggetto-quadro pensato come volume a parete, nei sui bordi dipinti: quel fanale tagliato, quel gomito mancante compare a lato, prolungandosi come uno sviluppo assonometrico. L'infrazione continua. In Scarpe di fata (2001), il primo particolare che tocca lo sguardo sono le belle scarpe del boxeur, non perché il titolo lo sottolinei: il punto a ricamo sulla tela le fa brillare, la visione scorre subito dopo sulle figura disegnata e procede verso il fondo, una colorata texture puntiforme. Il ricamo è una pratica manuale che molti nell'ultima generazione prediligono (basti pensare a Francesco Vezzoli e alla sua indagine sul femminile, che all'ultima Biennale di Venezia ha coinvolto l'ex-modella Veruska in una performance davvero memorabile, dove la modella rimira e ricama l'icona del proprio volto giovane). Nel lavoro di Silvia Chiarini l'intervento a ricamo non sottolinea affatto particolari semanticamente importanti, o un fare, meticoloso e paziente, delle ragazze di un tempo. Nel dittico Scintillante incanto (2001) i fanali dell'auto da sogno o le ruote di bicicletta dei "belli ma poveri" non sono più rilevanti di altro, ciò che importa è la scansione dei piani attraverso la materia. Ricamo, disegno, pittura, sono segni prescelti per costruire percettivamente spazi distinti: "La mia ricerca verte sullo studio di un prodotto costruito su tre piani diversi, dati da tre segni diversi", dice con sicurezza la giovane artista. In serie. La "messa in scena" di Silvia consegna alla vista oggetti del desiderio (le scarpe col tacco a spillo!),e subito interviene con una tecnica fredda, meccanica, che toglie loro ogni appeal. Ricama, disegna, dipinge, ma spersonalizza il mondo. Dispone in serie sulla parete i suoi dipinti, li sospende nello spazio bianco. Negli acrilici e nelle carte presenta un ordine geometrico pointiniste (le basi a grossi punti colorati sono una costante nei lavori degli ultimi due anni ) che ottiene spruzzando i colori sul fondo con l'uso di una mascherina, solo salva "a risparmio" le figure che poi disegnerà. Lichtenstein, ancora, e il suo retino tipografico... Ma la precisione di questa tessitura è affetta da una grave forma di astigmatismo: sfalsando la mascherina per i vari colori, il motivo si sdoppia, si sovrappone, si addensa, magari con delicati effetti pittorici tono su tono. Inaspettatamente, riconsegna pittoricità a quel lontano mondo meccanico. Ancora codici e scarti, modelli e differenze: con ironia, leggerezza, torna la domanda d'inizio. What do you mean?