Nel territorio corsaro dei concorsi artistici è spesso difficile
districarsi, capire se è bene partecipare o no, capirne la finalità
e il senso. La permanenza della vocazione ad organizzare in veste di
concorso la selezione artistica spesso comporta un’elusione del
principio di scelta attiva: non vado a ricercare ciò che mi sembra
interessante, utile, dilettevole, ma dal mucchio casuale e fortuito
di candidati pesco per trovare qualcosa che susciti il mio interesse.
La riuscita della pesca è di fatto affidata alla sorte, un po’
come avviene anche per i veri pescatori.
Nella scelta attiva invece percorro altri rischi: non incontrare il
nuovo, non dare occasione a chi è sconosciuto di venire trovato
e visto.
Nel corso di questi anni in cui RAM si è radicato nella città
mi sono spesso chiesta quale fosse la dose di sorte che incombeva sulle
scelte che poi la commissione avrebbe fatto nella selezione dei vincitori.
La dea bendata tutto sommato ci è stata benigna, e negli anni
è sempre stato possibile presentare artisti che poi sono cresciuti
ed hanno camminato altre strade.
Un altro quesito in questi anni era quanto la selezione presentata rappresentasse
di fatto la creatività artistica, per dirla meglio, la visionarietà
artistica perlomeno del nostro territorio: era questo l’immaginario
entro il quale navigavano ed agivano i giovani artisti casalinghi? O
forse ne era una deformazione, un’atroce sineddoche, una parte
per il tutto, che travisava l’agire visivo delle nuove leve artistiche?
E comunque, mi sono chiesta se ci fossero fili che legavano gli attori
di questo teatrino: in alcuni era visibile chiaramente la mano del maestro/a
(penso ad allievi dell’Accademia Bolognese, dove giustamente l’aura
del magister si notava nella mano dell’allievo), oppure in casi
più fortunati si evidenziava un colloquio di gruppo, un emergere
di visioni che maturavano dal confronto fitto che spesso ha alimentato
i movimenti artistici del secolo appena trascorso. Ma ho sempre fatto
fatica a trovare linee di continguità nei
lavori degli autori presentati.
Quest’anno la rassegna invece si caratterizza proprio per la linea
fenomenica comune: una freddezza permeante, che non vuole dire lontananza
o assenza di emotività, che caratterizza i lavori presentati.
A parte il giovanissimo fumettista, che lavora sulla narratività
anche minimalista ma con sceneggiatura ferrea del fumetto autobiografico,
gli artisti delle altre discipline sono stranamente accomunati da questa
algida visionarietà che permea i loro elaborati: algidi e legati
alla angolarità del punto di vista. Questo aspetto è ancora
più presente in chi utilizza lo strumento fotografico o del video:
un punto di vista autoritario, determinato, e al contempo piccolissimo,
limitato. Dalla finestra del mondo in cui siamo affacciati si possono
vedere solo pezzetti limitati e quindi rimandare in rifrazione nel fenomeno
tangibile o comunque visibile solo una trama di quello che si è
captato. In un certo senso anche l’autobiografismo narrativo di
chi racconta per sequenze si colloca in questa angolatura minimale,
ma che dell’esperienza fa una bandiera.
La labilità delle forme, la decontestualizzazione forzata degli
esperimenti espositivi, amplifica questa percezione che si ha anche
solo a visionare le foto dei lavori.
Siamo noi nella provincia della provincia del mondo ad essere ossessionati
dalla limitatezza del nostro sguardo e quindi del nostro linguaggio,
oppure questa amputazione sarà comune anche alle generazioni
sulla porta di altri Paesi? Per il momento la risposta è ardua
e le generalizzazioni troppo semplici e anguste per potere accingersi
a quest’opera. Aspettiamo i prossimi.
Per il momento la nostra finestra è piccola, c’è
una patina di vetro che opacizza l’immagine, anche se guarda in
profondità.
Buona visione.
Associazione Culturale Mirada
via Calabria 24
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